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"Su due oceani" di G. Descalzo - Il piccolo ribelle

Questo post fa parte di "Su due oceani - romanzo marinaro" pubblicato da Giovanni Descalzo nel 1948

- E’ stata dunque una missione facile? – gli chiese il Console mentre a sera s’avviavano insieme a Viña del Mar. – Vedrai però che vorranno perfezionarla e domani avrai da fare altre visite. Li conosco i miei uomini. A te, s’intende, birbone, ciò ha l’aria di non rincrescere; si direbbe anzi che entri nei tuoi piani.
Foscarino era infatti tutt’altro che rammaricato di portare a termine l’incombenza che gli aveva già consentito di conoscere tante buone famiglie della colonia italiana.
Il domani anziché seguire il Console sino agli Uffici, venne da questi lasciato presso la vecchia chiesina di San Francesco in modo che potesse iniziare subito le sue visite. Stava guardando appunto il tempietto eretto dai primi coloni, allorchè scorse un ragazzo, poco più alto di lui, rannicchiato in un angolo all’ombra. Vistosi osservato, il giovinetto gli gridò risentito:
- Che vuoi?
- Sei italiano? – non potè trattenersi dal domandare Foscarino, colpito dalla vivacità del monello e dalla lingue che parlava.
- Siamo in troppo di italiani qui, non te ne sei ancora accorto? Già, tu hai l’aria d’essere a posto, anzi meglio che a posto…
- Che vorresti dire?
- Non sei dei garzoni spediti quaggiù a far lo schiavo. Forse tuo padre non è che uno dei tanti padroni di negozio d’angolo, benchè somigli poco ai signorotti consueti.
- Che ti hanno fatto? Hai patito qualche torto?
- Si può sapere da dove provieni tu? La conosci la vita dei garzoni venduti al principale dai parenti e costretti dall’apparire allo sparire della luce a sfacchinare senza respiro? Non hai dormito sulle reti strappate che si issano la sera sopra i sacchi della soda in un locale che appesta di spezie? Sai che cosa vuole dire mangiare sempre e soltanto i resti di ciò che in bottega non s’è riusciti a vendere durante la giornata?
- Tutti vivono così come tu dici nei negozi d’angolo? – chiese ansioso Foscarino.
- Tutti o non tutti; chi capita come sono capitato io, sotto un padrone che con la scusa di comportarsi all’antica, perché è il vero modo di farsi uomini, secondo lui, ha la pretesa di fare scontare agli altri ciò che ha sopportato da ragazzo, non oserà certo contraddirmi.
Malvestito, pallido e con gli occhi irrequieti delle bestie maltrattate, il ragazzo stentò quasi a capire l’invito di Foscarino che lo pregava di accompagnarsi a lui. Questi non sapeva bene in realtà che avrebbe fatto di un compagno così malandato, ma non si sentiva di abbandonarlo a se stesso dopo che s’era sfogato con tanta acredine e così vivo risentimento, intendendo mostrargli che non doveva considerare nemico il mondo solo perché gli era personalmente capitata la disgrazia di incontrare un padrone ingiusto.
Gli raccontò come dovesse compiere commissioni, senza spiegargli il suo facile còmpito, né tanto meno narrargli di quali privilegi lo aveva beneficiato la sorte. Il giovane, dapprima diffidente, vista la cordialità sincera del ragazzo, si ammansì tosto e prese a seguirlo.
I fratelli Bacigalupo, e meglio ancora le loro mogli, telefonando alle amiche avevano facilitato la missione di Foscarino. Entrava negli affollati negozi ed era ricevuto con ogni cortesia; ne usciva e veniva quasi sempre accompagnato su l’uscio e salutato con un sorriso.
- Stiamo preparando qualcosa di utile e di buono, non dubitare, - lo rassicuravano in comune e un po’ tutti insistevano per offrirgli frutta, leccornie, dolciumi, quanto di meglio e di più prelibato stipavano nei loro colmi negozi.
Foscarino, essendosi accorto che il compagno era affamato, mostrava di gradire ogni offerta, avendo trovato un modo cameratesco per fargli accettare i doni.
- Come ti chiami? – osò chiedergli, visto che sfamandosi pareva divenuto più trattabile.
- Gino.
Intento a saziare lo stomaco, reso vorace anche dalla prelibatezza e varietà delle leccornie, il ragazzo si faceva via via ciarliero e finì per trasformarsi in allegro camerata prima che a mezzogiorno Foscarino subisse il sequestro del giorno prima, questa volta per le insistenti cortesie dei fratelli Toso, anch’essi in tre, e avviatissimi nel ramo dei panifici e degli alberghi.
Se lo portarono via in macchina lasciandogli appena il tempo di fare un segno al compagno perché capisse che sarebbe tornato a cercarlo presso la chiesina e dovette, come in casa dei Bacigalupo, rifare la storia del suo rapido viaggio, per nulla divertito dal dover subire interrogazioni indiscrete sul cugino Marco o su Zio Bronci, i personaggi che colpivano subito la fantasia dei commensali.
Ricuperata la libertà corse a cercare il compagno e si rallegrò di trovarlo ripulito e persino pettinato, con le scarpe quasi in ordine e uno strappo della giacca reso invisibile dal rammendo fortuito operato forse da uno spillo, forse da un lungo pruno di siepe.
- Vedi quanto sono cortesi i padroni contro i quali hai tanto risentimento? – prese a dire Foscarino profittando del mutato umore del compagno.
- Con te; con chi non è loro dipendente.
- Vuoi che tentiamo insieme di vedere se ci fosse il modo di trovarti un’occupazione meno dura?
- Ma da dove vieni, si può sapere? Non hai capito che io sono uno dei rari garzoni che s’è ribellato e ha piantato il padrone? E sai che cosa significa questo? Che nessun altro padrone, specialmente nostrano, per solidarietà, vorrà mai assumermi. Sarebbe un grave torto verso il collega e un pessimo precedente, secondo la costumanza della colonia, tale da compromettere anche la stabilità del vecchio sistema, al quale tutti si uniformano. So già che, come è accaduto ai pochi altri ribelli, finirò per essere uno spostato, se non troverò occupazione altrove, - concluse col viso tornato duro e oscuro.
Foscarino poteva appena comprendere quanto il compagno affermava. Compiute altre tre visite e uscito con abbondanti doni, sempre più vezzeggiato e carezzato dai proprietari, s’accorse d’aver esaurita la lista del Console. C’era tempo per rientrare, sicchè propose a Gino di avviarsi insieme a fare una qualche gita verso il porto.
- Se s’andasse alla Pietra Felice?
- Dov’è?
- Là in fondo, sul mare.
- A piedi non sarà lontano?
- Si va in tranvai, ho ancora qualche peso.
Foscarino s’era ricordato di possedere un biglietto da cinquanta peso e lo estrasse perché l’amico vedesse se era utilizzabile.
- Peso argentino. Non lo conosco. Qui siamo nel Cile, non lo sai? Temo che non abbia corso. Ad ogni modo ne ho d’avanzo io, - affermò non ammettendo altre insistenze.
Filarono lungo quasi tutto l’arco del porto, sullo stradale affollato che divide le banchine dalla città e scesi presso uno sperone avanzato di scogliera, con sopra una trattoria alla marinare, s’avviarono verso la Pietra Felice.
- Vicino al mare, vedi, non mi pare mai di essere così solo e così sperso come mi accade specialmente da quando m’hanno sbarcato quaggiù.
- L’amo anche io tanto, il mare.
Ed è proprio per aver abusato di confidenza con lui che sono finito qui. Però, intendiamoci, sono tutt’altro che rammaricato.
- Vorrei poter dire anch’io come te.
Foscarino, sciolto il pacco ove aveva riposti i generosi doni, propose:
- Facciamo un po’ di merenda? – e fingendo di partecipare alla voracità del compagno, lasciò che questi si saziasse a volontà.
- Io non mi sento nato per restare chiuso in quelle gabbie maleodoranti che sono i negozi d’angolo. E’ stato un inganno quello d’avermici costretto. Ma ora è finita, dovessi buttarmi alla campagna e vivere di frutta marcia. Chissà come rimarranno gli zii quando il padrone scriverà indignatissimo che, ancor prima d’essermi saputo guadagnare, secondo la sua valutazione della fatica umana, il prezzo del biglietto che ha anticipato, sono sparito.
“Vorrei poter tranquilizzare la mamma però. Chissà in quale angoscia finirà per vivere se le diranno che mi sono messo a fare il vagabondo. Ha altri tre figli e ha dovuto cedere. Se dipendesse da lei non sarei qui di certo perché voleva ad ogni costo che continuassi gli studi.
Pensavo, partendo, di poterla aiutare, se non subito, presto. Invece col dannato sistema dei negozi d’angolo, da garzone ti emancipi, se va proprio bene, dopo almeno dieci anni. Che importa se poi ti riesce magari di avvicendarti a godere il frutto intero dell’azienda? Intanto chi ha bisogno del tuo aiuto lo lasci negli stenti, proprio quando occorre sollevarlo."
Foscarino gli stese il braccio sulla spalla. Nulla sapeva dirgli, pure sentiva dentro tale impulso ad abbracciarlo, perché si consolasse nella sua amicizia, che Gino smise di raccontare accorgendosi quanto si turbasse l’amico, e lo fissò sorridendo.
- Chi ha una mamma veramente buona, si salva sempre nella vita, perché basta a volte pronunciare il suo nome per sollevarsi, sfamarsi, non aver più freddo e cessar d’odiare. Me lo fece capire un giorno Don Michele, ch’era stato amico del babbo e che partendo m’ha raccomandato di non dimenticarmi mai di lui se mi trovassi a mal partito. Mi salverò dunque anch’io, sta’ allegro ora e intanto godiamoci un po’ la gita.
Rientrando si sentivano così affettuosamente legati da non sapere come lasciarsi. Gino, più alto, più maturo, più provato, sebbene poco più che coetaneo, per evitare l’imbarazzo del distacco, prima che la vettura giungesse nei paraggi del Consolato balzò a terra gridando: - Arrivederci a San Francesco domani. – E sparve senza lasciare il tempo a Foscarino di rispondere. Questi si trovò confuso e un po’ disorientato negli uffici dove il Console l’attendeva per le visite serali. Si riebbe, rispondendo alle domande senza saper raccontare dell’incontro e assicurò:
- Domani non ho che da rifare il giro. Penso che occorrerà almeno qualche sacco per raccogliere tutto poiché ho visto che si stanno preparando offerte d’ogni genere.
- Te l’avevo detto? Basta una parola con questa gente che sembra, ed è talvolta, avara, cominciando dall’esserlo con se stessi, ma finisce poi col rivelarsi generosa. Ricordati però che la faccenda va sbrigata in giornata e che a sera il pacco o i sacchi, tutto ciò che sarà offerto insomma, han da essere portati a bordo del “Chiloè”.
Prima di salire a cena Foscarino riuscì a compiere una visita al tuffolo, prigioniero della traine entro la darsenetta ricca di tenero novellame di pesce che gli facilitava il pasto. Se lo tirò da presso, lo sollevò dall’acqua e prese a raccontargli la storia di Gino, il caro amico che forse avrebbe trascorso la notte in qualche portone o sulle panchine dei giardini.
La gaiezza abituale, sparita in quel breve colloquio col tuffolo che appena libero corse felice a posarsi sullo sperone di scoglio dove aveva eletto domicilio, rinacque pensando alla fermezza di propositi di Gino. Un uomo, un vero uomo si disse, e raggiunti gli ospiti, nel narrare le vicende dell’operosa giornata, finì per presentare il suo amico lieto di veder la signora commuoversi e il Console concludere:
- Hai dunque l’aiuto che ti occorre per domani. Dopo le faccende portalo da me. Sei ben sicuro che non si tratta d’uno scapestrato? No, no, forse hai ragione tu se ha detto quanto riferisci. E’ la vita degli emigrati: una delle centomila storie spesso assai più drammatiche e dolorose, che finiamo per intuire ogni giorno anche se ben pochi ci sentono degni di confidarcele. Ora va’ a letto e non ripensarci troppo. Vedrai che sistemeremo anche il tuo Gino se avrà un minimo di buona volontà e vorrà realmente riuscire in qualche cosa.
Ben poco entusiasmo dimostrò Gino il giorno dopo quando comparve all’appuntamento dopo aver fatto attendere qualche tempo l’amico, per le confidenze fatte al Console, proprio al Console.
- Finirà col pretendere che torni a bottega. Sono sempre creduti solo i padroni; dovresti saperlo anche tu questo. Qual è l’adulto che dia ragione al ragazzo?
- Credo di no. Ad ogni modo è uomo col quale si può parlare senza timore. Vedremo. Intanto ora credo che tu potrai essermi utile perché ho da concludere le commissioni iniziate.
Proponendosi di aiutare l’amico, Gino si ripromise di stare all’erta. E’ vero che ancora non sapeva dove volgere la prua, però non si sarebbe lasciato riprendere e tanto meno legare allo stesso padrone.
Foscarino, ignorando del tutto la lotta che sosteneva l’amico, anzi lieto quasi fosse ormai certo di avergli assicurata la maggiore protezione desiderabile, si diresse al primo negozio visitato. La bandiera era pronta, però dove si sarebbe messo quanto ognuno aveva preparato? E come avrebbe potuto caricarsene? Il ragazzo assicurò d’avere un aiuto dispensando il cortese proprietario dall’affidargli qualche garzone.
- Va’ ora al negozio di mio fratello, quello delle stoffe. Ci sarà quanto occorre per contenere ciò che devi raccogliere, e questo intanto serbalo per te, - gli disse congedandolo.
- Sembreremo i cappuccini della montagna quando vanno alla questua, se andremo di questo passo, - disse ridendo all’amico.
Al negozio indicato ebbe un pacco d’indumenti e due sacchi da viaggio dove cominciò a stipare i doni.
- Questo piccolo poncho araucano – sentilo: sà ancora di caprino la lana – è per te. Lo serberai in ricordo degli amici di Valparaiso, - concluse il terzo dei Bacigalupo.
I due giovani si divisero i sacchi continuando sino a mezzogiorno, quando furono invitati a trattenersi nel retrobottega dei Corso, dove proprietari e garzoni consumavano familiarmente la colazione.
Gino, silenzioso e titubante, aveva accettato dopo molte insistenze. Mangiando, osservava la novità e veniva persuadendosi che davvero la sorte era stata poco generosa con lui mandandolo al rozzo padrone che non figurava nemmeno nella lista del Console. I garzoni non avevano l’aria di servi. Erano degli impiegati, dei commessi, e potevano discorrere disinvolti coi proprietari come con gli ospiti e per di più mangiavano gli stessi cibi. Altra vita la loro.
Avevano dunque esagerato i compagni di negozio, sia per assicurargli che il sistema era comune ovunque, sia nel considerare i padroni, in generale, degli sfruttatori unicamente intenti ad accumulare beni per sé.
Uscendo si sentiva più rinfrancato e sereno. I due sacchi, sempre meglio stipati, cominciavano a pesare. V’erano intanto calate scarpe e maglie, liquori e tabacchi, coltelli, attrezzi, scatole di leccornie, scacchi e tarocchi. Persino una tombola era stata donata, facendo ognuno a gara nell’offrire ciò che esponeva in vetrina, perché il solitario naufrago avesse da beneficiare una volta tanto della generosità dei compatrioti. Foscarino non sapeva quasi più dove riporre quanto veniva offerto a lui. Avrebbe voluto cortesemente respingere i doni, ma desiderando poi riversarli sull’amico, mostrava invece di compiacersene, sicchè la simpatia finiva per accrescersi.
Giunti all’ultimo negozio, vicinissimo al porto, il ragazzo chiese il permesso di poter fare un elenco delle offerte. Aiutato dall’amico si pose allo scrittoio e stese una lunga lista degli oggetti principali che ripose in ordine nei due sacchi, lasciando a parte ciò che costituiva il frutto del suo lavoro.
- Se ci permettete – chiese quindi al principale – depositiamo qui ogni cosa e andiamo a chiedere istruzioni al Console con la nota. Penso sia inutile trascinarci gli involti sino agli uffici.
Esaudito nella sua domanda, tolse il poncho che gli era stato donato e preso a braccetto Gino se lo trascinò dietro. Giunti al Consolato però non ci fu modo di far entrare l’amico.
- Va’, ti aspetto fuori, non insistere. Vedremo in seguito se mai. A far la presentazione c’è tempo. Non parti mica questa sera.
Fu inutile ogni preghiera. Foscarino, trovato il funzionario in un momento di calma, fece il completo rapporto della missione compiuta ed espose l’esito mostrando la nota degli oggetti raccolti.
- Ho lasciato i due sacchi presso l’ultimo negozio vicino al porto, trovando che era inutile trascinarli sin qui dal momento che fra qualche ora hanno da essere caricati sul “Chiloè”. Ho fatto bene?
Avuta l’approvazione del superiore, attese che questi scrivesse un biglietto di risposta al suo amico Branchi, intanto che la dattiolografia ricopiava la nota che fu poi allegata alla lettera diretta all’esploratore.
- Vuoi dunque completare tu l’impresa, visto che l’hai condotta così bene sinora? – gli chiese quindi il Console.
- Hai sufficiente pratica del porto per rintracciare la lancia del “Chiloè” e consegnare i sacchi a bordo? Aspetta. Ti farò due righe per il Comandante e per il Capitano di porto. Potranno sempre esserti utili. Il segretario è fuori per una commissione e s’avvicina l’ora di punta per il mio lavoro.
Mi risparmi in tal modo una bella fatica.
Rassicurato dalla disinvoltura del ragazzo e dalle sue affermazioni circa la pratica dei porti, prese in consegna il poncho dopo averne ammirata la fattura e palpata la morbida lana, e lo lasciò sorridendo.
Con le tre lettere in tasca Foscarino riacciuffò il suo amico e insieme s’avviarono a ritirare i sacchi. Superate senza difficoltà le barriere doganali, grazie al biglietto indirizzato alla Capitaneria, senza nemmeno cercare gli uffici si recarono al pontile d’approdo dove stavano attraccate le lance dei piroscafi rimasti sulle àncore.
La giornata era giunta al suo termine intanto e precipitava la sera. Durarono qualche fatica, anche a causa degli involti, prima di trovare un lancione tozzo e piuttosto malandato, sulla cui poppa si leggeva a stento: “Chiloè”.
- Non c’è un mozzo a bordo. Eppure la nave dovrebbe levare le àncore in serata, - osservò Foscarino.
- Saranno corsi a spassarsela anch’essi. Sai bene quanto i marinai siano sempre impazienti di scapparsene a terra e come attendino l’ultimo momento per riprendere il mare.
- Che facciamo?
Se andassimo noi a bordo per far la consegna? Ci sono i remi e potremo cavarcela benissimo.
Foscarino guardò le navi alla fonda titubante. Quale poteva essere il “Chiloè”? Nessuno avrebbe potuto indovinarlo senza avvicinarsi e leggere il nome. Né l’uno né l’altro avevano mai visto prima la nave e avrebbero potuto perdere troppo tempo a spostarsi nel vasto porto. Inoltre chi li assicurava che il Comandante fosse già a bordo? Chi li decise ad attendere fu infine il buio che cominciava ad oscurare le acque.
- Saltiamo a bordo intanto e carichiamo i sacchi. I marinai dovranno pur venire e potremo in qualche modo far le consegne.
Dalla banchina qua e là si staccava ogni tanto un battello e s’allargava in direzione dell’una o dell’altra nave. S’accorsero che oltre a quell’approdo, altri ve n’erano in fondo, ma tranquilli d’essere sulla lancia del vapore cercato, non si presero troppo preoccupazioni.
Era ormai già quasi notte allorchè cinque marinai, che avanzavano bisticciando, si diressero al pontile verso la loro lancia. Neppure Gino, già ben pratico della lingua, riuscì subito a comprendere i loro discorsi. Due pareva volessero tornare indietro, altri due erano indecisi, mentre il quinto, imprecando, gridava loro che se non si fossero imbarcati subito ci sarebbe stato da buscarsi qualche punizione.
Il Comandante è ormai a bordo. Vedete che il canotto non c’è più là in fondo? A quest’ora chissà che sinfonia.
Avvinazzati, i marinai si decisero a dare ascolto di mala voglia al compagno.
- Accostate. Ei, mozzo, sbrigati.
Ce ne sono due.
- Non è Rodi quello in fondo?
- Rodi deve aver disertato. Ti ricordi come se l’è squagliata lasciando anche da pagare il suo vino?
- Macchè mozzi, noi s’ha da raggiungere il “Chiloè” per…
Per portarci a bordo, poche storie. Armate i remi. Sta’ a vedere che due mocciosi vorranno anche aver pretese stasera.
Vista l’indecisione dei ragazzi, il più violento saltò a bordo e avrebbe alzato le mani su Foscarino se l’amico con un urtone non l’avesse mandato a sbattere sul pagliolo.
- Ben. E uno. Si dovrà issarvi proprio tutti col paranco stasera? – gridò l’unico che pareva in sesta, pensando che il compagno fosse stramazzato per l’ubbriachezza, tanto che altri due saltavano a bordo e quasi gli cadevano addosso.
Nel parapiglia anche il resto prese imbarco.
- Ragazzi, hanno un po’ bevuto, sbrighiamoci, se no cominciano a russare e occorrerà proprio tirarli su dal portello della carbonaia.
Dando l’esempio, il marinaio armò i remi senza ascoltare quanto tentava di spiegare Gino e ordinò:
- Puntate su quei lumi di prua. Mi par già di sentire i verricelli dell’àncora. A dir la verità ho anch’io la testa in disordine stasera. Questa benedetta città è proprio la perdizione dei marinai.
I due ragazzi dovettero acconciarsi ai remi del centro mentre il marinaio di poppa vogava alla lunga dirigendo, bisognoso di far del moto per cacciare i fumi del vino che tentavano di stordirlo. Dei quattro altri marinai, dopo essersi malmenati, due rimasero stesi sui paglioli e gli altri due si sedettero appoggiando le schiene al bordo.
- Un altro po’ che si tardi, sentierete come russano. Siete nuovi imbarcati voialtri? Quel gaglioffo di Iquique se l’è filata. Non gli garbava troppo la vita di bordo, era chiaro. Un mascalzone di meno, state certi…
Parlava, parlava, così come vogava, per restare in sesta, senza dare ascolto né capire ciò che Gino tentava ogni tanto di spiegare, profittando della sua apparente lucidità.
- Che dite? Due sacchi? Avete due sacchi? Così ben equipaggiati? No? Non capisco, stasera non capisco troppo nemmeno io. L’Isola di Pasqua sì, andiamo all’Isola di Pasqua. E’ il viaggio annuale purtroppo, un lungo viaggio, è per questo che ha disertato Rodi il greco, e il mozzo se l’è filata. Non ci sono approdi, non ci sono scappate in terra. Che? Cosa dite? L’Isola di Pasqua, sì. Maledizione. Poteva spuntare un po’ più sotto la costa.
Pur dominando la sbornia, era evidente dalle incoerenti chiacchiere che il marinaio non valeva molto più dei compagni sdraiati e russanti.
Le classiche bevute dei marinai non erano proprio una favola. Anche se quasi ignote a bordo del brigantino di Zio Bronci, per la disciplina che sapeva tenervi, Foscarino capiva ora che potevano essere una triste realtà. Inutile ormai reagire, tanto a bordo era necessario salirvi se si voleva far la consegna dei sacchi. Chissà dove sarebbero finiti nelle mani di quegli avvinazzati, altrimenti.
La città non era ormai che una fila di lumi sparsi a raggera e salenti a corona sulle colline. Le navi erano state sommerse dal buio e anch’esse si avvistavano soltanto grazie ai fanali di via o alle lampade di coperta e dei corridoi.
S’udirono nel buio voci rauche chiamare ripetutamente.
- Ci hanno visto. Han gli occhi buoni quello rimasti a bordo. Ce la faranno scontare.
Il marinaio prese a bofonchiare rispondendo con quanta voce gli restava e s’udì allora veramente uno sferragliare di catene.
- Salpano, sentite? Salpano. Lo sapevo. Con quella dannazione di Comandante… Nemmeno in pace la franchigia. Ehi! Calossi, - prese a gridare, - apri il portello. Sveglia, maledizione, - tuonò quindi piombando sugli assopiti e menando urtoni. – Finirete in mare e lo spero…
Giunti sotto bordo, due voci dal basso orientarono la lancia presso il carbonile e qualcuno saltò a bordo.
- Su, su, non vorrete che vi si imbraghi col paranco spero. In piedi. Che marinai siete? C’è già da dannarsi fin troppo. E’ salito a bordo con la pipa spenta quello del ponte e ricomincia male.
Nella confusione fu per un prodigio di agilità che Foscarino riuscì a issare i sacchi con l’aiuto dell’amico saltato subito a bordo.


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