Foscarino s’imbattè nell’automobile del motorista mentre rientrava a bordo dopo aver lasciato i muratori ad arruolare un gruppetto di manovali disposti ad ingaggiarsi, visto che la pescheria faceva difficoltà nei lavori consueti. Prese posto in macchina e s’avviarono sullo “Scafandro” insieme. Oltre la cesta delle bronzine, il marinaio meccanico, tutto soddisfatto, recava un borsone pesante che scaricò da basso.
Dal borsone sbucarono fuori strumenti delicati che il biondo Svedese disseminò sul tavolo da lavoro, con l’aria del chirurgo che s’appresta a compiere delicate operazioni. Il cambio delle bronzine venne compiuto rapidamente. Si vide subito dopo il motorista misurare, livellare, applicare spessori, limare, far leva sotto gli assi e quindi imbullonare con precisione.
- Facciamo una prima prova senza lubrificare, - disse al meccanico.
Questi mise in moto timoroso, pensando che il motore si sarebbe ingranato. Invece, al cenno del competente, arrestò la marcia e comprese il valore della prova quando lo vide esaminare lo stato dei cuscinetti. Osservato dove sussistevano forzature, il motorista, con più attenzione, continuò il suo controllo minuzioso. Le prove furono ripetute altre volte, in silenzio, quasi si vigilasse sul respiro di un moribondo. Ogni parte del motore era stata riveduta, dopo due ore, rettificata, fissata, chiusa nel suo preciso gioco. I cuscinetti aderivano senza il minimo sforzo alle basi e gli assi scorrevano alla semplice spinta delle dita. Sotto la guida dell’esperto il meccanico fu allora invitato a lubrificare ogni parte con olio filtrato, dopo di che il motore riprese la marcia.
Gli urtoni, le scosse, gli starnuti che facevano imbizzire Capitan Merigo avevano ceduto il passo a un ronzio monocorde, regolare, che spalancò del tutto l’animo sempre turbato e sospeso del marinaio meccanico. Era apparso a curiosare il Capitano, stanco di misurare la coperta a passi concitati, per recitare la sua parte con dignità a quel personaggio bizzarro, cacciatosi a medicare la macchina ancor prima di pensare agli affari. Lo Svedese lo scorse mentre con filacce andava ripulendosi le mani e, invitato Foscarino a sistemare gli strumenti nel borsone, lo raggiunse.
- Il motore è a posto. Deve marciare fino alla partenza, - avvertì cercando di districarsi nel linguaggio per lui difficile. – Se non andare bene, meccanico venire cercare me, qualunque ora. Ma andare bene.
Capitan Merigo non aveva forse necessità di tante assicurazioni. Le gradì nondimeno e si sforzò, nel suo modo goffo, di mostrarsi grato.
- Ora necessario concludere afffare, vero?
Finalmente s’era giunti al sodo. Il motorista, osservato il suo uomo, capì che il discorso tenutogli prima aveva prodotto buon effetto, quindi, saltò senz’altro alla conclusione.
- Portato contratto per la firma, - precisò.
Ed estratta una busta dal giubbone la porse a Capitan Merigo.
- Volere esaminare?
Lasciato l’uomo a studiarsi il contratto e lieto per la rapidità con la quale s’erano tolte di mezzo, da sole, le questioni degli altri noli, il motorista tornò da basso pregustando la sodddisfazione di Capitan Ekengren appena gli avrebbe assicurato la conclusione del lavoro.
Il meccanico non sapeva capacitarsi per la precisione con cui quella macchina che l’aveva fatto tanto dannare s’era messa a funzionare. Ascoltò i consigli cercando di imprimerseli bene in mente e si sentì sollevato quando il motorista lo invitò a recarsi subito al campo, in qualunque ora, nel caso si fossero ripresentate delle difficoltà. Era certo che se avesse marciato tante ore senza i consueti incagli non avrebbe più avuto noie in avvenire e avrebbe potuto conservare tranquillamente il suo posto a bordo.
Capitan Merigo s’era intanto recato nella cabina per esaminare il contratto, dove tutto era stato previsto, dove nessuna clausola era assoluta e dove si garantiva in ogni modo l’intervento, a Pernambuco, dell’autorevole rappresentante della Società Aeronautica anche nei confronti dell’armatore, al quale sarebbe stato subito telegrafato dopo la firma.
Lo sorprese nell’esame lo Scrivano giunto a bordo tutto soddisfatto.
- Me la sono finalmente levata una soddisfazione. Avete visto che muso hanno fatto quei della pescheria quando ho detto loro senza preamboli: “Cari signori, viste le difficoltà che avete sollevato, esaminati gli impegni coi quali avreste voluto farci navigare, considerati i prezzi arbitrari che intendevate imporci, abbiamo deciso di rinunciare al nolo, non potendo assumere responsabilità superiori ai nostri mezzi, visto che l’armatore non ci ha mai detto di essere disposto a lavorare per beneficenza. E arrivederci”.
- Avete parlato a questo modo?
- Oh, non garantisco il discorso alla lettera, ma quanto al senso potete star certo che non sarei smentito. E la stoccata finale ha fatto effetto, perché noi cambiamo nolo per loro colpa e son loro che han da rispondere, se han voglia di piantar grane, per aver mancato ai patti.
Giunto in quel mentre il motorista, i due uomini tornarono, questa volta insieme, all’esame del contratto. Sollevata qualche debole obiezione, così per non parere d’esser troppo soddisfatto, Capitan Merigo s’affrettò quindi a firmare.
Foscarino intanto, legato l’involto dei suoi indumenti e collocato il tuffolo nel comodo cestello costruitogli dai muratori, entro al quale aveva imparato ad adagiarsi e a starsene cheto e rassegnato come in una zana, s’era affrettato a raggiungere il suo amico.
- Vieni qui, birba d’un Gancio, - gli gridò lo Scrivano appena lo scorse, - ho proprio da abbracciarti perché la sodddisfazione me la son presa per merito tuo. Sai cosa voglio regalarti?
Lo trasse nella sua cabina dove spalancò l’armadio sotto il lettuccio e buttò all’aria mezza coffa di cianfrusaglie prima di apparire soddisfatto.
- Voglio regalarti il cinturone del gaucho, sì la cosa più strana e preziosa che ho continuato a portarmi dietro senza mai servirmene.
Trovato finalmente un superbo cinturone lo spolverò e fece atto di cingerlo. Alto cinque dita, con tasche per i soldi, per il tabacco, per le pallottole, borsa per il coltello e il revolver, incrostazioni e decorazioni vistose e lucenti, l’arnese non s’adattava davvero alla figura dello Scrivano, e tanto meno a quella di Foscarino che l’ammirava incantato.
- L’ho avuto proprio da un gaucho, una brutta notte che per giovanile imprudenza m’ero trattenuto più del solito nel barrio basso di Montevideo, ove si balla alla perfezione il tango, anzi, dove è nato il tango. Sarebbe una lunga storia quella che dovrei raccontarti, finita per fortuna allegramente, tanto che il gaucho ha voluto darmi il suo cinturone dopo una sfida che avrebbe potuto finir male. Credo ci siano ancora i suoi ultimi due pezzi d’oro che non ho mai voluto spendere temendo mi portassero disgrazia…
- Ehi là, dobbiamo ben congedare il nostro ospite da cristiani, - urlò in quel mentre Capitan Merigo richiamandolo alla realtà.
Lo Scrivano s’affrettò a raggiungerlo. Per l’occasione il Capitano aveva fatto servire dal camerotto, con tutte le regole, il suo pisco più prelibato, onde brindare degnamente.
- E tu non berresti? Sta a vedere che non ti senti abbastanza uomo, - gridò a Foscarino vedendolo starsene in disparte ad ammirare il prezioso cinturone. – Bevi anche tu, e non sia mai detto che Capitan Merigo è stato da meno di qualcuno nel dispensare doni a chi se li è saputi così bene guadagnare.
L’allegria lo aveva animato, rendendolo ciarliero e più gesticolante che mai. Curvatosi sull’ultimo tiretto del canterano estrasse un superbo album rilegato in pelle di serpente, che buttò sul tavolo insieme a uno scrignetto intarsiato.
- Ho avuto una bella passione un giorno, che ora s’è come smorzata.
E intanto le dita tentavano il coperchio dello scrignetto finchè non l’apersero.
- Guarda, guardate, son poco belle?
Foscarino, e con lui il motorista divertito, lo Scrivano e persino il camerotto, guardarono e non poterono trattenere la meraviglia.
- Amavo collezionare le più preziose farfalle azzurre del Brasile. Ve ne sono qui degli esemplari rari.
Era quasi commosso. Pochi avrebbero potuto contraddirlo dell’orgogliosa affermazione.
- Mi proponevo di raccoglierle in questo album che avevo fatto confenzionare apposta dal miglior legatore di Rio de Janeiro, poi m’è mancata la pazienza di finirlo. Lo completerai tu per me, questo lavoro – disse volto a Foscarino – e ti ricorderai così per un pezzo di Capitan Merigo, perché ci vuole amore e pazienza, altrimenti queste farfalle che sono così preziose sotto vetro, perdono il loro incanto.
La gara di generosità confuse Foscarino il quale, trangugiato a forza il bicchierino di pisco, lasciò lo “Scafandro” tutto stordito, impacciato nei suoi bagagli così che il motorista s’affrettò ad aiutarlo allegerendolo dell’involto.
Trovati i muratori abbastanza soddisfatti per aver messo insieme un primo gruppo di manovali e aver rintracciato materiali per cominciar subito i lavori, s’avviarono in macchina al campo. Mentre gli operai si sistemavano un alloggio nel baraccone-ufficio, il motorista salì sul trimotore per dare un’ultima occhiata all’apparecchio ormai riveduto in ogni sua parte. Controllato il contenuto dei serbatoi scese per la cena che venne consumata insieme ai piloti, agli avieri, ai meccanici e ai custodi del campo, organizzati con la loro cucina. Il pasto di mezzogiorno era stato consumato alla meglio e quella cena ordinata e abbondante provvide a pareggiare le esigenze dello stomaco. Quindi rifocillati e appagati si disposero per un completo riposo.
Foscarino, avviluppati i doni nel bagaglio che cominciava a gonfiare, badò a formare un sacco alla marinara col giacchettone incerato, avvolgendolo poi nelle coperte in modo da formare un unico involto che trovò modo di ridurre a bauletto grazie a un pezzo di sottile manilla che gli fu offerto. Il tuffolo se ne stava cheto nel suo cestello, rassegnato agli avvenimenti, ed è con lui che il ragazzo ogni tanto teneva le più lunghe conversazioni, non avendo modo di confidarsi con quegli uomini sempre in faccende, dei quali ogni tanto aveva soggezione.
Terminata la cena il motorista gli s’accostò e traendoselo dietro gli disse:
- Noi dormiremo in carlinga. Va bene?
Andava benissimo, tanto più che nel capace apparecchio, certe poltrone svitabili si riducevano a lettucci in un baleno e sulle loro imbottite si riposava meglio ancora che sulle amache. Tratto a bordo il cestello, mentre issava l’involto s’accorse che Capitan Ekengren lo stava ad osservare.
Hai controllato il peso del bagaglio? – gli gridò ridendo. – Ai passeggeri non è consentito di portare più di dieci chili di valigie.
Fu quella la buona notte cordiale, dopo di che, già avviati nella sera, lasciata ai sorveglianti la vigilanza del campo, ognuno andò a coricarsi.
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