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4.1.10

"Su due oceani" di G. Descalzo - Il faro verticale sugli scogli di San Paolo

Questo post fa parte di "Su due oceani - romanzo marinaro" pubblicato da Giovanni Descalzo nel 1948

Lo starnazzare dei gabbianelli levatisi a stormo inquieti destò il ragazzo che aveva trascorsa una notte di bizzarri sogni, restando ogni tanto semisveglio in una vaporosa incoscienza che gli faceva credere di essere nella camerata del collegio o a bordo del brigantino di Zio Bronci, e più spesso lo proiettava in voli immaginosi attraverso zone di mondo ignote.
Toltosi il casco s’avvide che faceva giorno con quella silenziosa maestà che ha l’alba sul mare tremolante sempre d’incerte luci.
Il tuffolo s’agitava ai suoi piedi levando il capo per seguire il volo libero dei suoi compagni. Foscarino se ne sarebbe commosso se, alzandosi, non avesse subito scorto un veliero in panna a poche centinaia di metri. Sulla coperta si notava una certa animazione. Il ragazzo cominciò ad agitare la giacca per saluto e s’accorse d’essere notato subito perchè, calata la lancia, la piccola imbarcazione diresse a quattro remi sullo scoglio recando un cavo d’ormeggio.
- Dov’è che si può approdare? – chiese in un misto di spagnuolo e portoghese l’uomo che si reggeva in piedi a prua.
Foscarino capì per intuito e indicò il passaggio invitandolo a gettare la cima. Avuto il cavo, mentre la lancia virava sulla calanchetta, sgattaiolò tra gli scogli e diede volta con maestrìa assicurandolo.
- Sei bravo, per bacco, - gli gridò il timoniere saltando a terra e controllando con quale abilità il cavo era stato assicurato. – Chi diavolo t’ha sbarcato quaggiù? Giacchè suppongo che non vi sarai giunto a nuoto.
Foscarino, senza aver ben compreso, corse a cercare la lettera di Capitan Ulzen e la porse al nuovo venuto che s’affrettò a passarla allo Scrivano, sbarcato a sua volta e intento a studiare come sarebbe stato possibile assolvere il còmpito che gli era stato affidato. Questi, non osò aprirla essendo diretta al Capitano dello “Scafandro”.
Intuito che il ragazzo era in qualche modo associato all’impresa, se ne compiacque, e la inviò a bordo con la lancia insieme all’assicurazione che il veliero era ormeggiato e a un primo sommario rapporto.
Con lo Scrivano e il timoniere erano intanto sbarcati due operai, i quali avevano gettato sul guano, alla rinfusa, mazzuole, picconi, badili, frattazze, cazzuole, e poi mattoni, pietrame, un sacco di calce, un baule e due buglioli d’acqua.
- Ci si può appena girare, accidenti.
- E dove l’impasteremo la calce con tutta questa fetenzia di guano?
Foscarino, meravigliato corse al loro fianco:
- Siete Italiani?
- Muratori italiani, sì. Non è questo molto spesso il nostro mestiere di costruttori fuori di casa? E tu?
Pareva loro impossibile da buoni veneti e bergamaschi, che vi potessero essere Italiani non muratori in cerca di lavoro per il mondo.
Fecero cordiali risate alle spalle del ragazzo appena accennò alla sua condizione di studentello all’inizio delle vacanze estive, sbalestrato dal caso proprio al centro dell’Atlantico per servire da guida e da istruttore ai due massicci manovali. E si sarebbero certamente creduti burlati se la realtà non fosse stata tanto evidente.
- Già amici? – gridò lo Scrivano tornando dalla sua rapida ricognizione e trovandoli allegri. – Mettiamoci all’opera su. Occorre sbrigarci perchè non è proprio il più divertente approdo questo e di tempo ne abbiamo già perduto fin troppo con quel ferrivecchio di motore che va avanti a forza di starnuti.
Parlava in lui il marinaio di vecchio stampo, irritato, contro certe innovazioni pratiche e forzato a lavorare su legni scadenti, per di più con incombenze che non erano le più preferite per chi era assuefatto ai tranquilli scali del piccolo cabotaggio.
Rimosso il faro dalla forcella e convenuto che la piazzuola si doveva basare su quell’incastro, i due muratori cominciarono a lavorare di gravina per ripulire dal guano stratificato lo scoglio, mentre Foscarino metteva in salvo le sue robe e faceva il lavaggio dell’incerata. Il guano rimosso prese a putire facendo imprecare gli operai e inducendo lo Scrivano a cercarsi un riparo sopravento.
- Rimestatela il meno possibile quella mercanzia, per l’amor di Dio, altrimenti quei di bordo mollano la cima e ci abbandonano – ammonì ridendo lo Scrivano. – Una brutta avventura sarebbe attendere qui il passaggio di qualche nave di linea giunta per fare ammirare la rarità di San Paolo agli annoiati viaggiatori di classe. Senza pensare che vi creperemmo di fame e di sete.
- Non proprio del tutto, - intervenne Foscarino lieto di poter dire la sua.
Cavata la murena, il pesce cappone e la grossa lucerna, che dovette reggere con due mani, dal fresco nascondiglio ove le aveva riposte, aggiunse:
- E’ la specialità di San Paolo questa, pescata fra l’altro con esca locale e con mezzi piuttosto primitivi.
E mentre lo Scrivano guardava stupito il bel bottino fresco, aggiunse:
- Senza tener conto delle riserve stipate nella base.
Quel monello aveva dunque una parte nella faccenda e abbastanza notevole se sapeva intervenire con tanta persuasione. Se ne convinse del tutto quando la lancia tornò dallo “Scafandro” e riportò la lettera aperta perché lo Scrivano ne prendesse visione, con l’aggiunta d’un poscritto dove il Capitano suggeriva di affidarsi all’esperienza del ragazzo sia per la collocazione del faro sia per il montaggio e l’inizio del funzionamento.
Incapace di trattenersi a guardare in ozio, Foscarino intanto si era improvvisato boccia dei muratori e seguendo le loro istruzioni riuscì a coadiuvarli così bene che i due massicci operai presto se lo contesero.
Ne faremo un buon capomastro, vedrai.
- Macchè, un geometra, un ingegnere. Non vedi come ha azzeccato nelle misure della base?
- Vuoi fare una corsa a bordo? – gli propose, dopo aver constatato che l’opera era ben avviata, l’ufficiale.
- Subito, - fu pronto a rispondere lusingato il ragazzo.
Corse ad afferrare il tuffolo che aveva imprigionato in una specie di grottino, lo rimise al guinzaglio come il giorno prima perchè potesse cibarsi in libertà e senza troppi rischi, incurante dei frizzi con cui venivano commentati i suoi gesti, quindi gettato il frutto della pesca a bordo prese il posto d’un vogatore rimasto a terra per coadiuvare i muratori.
- Entrerai nelle grazie di Capitan Merigo tu, ho bello compreso – esclamò l’ufficiale. – Sembra che qualcuno te l’abbia soffiato nell’orecchio che va pazzo per la zuppa di cappone e che sa cucinare la murena con la pelle come i Genovesi della Boca. Non parliamo poi delle cotolette di lucerna. Ti sei assicurato il paradiso a bordo, con la lenza, senza contare che abbonacciato si dimenticherà delle noie del motore e sarà cristiano anche con l’equipaggio.
Fu proprio l’apparire del pesce fresco che vinse la musoneria di Capitan Merigo, da tre giorni con la luna per traverso a causa del macinino che aveva nella stiva incapace di marciare ventiquattro ore di seguito. Uomo di scarse espansioni, tradì la soddisfazione recando proprio lui, trionfalmente, la lucerna in cucina dove si trattenne a vigilare sull’andamento della manipolazione e della cottura finchè non fu ben certo che ne sarebbe venuto fuori un pranzetto da domenica grassa.
Quel che stupì l’equipaggio e gli fece fare i più rosei pronostici per il buon umore del ritorno fu che, appena ammanito il pranzo e prima di far servire, diede ordine di portare in terra tre generose porzioni, insieme a una fiasca di vino, perchè gli operai si ristorassero.
Foscarino, ammesso eccezionalmente alla tavola del Comandante e dello Scrivano, imparò soprattutto a far l’orecchio alla strana lingua che adoperavano, l’uno parlando in portoghese e l’altro rispondendo in spagnuolo. S’accorse che l’italiano era la terza lingua nautica adoperata a bordo con la stessa disinvoltura, essendo perfettamente compresa, ma non era per lui altrettanto facile penetrare nelle argute locuzioni marinare dei due naviganti, intenti a punzecchiarsi e quasi sempre portati a trattare con la leggera ironìa anche i più seri argomenti.
Disorientato, ogni tanto finiva per ridursi ascoltatore, finchè l’uno o l’altro, quasi aggredendolo con domande improvvise, non lo forzavano a interloquire, costringendolo il più delle volte a ripetere la narrazione dell’avventura occorsagli, forse nella speranza di potersene allegramente beffare, quasi Capitan Ulzen, nell’accennarne, avesse inteso burlarli.
Finito il pranzo e vista la lancia prepararsi a tornare a terra, Foscarino saltò a bordo e riprese contatto coi suoi connazionali.
Spianata la forcella fra le due guglie più elevate, i muratori avevano già livellata la base elevandola a cordone di pilastro. Con un armonico giro di mattoni, avevano consolidato il piede facendo sporgere, a mò di roseo bugnato, quasi una treccia di cotto. Gettato uno strato di pietrame, venivano ora cementandolo mentre il più abile, misurato il sostegno del faro che doveva esservi piazzato, si studiava di fissarlo con un rilievo che doveva servire insieme da rinforzo e da ornamento.
- Tante lisciature a che servono? – obiettò lo Scrivano avendo l’impressione che il muratore si gingillasse.
- Quando si impiega lo stesso tempo a far bella o brutta una cosa, conviene pur sempre che sia bella, non le pare?
- Perché l’ammirino i gabbiani e vi ricamino stalattiti di guano?
L’operaio alzò le spalle e continuò attento il suo lavoro. In lui, come in tutti i milioni di muratori italiani, riveva lo spirito dei maestri comacini, per nulla preoccupati nel costruire begli edifici se dovevano essere contemplati in un centro metropolitano o rimanere per sempre nascosti in un cenobio o in un’isoletta semisperduta.
L’essenziale era, in quel frangente, che non si perdesse troppo tempo sulle malinconiche guglie di roccia sperdute nell’Atlantico, e che si potesse mollare l’ormaggio almeno nella notte. Accertatosi di questo l’ufficiale non badò gran che all’opera dei muratori e, chiamato Foscarino, cominciò ad esaminare il faro e i dispositivi studiati per renderlo adatto al còmpito che doveva assolvere.
Ultimata la base i muratori vi issarono il piedistallo e presero a murarvelo, orientando i portelli verso la calanchetta perché gli eventuali naufraghi ne scoprissero subito il facile dispositivo d’apertura e potessero avere a portata di mano di che sostentarsi. Prima che il sole sfiorasse i flutti nel rapido tuffo, anche il faro fu assicurato agli incastri e potè elevarsi circa un metro sulla guglia più alta.
Foscarino, non dimenticando lo stormo dei gabbianelli che inquieti s’eran tenuti al largo e avevano finito per far corona intorno allo “Scafandro”, consolati dello sfratto per i generosi resti vuotati in mare dalla cucina, prese il resto di burro della sua provvista e badando a non appannare il cristallo, unse il vertice del cono.
Gli uomini lo lasciarono fare, un po’ per l’autorità che gli conferiva la lettera di Capitan Ulzen e un po’ per la curiosità che suscitava ogni suo gesto. Spiegato il motivo dell’operazione, s’ebbe una manata cordiale sulle spalle dallo Scrivano che gli gridò entusiasta:
- Vogli proporti per il brevetto. Farai crepare d’invidia tutti i vecchi fanalisti. Peccato che di fari verticali ci sia per ora soltanto questo nel mondo. Però, però, non si sa mai. Col progresso vertiginoso dell’aviazione…
E continuò, tra serio e faceto, ad elogiarlo ed a burlarlo.
Appena saldato in modo definitivo quella specie di paiolo al suo sostegno, il ragazzo premette i pulsanti quasi invisibili nella rivestitura e mise in luce le leve che aveva imparato a manovrare sul dirigibile, sotto la guida del Secondo.
- Avete l’ora esatta? – chiese allo Scrivano che seguiva attento ogni suo gesto.
- L’ora della radio.
Foscarino regolò il quadrante del faro sulle sfere del cronometro, mutò posizione alle leve e porse l’orecchio all’apertura.
- Dovrebbe essere a posto ormai.
- Dovrebbe o è a posto? Capita Ulzen assicura che te la caverai da solo tanto che s’è dimenticata ogni istruzione.
- E’ a posto. Ne sono certo, - confermò il ragazzo.
E riaccostati i piccoli battenti, assicurò la chiusura ermetica del meccanismo che restò sigillato con uno scatto.
- Allora ci si può imbarcare?
- Senz’altro.
- Presto ragazzi – gridò l’ufficiale – la cerimonia è finita. Non dimenticate nulla perché passeranno almeno sei mesi prima che qualcuno riapprodi in queste seccagne.
I muratori imbarcarono i loro strumenti e Foscarino fece un fagotto delle sue robe. Prima di issarsi sulla lancia però andò a salpare lentamente la lenza assicurata fuori mano e si prese in braccio il tuffolo ferito.
- E’ bella, è bella. Non ti basta pescare murene, capponi e lucerne e ti peschi anche uno smergo. Bada però che questo non ti cattiverà le simpatie di Capitan Merigo, perchè anche se fosse ghiotto della carne che sa di bestino, non ne avrebbe che un bel magro boccone. Son tutto piumaccio e stomaco gli uccelli marini e non fan gola.
Quel misto di portoghese, spagnuolo, italiano era ormai abbastanza comprensibile, e il tono costantemente faceto non impressionava più il ragazzo che si tenne accoccolato sul fagotto durante il breve tragitto della lancia, tosto scostata dopo aver mollata la cima dello “Scafandro”.
- Che m’avete combinato? – gridò dalla murata Capitan Merigo.
- Tutto fatto.
- Fatto che cosa?
- Tutto a posto, lo assicura il nostro impeccabile monello. Non vedete con che aria sodddisfatta se ne torna a bordo dopo aver pescato anche un tuffolo?
- Avete mollata la cima?
- Vorreste forse scendere a verificare? Non sono strumenti da maneggiarsi alla prima, con le nostre grotte dita da vecchi marinai. Ci sarebbe da dannarsi peggio che col macinino che hanno imbarcato nella stiva da due mesi.
L’allusione al motore balzano che nessuno dei marinai voleva nemmeno accostare e che il meccanico autorizzato riusciva a far marciare qualche ora ogni tanto, smontò il Comandante che si volse ai gabbieri e fece issare le vele.
- Tiriamo a bordo la lancia?
Alla domanda dei marinai lo Scrivano rispose con un intraducibile moto di spalle. Nè lui nè Capitan Merigo si sentivano soddisfatti.
- Infine, il faro è a posto. Non dobbiamo essere noi a conoscerne il meccanismo. Il nostro còmpito era quello di portare due muratori e i materiali per piazzarlo, - s’udirono mormorare.
Lo “Scafandro”, comunque, rimase in panna e la lancia a rimorchio, quasi attendesse un cenno per risolversi a lasciare la zona.
Il sole, senza che nessuno vi badasse, sparve ad un tratto e rapidamente s’avvicino la notte. Prima che le stelle riuscissero a farsi vive sorse dalle acque un lampo e un fascio di luce bianca, lattea, si diffuse nel cielo fissando immoto la vôlta che s’incupiva.
Dal mare se ne scorgeva appena la fonte essendo la proiezione tutta volta all’alto. I marinai, per quanto preparati, stupirono. I gabbianelli, precipitatisi a riprendere possesso del loro territorio, si levarono stridendo irrequieti e presero a volare in massa, disorientati, turbati, titubanti. Compiuti alcuni giri in basso nella zona oscura, scopersero infine che i raggi di quell’astro importuno non erano punto nocivi. Nondimeno li evitarono e si decisero a posarsi sui loro picchi bianchi prima che l’ombra in cui restavano involti li occultasse del tutto.
- Va là, va là che ce l’hai fatta, - mormorò conciliato lo Scrivano a Foscarino. – Perchè a dirti la verità, nè io nè Capitan Merigo s’era molto persuasi. Ti daremo in premio una cuccetta nella mia cabina. Ma solo devi abitarla, s’intende, perchè con gli uccelli di mare non vado troppo d’accordo. Ne ho abbastanza d’essere sullo “Scafandro”, che, come vedrai, ha la tendenza proprio a far tuffi, quanto gli uccelli della sua specie, anziché volare.
Stabiliti i turni, l’equipaggio al buio prese il suo posto e i franchi s’avviarono a cena. Foscarino godette ancora il privilegio d’essere ammesso alla tavola del minuscolo stato maggiore, privilegio che finì poi per rimanergli avendo i rozzi e bonari ufficiali capito che il loro inatteso passeggero certi riguardi aveva saputo guadagnarseli.


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