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4.1.10

"Su due oceani" di G. Descalzo - Il disertore della "Bordolese"

Questo post fa parte di "Su due oceani - romanzo marinaro" pubblicato da Giovanni Descalzo nel 1948

La casa ove si fermarono dava proprio in faccia al Riachuelo e si scorgevano ancora bene molti barchi alla fonda o attraccati lungo il corso d’acqua. Capitan Novaro si fece avanti senza bussare ed entrò disinvolto in una specie di sala-ufficio che doveva essergli familiare perché andò a sedersi presso il tavolo-scrittoio, a fianco della finestra che dava sul porticciuolo.
Sopra un comò di carattere ligure, che serviva da armadio, da canterano o forse da archivio in quell’ambiente, stavano allineati tre bei modelli nuovi e lucenti di brigantini di vario tipo. Foscarino si sarebbe accostato per contemplarli se l’uscio di fronte non si fosse aperto e non fosse apparso un bell’uomo sui trentacinque anni, alto e serio, punto sorpreso di vedersi innanzi Capitan Novaro, cui tese la mano con gesto affettuoso.

- Ti porto tuo cugino, - disse senza preamboli il vecchio, non riuscendo a preparare il terreno come s’era ripromesso.
- Un figlio di zia Anna?
L’uomo, colto alla sprovvista non potè nascondere l’improvviso turbamento.
- Un giorno noi si disertava da mozzi per girare il mondo e tentar la fortuna, ora il sistema pare cambiato, visto che un nipote di zio Bronci se ne capita qui di sorpresa in aeroplano.
Bisognava alleggerire il discorso. Tanto ormai il colpo era fatto. L’uomo parve non ascoltare e avvicinato il ragazzo alla finestra dove la luce stava sparendo, dopo averlo fissato a lungo mormorò:
- Siamo tutti dello stesso stampo.
Alludeva all’aspetto fisico o all’istinto migratorio? Era difficile capirlo.
- Vedi, questo è tuo cugino Marco, quello di cui ti ho parlato. Il figlio di Zio Bronci. Il quale si chiamava Zio Bronci già da molto prima che tu nascessi e forse fin da ragazzo, perché ha sempre avuto troppa gravità e non è mai stato capace d’essere un po’ indulgente, almeno con se stesso. Chissà ora se sarà mutato, perché sono passati dei begli anni da quando non ci siamo più riveduti. Naviga sempre col suo vecchio brigantino?
Il ragazzo dovette acconciarsi a raccontare quanto sapeva di Zio Bronci e soprattutto s’accalorò nel difenderlo, giacchè pochi erano stati con lui, sinora, tanto indulgenti e così generosi, anche nel perdonargli gravi scappate.
Marco, sì, gli somigliava. La stessa fronte, la stessa quadratura di spalle, lo stesso sguardo profondo e grave. Perché Zio Bronci non gli aveva mai parlato del cugino? Perché la mamma non gli aveva mai rivelato la sua esistenza?
- Vedi qui – disse Capitan Novaro facendo luce – che bei modelli. Domani potrai ammirare qualcuno degli originali quasi sotto la finestra, perché il cugino Marco è non solo Capitano come Zio Bronci, ma pilota e armatore, e non s’è limitato ad avere un solo brigantino, ma ne ha già tre e io posso dirti che sta armando un vapore fatto costruire proprio da lui, per certi traffici sui fiumi americani che gli daranno presto il primato d’attività fra tutti noi.
Marco crollava le spalle. Fatta luce nella sala, Foscarino potè esaminare i tre bei brigantini in mogano, attrezzati di tutto punto, che avevano una singolare rassomiglianza con quello che gli era tanto caro. Commosso, nel rigirare i modelli, lesse sotto le poppe: “Zio Bronci” nel primo, “Capitan Fravega” nel secondo e: “Giorgio Padre” nel terzo. Tutti e tre dedicati alla stessa persona.
Udì Capitan Novaro che, per vincere forse l’impaccio, sentendosi testimone superfluo, protestava di dover rincasare per la cena, inutilmente trattenuto dalle affettuose insistenze di Marco. Fisso alle poppe dei tre modelli, Foscarino rileggeva i nomi turbato, non sapendo spiegarsi quanto di misterioso lo aveva condotto a scoprire il caso fortunato. Un segreto dramma doveva gravare su l’animo del cugino, un dramma d’orgoglio di ostinazione e di puntigli, dolorose prerogative dei liguri, che aveva amareggiato due o forse più esistenze. Ora gli appariva in diversa luce il volto qualche volta ansioso di Zio Bronci e quello addolorato della mamma, sorpresi talvolta in intimi colloqui subito troncati al suo apparire.
- Ti lascio col cugino. Ci rivedremo domani. Non tornare a bordo stasera, - disse volto al ragazzo. – Passerò io ad avvertire i guardiani dell’aeroplano. Arrivederci.
Capitan Novaro era finalmente riuscito a congedarsi per cui i due cugini restarono soli.
Troppo repentina era stata per Marco quell’apparizione.
Il suo spirito chiuso non riusciva ora a disporsi a quella confidenza che le circostanze esigevano. Cenarono quasi in silenzio finchè, partita la donna che aveva preparato il pasto e l’aveva servito, Marco sentì che non poteva lasciare oltre quel ragazzo alle sue oscure congetture.
Lo trasse nella sala-ufficio, lo fece sedere di fronte a lui e svuotando l’animo per la prima volta prese a parlare.
- E’ una santa mano che t’ha guidato qui. E quella mano sia benedetta poiché mi pare di sentirne la carezza che ha d’improvviso sciolto il mio duro corruccio e mi permette finalmente di farne la prima ammenda.
“Zia Anna, come è stata dolce anche con me! Una vera mamma, come quella che ho appena conosciuto e che son certo ha guidato i tuoi passi in questa avventura della primissima giovinezza, volendo che tu giungessi fino a dirmi che è l’ora di non lasciare più un padre all’oscuro sulla sorte del figlio. Devo cominciare da molto lontano, da quando avevo la tua età pressappoco."
"Finchè zia Anna, la tua cara mamma, rimase in casa, a fianco di Zio Bronci che non ha mai più voluto risposarsi, adorando in segreto con lo stesso ardore dei giorni felici la sua sposa che m’ha insegnato a venerare, la mia fanciullezza non ha avuto ombre."
"Irrequieto e scapestrato, io profittavo delle assenze del babbo per togliermi ogni capriccio, e Zia Anna, docile e buona, ha sempre nascosto ogni mia scappata, sempre giustificata ogni mia improvvisa ribellione, facendo sì che suo fratello, tornando, non avesse a lamentarsi troppo del discolo che gli cresceva in casa."
"Poi la tua mamma si sposò, e quel che fu peggio andò ad abitare lontano da Portomaurizio, nelle valli interne, perché il tuo babbo aveva altrove il suo lavoro."
"Il mio pessimo carattere, appena m’accorsi che più nessuno avrebbe potuto frenarmi con amorosa dolcezza, esplose inducendomi quasi subito a pretendere un’indipendenza assurda. Zio Bronci, che già sospettava come crescesse il figlio lontano dalla sua tutela, provò a prendermi a bordo del brigantino, e anche sotto i suoi occhi mi rivelai indomabile, nonostante i severi castighi. Ammonito e richiamato a una più austera disciplina, finsi di piegarmi per cui fui inviato alla scuola nautica, lontano da casa."
"Là non mancavano le birbe del mio stampo, ma io dovetti sorpassarle tutte perché non ammettevo d’essere secondo nemmeno nelle birbonate. Fu inviato al babbo un primo severo rapporto, quindi un secondo. Zio Bronci lasciò il brigantino a Genova, dove si trovava, per venire all’Istituto e minacciarmi nel modo più severo. Ottenne, con quel rabbuffo, solo una specie di ravvedimento che purtroppo non doveva durare a lungo."
"Alla prima occasione, anziché mostrare ossequio alla volontà paterna, indemoniato come crescevo in quegli anni, ne combinai una così grave che venni senz’altro espulso dall’Istituto. Essendo di pessimo esempio ai compagni, il rapporto avveritva che non vi sarei stato più ammesso e che per due anni non avrei potuto nemmeno frequentare altri corsi nelle scuole regolari."
"Zio Bronci, dopo un primo sfogo violento, appena tornò mi condusse a Genova e mi portò difilato a bordo della Bordolese. Questa vecchia nave, panciuta e greve, aveva allora la più triste fama:
– Vi porto uno scalmo di galera, - disse per tutta presentazione a quel tristo Capitan Bugliosi che la comandava. Non gli fate passare il bordo sino al ritorno. Gli zuccherini che occorrono per le pellaccie sue pari li conoscete meglio di me. Non risparmiategli la sua razione."
"E aggiunse di peggio, tanto che mi parve, nell’estrema umiliazione, che non volesse più nemmeno riconoscermi come figlio. Mi lasciò senza saluto, alla mercè di quel vecchio aguzzino, uso ancora ai barbari metodi delle antiche marinerie nordiche, e da allora non l’ho più riveduto."
"L’angoscia per il duro castigo si mutò in sorda ribellione appena i violenti sistemi di Capitan Bugliosi furono applicati con estremo rigore anche a me, relegato a bassa prua, sul pagliolo, e senza nemmeno un rancio per rannicchiarmi a dormire durante la notte. Cibo da carcerati, vita da autentici galeotti. Non potei più scendere a terra nemmeno durante i dieci giorni in cui la nave restò attraccata alle Grazie prima di uscire dal porto, coi suoi enormi tre alberi invelati."
"Motori a bordo non se ne trovavano, né per il carico e nemmeno per salpare le ancore. Attraccati ai vericelli a braccia, si doveva sempre cadere sfiniti prima d’aver compiuto una delle tante faticose manovre. E non parliamo del cibo senza condimento e sempre scarso. Chi s’imbaracava sulla Bordolese doveva essere disperato o scartato da qualsiasi altra nave. Non un compagno con cui confidarsi, non una persona disposta a far sentire calore d’amicizia. Ognuno tirava a difendersi dal peso del lavoro e dalle ingiurie quotidiane, sicchè era un continuo giocare d’astuzia per far cadere sui compagni quanto male si sopportava."
"La nave greve e antiquata, con le enormi vele fruste, appena lasciato il porto si trovò in bonaccia. Durammo quaranticinque giorni a uscire dallo stretto e i più non si sapeva nemmeno dove fossimo diretti. Quarantacinque giorni nello stesso mare sono lunghi, così lunghi e pesanti poi in quell’ambiente di violenze e di brutalità, che qualcuno cominciò a dar segni di squilibrio, tanto che quando passammo Gibilterra un gabbiere era scomparso in mare durante le ore di guardia notturna e un altro era del tutto impazzito."
"Il povero pazzo dovette essere legato ai piedi del trinchetto, dove di solito Capitan Bugliosi faceva porre ai ferri, per punizione, i più violenti, non essendovi locale ove relegarlo. Forzati ad osservarlo tutto il giorno e ad ascoltarlo nelle furie anche durante la notte, finì per comunicare un po’ a tutti il suo squilibrio, così da moltiplicare risse e punizioni conseguenti, sino a far mancare qualche volta braccia necessarie alle manovre."
"Fuori dello stretto si dette in una coda di tempesta che fece tribolare maledettamente la vecchia nave. Ai guai consueti s’aggiunse una vena d’acqua nella stiva che ci obbligò a un turno straordinario alle pompe, tutti i giorni, per liberare la sentina dove l’acqua putiva anche per i sedimenti delle merci miste che costituivano il nostro carico."
"Un buon santo ci venne finalmente in aiuto inviandoci venti discreti coi quali, dopo altri venticinque giorni, potemmo traversare l’Atlantico e approdare alla Martinica. S’era esausti, ed era evidente che ben pochi avrebbero potuto ancora resistere. Cosa meditasse l’equipaggio però non avresti potuto saperlo dalla bocca dei compagni, tutti diffidenti e sospettosi. Per mio conto avevo deciso da un pezzo. Al primo approdo avrei disertato."
"La sosta doveva essere breve. Si trattava di scaricare poca merce e poi ripartire per Haiti. Il nostromo, che pure era il degno alleato di Capitan Bugliosi, osò proporre una revisione, sia pure sommaria, della carena, per tamponare alla meglio la vena d’acqua, dato che ormai saliva sempre più copiosa e pulita dalla sentina e ci costringeva alle pompe anche gran parte della notte."
"S’ebbe in risposta un ghigno e un’insolenza. Appena l’equipaggio seppe che, finito lo scarico, la nave si sarebbe avventurata, senza nemmeno migliorare le provviste, già scarse ed avariate, nel mare dei Caribi, minacciò d’ammutinarsi. Capitan Bugliosi aveva previsto ogni cosa e fingendo di condurre il pazzo in un ricovero, si recò alla polizia e sporse denuncia in modo che la Bordolese venne sorvegliata dalla banchina e nessuno potè metter piede a terra."
"Fu una brutta faccenda per i miei progetti quel piantonamento. Studiai comunque l’approdo in ogni particolare, durante la sosta, sicchè, quando il capitano volle profittare dell’aria rinfrescata della sera per uscire, sapevo ormai come condurmi. Fui mandato arriva prima, quindi inviato alla pompa di proravia, poiché non avrei dato troppo rendimento al verricello delle àncore. Questo mulino, macinando cogli ingranaggi arrugginiti, faceva tale rumore da coprire lo sferragliare della pompa. Me ne resi conto tendendo l’orecchio mentre con l’occhio seguivo ora il calare della luce certo che la notte sarebbe sopravvenuta rapidamente."
"L’ultima àncora stava appena sfiorando la superficie delle acque che già nel buio più fitto, legato il piccolo involto dei miei indumenti a una lastra di sughero, messa a parte da varie settimane, io mi calavo in acqua silenzioso come un sorcio. Tutto l’equipaggio essendo intento alle vele e il mulinello continuando a macinare cigolando, nessuno s’accorse nel buio del rapido salto fuori dalla murata, lungo le lande, alle quali avevo assicurata una cima."
"La Bordolese, per quanto greve, liberata dalle àncore orientava le vele e s’allontanava silenziosa. Badai a non nuotare, a non muovermi finchè mi riuscì di distinguere qualche ombra sulla riva. L’involto sulla lastra di sughero, contro il quale nascondevo la testa, non avrebbe potuto essere scambiato che con uno dei tanti gavitelli che galleggiavano nell’ancoraggio."
"Sparita la nave, certo ormai che più nessuno sarebbe rimasto a vigilare le acque, mi spostai lentamente verso la riva, girando cauto oltre il molo dove ero certo di poter approdare senza essere notato e raggiungere in breve la campagna."
"Spostandomi il più possibile dall’approdo, la prima notte la trascorsi nascosto in un valletto, coperto di fogli secche per sentir meno l’umidità che mi gravava addosso. Il mattino dopo, asciugati gli abiti al sole e continuato il cammino sempre in senso opposto alla riva, finii per procedere tranquillo sui sentieri che ogni tanto deviavano e s’allargavano conducendo a isolate fattorie dove potei trovare facilmente da sfamarmi con la frutta di cui v’era grande abbondanza."
"Durai tre giorni in quella vita prima che un vero e proprio ciclone tropicale mi costringesse a lasciare l’aperta campagna e a cercare rifugio in qualche casa. L’aria s’era fatta irrespirabile, opprimente. Il cielo era così grigio da non riuscir a capire come potesse ancora filtrare un po’ di luce smorta. Gli uccelli spaventati s’erano raggruppati in grossi stormi e avevano preso a fuggire verso la macchia. Credo che desse l’annuncio del cataclisma una sensibile scossa di terremoto poiché levatomi per cercare a mia volta un più sicuro rifugio, fui quasi investito da mandre di animali d’ogni razza, impazziti al punto da gettarsi in massa contro i comuni ostacoli pur di sfuggire al terrore che li incalzava."
"Scampato al diluvio che prese a imperversare grazie all’essermi presto imbattuto in una fattoria a ridosso della collina, seppi dai coloni, di lontana origine francese, che il rovinìo di schianti, fulmini, e lo sradicamento di piante e tetti cui assistevo, non era cosa tanto infrequente nelle Antille dove, non di rado, i cicloni creano ruine irreparabili nelle città e nelle campagne. Chi aveva costruita la fattoria ne sapeva qualcosa perché s’era studiato di mettersi al riparo delle maggiori violenze atmosferiche. Infatti, tranne un ingorgo diluviale che straripò sulla strada e rovinò parte del podere coltivato ad ananas, la proprietà non patì altri danni."
"Nella stessa casa avevano trovato rifugio, prima del mio arrivo, altri tre individui, giunti con grossi involti che avevano gettato alla rinfusa nel pagliaio, badando a occultarli oltre che a proteggerli dalle intemperie. Una vecchia, mentre il ciclone imperversava violento, s’era accucciata in un angolo dello stanzone, e acceso un cero innanzi all’immagine della Madonna della Guadalupa pregava tremando, visibilmente accasciata.
– Prega per i marinai sorpresi al largo, - esclamò il figlio, un uomo anziano e brizzolato dall’aria taciturna. – Fa sempre così quando si scatena il ciclone da dopo che il babbo s’è perduto in mare. Son passati forse quarant’anni e non sa dimenticarsi della sventura patita."
"I tre rifugiati approvavano, per nulla sorpresi; anzi, mi parve di capire che mentalmente ciascuno imitasse la vecchia, poiché non furono scambiate altre parole durante quell’interminabile imperversare dal cataclisma che ogni tanto pareva volesse sradicare anche la solida abitazione, facendoci vivere in una atmosfera agitata da sibili e schianti."

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