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4.1.10

"Su due oceani" di G. Descalzo - In crociera sul "Colibrì" a Capo Horn

Questo post fa parte di "Su due oceani - romanzo marinaro" pubblicato da Giovanni Descalzo nel 1948


Il domani Gino e Foscarino col loro sacco ripiegato a zaino si avvviarono all’approdo col Capitano del “Chiloè” il quale ogni tanto si divertiva a disincantarli, affermando che la Patagonia è la più squallida delle terre, specialmente durante l’inverno, e che la Terra del Fuoco non è che un ghiacciaio.
- L’avrete da rimpiangere il “Chiloè” piccoli egoisti. Credete che non abbia capito che cosa volevate dirvi stando gomito a gomito e ascoltando senza fiatare i discorsi di quei simpatici sfaccendati? Stà a vedere che avremo vissuto insieme una traversata come quella di Pasqua senza nemmeno conoscerci pelo per pelo.
“Eccolo là il “Colibrì”, - aveva esclamato appena la strada li aveva ricondotti in vista al mare. – Bella nave, non c’è che dire. E da tempi grossi. Di quelle che se infischiano persino delle rabbie invernali.
E aveva continuato a masticare qualcos’altro che i ragazzi non intesero, assorbiti nella contemplazione del maestoso panfilo d’alto mare bianco-celeste. In sordina il Capitano stava dicendosi: “Con tutta la sua bellezza non ne invidio il Capitano. In troppi ci sono sempre a comandare là, coi padroni a bordo e le loro donne. Meglio la mia ciabatta dove sono solo a mugugnare con l’ufficiale di rotta e col nostromo”.
Giunti a bordo invitò i ragazzi a far bagaglio intanto che correva a vedere come procedeva il carico.
L’esploratore ce li porta via quei mezzi mozzi, - esclamò forzando la voce per alterarla in modo che l’ufficiale di rotta non scoprisse la sua benevola complicità.
- Tutti e due?
- Perché, vorreste separarli?
L’ufficiale non aveva voluto esprimere altrimenti il suo rammarico, appena informato del cambio che era stato concluso.
Allorchè i due ragazzi si presentarono per salutare, i due uomini erano insieme.
- Qui. Non vi meritereste nulla, ma ho pietà della vostra sorte perché andrete incontro a un gelo polare. Ecco cosa vi regala il vostro maestro.
Il Capitano, prevedendo il gesto che certo avrebbe compiuto il suo subalterno, afferrò due superbe pelli di pecora, morbidissime e conciate come lussuose pellicce, e le distribuì ai ragazzi.
- Sono l’unica ricchezza dell’Isola di Pasqua e le adopererete in ricordo del vostro viaggio. E ora continuate a farvi onore.
Impacciati dal dono e commossi, i due monelli seppero appena stringere le mani degli ufficiali che li accompagnavano alla scaletta per farli trasbordare col canotto sulla lussuosa nave ancorata a fianco del “Chiloè”.
Il dottor Branchi, salendo qualche ora dopo coi proprietari, li trovò a proravia, seduti sui loro sacchi in attesa. Ignorando chi li inviava, il commissario, una specie di maggiordomo di cui Foscarino non conosceva la funzione e l’autorità, avendo finora viaggiato su navi che non ne avevano bisogno, li aveva relegati in disparte. L’esploratore li tolse subito di soggezione e, fatto assegnare l’alloggio, se li ricondusse in terra dove gli furono utilissimi nell’imbarco dei materiali di studio raccolti.
Una piccola folla di umili nativi stazionava in permanenza sulla riva, sollecita nel prestarsi ad ogni fatica e più di tutto rammaricata di veder partire l’ospite che per tanto tempo aveva mostrato di amarli e di prediligerli. Allorchè ogni cosa fu imbarcata e il dottor Branchi prese a salutare gli amici discesi in massa all’approdo, fra i quali spiccava il naufrago italiano che sarebbe rimasto un’altra volta solo, senza più poter parlare la sua lingua come aveva fatto per trent’anni, i giovani, non volendo subito staccarsi dal partente, si tuffarono e accompagnarono a nuoto la lancia sino al “Colibrì”. Solo quando, salpate le àncore e salutato il “Chiloè”, il panfilo tuonò con tre salve di sirena e prese ad allontanarsi, i Pasquensi, che d’istinto avevano voluto imitare i loro antenati, se ne tornarono velocemente a terra.
A bordo Foscarino e Gino avevano potuto appena trovare il modo di salutare alla voce gli amici del “Chiloè” e dare un ultimo sguardo a terra, presi nel lavoro di rassetto. Il commissario, per nulla interessato nella contemplazione dell’isola che era per lui né più né meno che un qualsiasi punto di approdo, aveva chiamato i due giovani nel suo ufficio. Esaminati i loro volti, l’aspetto e gli abiti, s’era formata una opinione sua e subito in base a quella disponeva.
Gino, dacchè s’era incontrato con l’amico, sia per la felicità di trovarsi non più sperso e abbandonato a se stesso, senza mezzi, in un ambiente che gli pareva ostile, sia per la vita libera e sana condotta sul “Chiloè” e i pasti finalmente regolari e abbondanti, goduti, si era prodigiosamente traformato. Lo scarto d’età fra lui e Foscarino appariva ormai evidente. Vero giovanotto, dacchè il viso non era più scarno e le spalle s’erano rimpolpate, sarebbe persino parso cresciuto di statura.
- Facevi il timoniere e salivi dunque in coffa come i marinai sul “Chiloè”? – gli chiese il commissario esaurito il suo esame. – Deve essere proprio un barco perso se si riduce a imbarcar mozzi al posto dei marinai che disertano. Farò credito, per necessità, al tuo Capitano, e ti imbarcherò a ruolo come giovanotto di coperta. Chi s’è sbarcato non valeva forse molto più di te, comunque.
Voltosi a Foscarino, osservò:
- Per te non c’è posto a ruolo regolare. Vedremo poi col dottor Branchi la tua posizione. Intanto andate in guardaroba e provvedetevi d’abiti e di maglie, perché sul “Colibrì” spero vi sarete accorti che non si vive come sul “Chiloè”. Appena scelti gli indumenti, fatevi condurre dalla cameriera di donna Alma, penserà lei ad aggiustarveli se non fossero su misura.
La mitica tellina, sacra ai superstiti della favolosa Atlantide del Pacifico, spariva all’orizzonte assorbita dalle brume serali. I due ragazzi poterono appena intravvederla nel suo vago aspetto triangolare mentre obbedivano al commissario. Il guardaroba era ben fornito. Per ogni uomo dell’equipaggio v’erano doppie tenute in panno e in tela. I ragazzi furono provveduti di calzoni e giubba pesanti, di biancheria e d’un maglione blu sul petto del quale spiccava il nome del panfilo. Non ci fu bisogno di ritocchi agli indumenti, ambedue essendo usati, per la vita di collegio e di emigrante, a rimediare di propria inziativa.
Riposti i vecchi abiti nei sacchi, siccome nessuno badava a loro, s’avviarono a prua.
- Ti ricordi le nostre cene nella cabina del “Chiloè”?
- Erano belle.
- Qui tutto è così lustro che ho timore d’accostarmi alla battagliola.
Barca da miliardari. Pensa che cosa costa tenerla armata e farla navigare soltanto per il capriccio di compiere qualche crociera.
- Va’ là, che ad ogni modo, noi faremo quella del Capo Horn gratis.
S’era fatto buio intanto e lungo la doppia passeggiata di coperta s’erano accese spesse file di lampade.
Cenarono con l’equipaggio e se ne tornarono a prua nella zona buia. Il dottor Angelis e i suoi ospiti, in abito nero, sedevano con le signore a ridosso del ponte di comando, in una specie di salottino allo scoperto, mentre la radio trasmetteva notizie in lingue diverse o musica.
Solo il giorno dopo Gino entrò in funzione agli ordini del nostromo, accoppiato a un casseriere che gli faceva da istruttore per tenere in ordine la coperta. Un cameriere lucidava gli ottoni e Foscarino fu trattenuto nell’ufficio del commissario a sbrigare piccole faccenduole più da commesso che da impiegato.
Lo scorse il dottor Branchi, levatosi prima degli ospiti, e lo invitò a passeggiare con lui.
Occorre avvertire i tuoi parenti del mutato programma, figliolo mio, - gli suggerì. – Il “Colibrì” disponde d’un discreto apparecchio radio che può far ritrasmettere qualunque messaggio.
Foscarino ne profittò per avvertire il cugino Marco e Zio Bronci della crociera di ritorno. Il Console a quest’ora certo aveva avuto il messaggio consegnato al veliero, per cui non occcorreva avere altre preoccupazioni.
- E il tuo amico? Penso che gradirebbe anche lui mandare qualche saluto.
Foscarino andò a consultarsi, e Gino dopo aver un po’ riflettutto pensò di approfittare dell’occasione per dar la notizia alla mamma che aveva mutato impiego, senza nulla precisarle per non allarmarla. Avrebbe voluto invece spedirle un vaglia, proponendosi di aiutarla perché si trovasse meno obbligata coi parenti, ma ancora non era giunto il momento. Più tardi il dottor Angelis chiamò Foscarino nella sua cabina-studio.
Le tue informazioni sono state tempestive ed esatte. Ho avuto conferma dal mio agente di Buenos Aires sulla partenza regolare dei dirigibili. Ti trovi bene sul “Colibrì”?
Era cordiale e voleva conquistarsi la confidenza del ragazzo di cui volle sentire un sunto dei viaggi intrapresi.
Quel Capitano del “Chiloè” era in vena e penso abbia lavorato con la fantasia dei marinai, conviene quindi che ne parliamo un po’ fra di noi senza arbitrarie interferenze.
Donna Alma s’era aggiunta alla conversazione e Foscarino dovette acconciarsi a ripetere la successione degli sbalzi che lo avevano condotto sul “Colibrì”, guadagnandone un consolidamento di simpatia che gli consentì di trovarsi un po’ meno sottomesso all’autorità del commissario.
Il dottor Branchi s’era sobbarcato ai doveri della guardia regolare, in sostituzione dell’ufficiale, con vero godimento. Fu possibile così al ragazzo l’accesso al ponte, visto che il suo protettore mostrava gradirne il contatto.
Un po’ vuote presero a trascorrere le giornate, con un mare abbastanza benevolo anche se spesso opaco a subdolo, finchè dopo due settimane giunsero in vista dell’agognata costa cilena del sud. Le ore più belle i due ragazzi, diversamente intenti a migliorare la loro cultura nautica sotto la guida ora del nostromo, ora del commissario, e più spesso del dottor Branchi, le trascorrevano la sera a prua, nella zona lasciata in ombra dalle lampadine.
Tutto ciò che la loro fantasia era capace di evocare e creare veniva messo in comune, quasi soltanto favoleggiando riuscissero a comunicare e sentirsi uditi.
Ho udito che passeremo in vista di lontani vulcani in eruzione.
Mi ha detto il nostromo che sarà una navigazione accidentata se ci terremo troppo sulle coste.
- Hai visto che moltitudine di arcipelaghi sono segnati sulle carte?
- E che altissime montagne si levano poco lontano dalla costa.
- E’ la continuazione della Cordigliera che si frantuma ed esaurisce appunto sul Capo Horn.
- Faremo lo Stretto di Magellano?
- Chissà, penso di no. Sarebbe certamente molto bello.
I loro interrogativi si moltiplicarono appena videro sorgere in lontananza, nitide, altissime cuspidi nevose con ampi anelli di nubi cangianti a varie altezze. Le signore specialmente non lasciavano il ponte, intente ad osservare con esclamativi di meraviglia l’apparizione.
Il primo giorno fu un susseguirsi di visioni alpine godute dal largo. Purtroppo subito nella notte il fastidioso mare lungo delle coste sud-americane del Pacifico prese a far rullare così noiosamente il “Colibrì” che l’osservatorio si rivelò presto scomodo e conturbante per le signore, nonostante fossero ormai provette viaggiatrici.
A interrompere il superbo film e a variarne le luci in una successione di fosche proiezioni, salirono dalle freddi valli banchi di nebbia, che ora ovattavano le pendici ora occultavano le cime.
Nonostante le insistenze di donna Alma, il dottor Angelis non consentì al “Colibrì” di insinuarsi nel golfo di Valdivia, nemmeno per sostare un’ora innanzi ai giardini dell’Isola del Re.
- Vi concederò l’approdo alla vecchia Punta Arenas, che hanno ribattezzato, chissà perché mai, Magellano. Vi prego quindi di non insistere, - disse cortese e fermo agli ospiti sempre pronti a sostenere uniti i desideri della padrona, anche per debito di cavalleria. – D’altra parte, se non si compiono escursioni in terra, è proprio dal mare che si godono le migliori prospettive di questo paesaggio. E loro sanno che non s’organizzano troppo rapidamente le carovane escursionistiche quaggiù e che una volta discesi il tempo fa presto a sfuggirci.
Dovettero rassegnarsi e in compenso furono gratificati da un così mutevole, magico, variare di colori autunnali, durante il crepuscolo, che nessuno rimpianse la sosta, visto che l’Oceano con le sue onde lunghe s’era fatto di raso traslucido e riverberava sulle frastagliature della costa accidentata bagliori semoventi che non sarebbe mai stato possibile contemplare nella loro intensità chiusi entro i golfi.
Fumacchi che non avresti saputo definire, se di vulcani o di vapori erranti, accompagnarono da lontano, nella rotta costiera, la nave, finchè improvviso non si levò di prua, come un nembo, la raffica impetuosa d’una gelida ventata.
- Il Capo Horn vuole forse darci il benvenuto? – esclamò il dottor Branchi di guardia.
Fu appena necessario un cenno perché il nostromo sprangasse con la sicurezza, boccaporti, oblò e finestre di passeggiata, e sgombrasse la coperta.
Dal comodo salotto superiore, attraverso ai cristalli, i passeggeri si godettero spruzzi e slavate a ventaglio, tanto che il “Colibrì” pareva cavalcasse impennandosi anziché navigare. Il beccheggio fu a una cert’ora così aspro che le eliche s’udirono girare a vuoto.
- Siamo nella tempesta? – si chiesero inquiete le signore.
Avvisaglie di Capo Horn. Non sono che piccoli anticipi. Ci voleva solo l’ostinazione di mia moglie per fare la circumnavigazione dell’America mentre ci avviciniamo a l’inverno, - osservava il dottor Angelis lieto di potersi prendere una piccola rivincita. – Chi non sa che verso il Sud del Cile è bello appena in estate navigare e compiere escursioni?
- Va’ là. Se proprio vuoi aver ragione – rispose la moglie conciliante – te la concedo. Ammetterai però che si poteva quasi esser stanchi del lungo bel tempo e del caldo di Honolulo. Un po’ di varietà è ciò che dà sapore all’esistenza.
- Ben detto, donna Alma…
E continuando a conversare su questo tono, nonostante le incappellate che qualche volta avvolgevano il “Colibrì”, mentre qualche onda, frangendo a prua, irrompeva come una cateratta sulle passeggiate, i gitanti badavano a non annoiarsi e a contemplare ciò che trascorreva al di là dei solidi cristalli.
Foscarino aveva inteso quel frammento di conversazione venendo ad annunciare da parte del dottor Branchi che forse, tagliato lo sbocco dal profondo Golfo del Corcovado, il “Colibrì” si sarebbe ritrovato in acque migliori. Ciò che infatti avvenne per cui, dopo alcune ore, era già possibile vedere le ardite signore affrontare il residuo beccheggio all’aperto, a ridosso del ponte.
La navigazione continuò normale, in acque agitate, fra un succedersi di arcipelaghi e un continuo definirsi di isole, isolotti, penisole, scogli e seccami, mentre le montagne perdevano di maestà e l’aspetto del cielo tendeva a livellare in bianco-grigio i toni delle luci.
- Se non si sapesse dove abbiamo la prua, ci si potrebbe immaginare ormai in pieno inverno, - osservò il dottor Branchi mentre i due ragazzi si godevano la sua compagnia in una pausa contemplativa.
Le pellicce di pecora erano uscite dai sacchi e avvolgevano le cuccette. Erano stati previdenti e generosi il Capitano del “Chiloè” e il suo ufficiale di rotta, offrendo ciò che forse era l’unico dono avuto dalla Compagnia della pastorizia per cui lavoravano. Erano stati loro distribuiti passamontagna e sottocappotti di lana essendo fornitissimo il guardaroba, sicchè potevano affrontare all’aperto il gelo che cominciava a pungere le carni.
Le isole presto s’intravvidero bianche; veri blocchi di ghiaccio che ogni tanto pareva erigessero ponti e trabeazioni fra gli stretti canali.
- Domani doppieremo alla levata del sole il famoso Capo, - annunciò la sera, incontrandoli, l’esploratore, dopo aver calcolato quanto ancora rimaneva da percorrere.
Foscarino e Gino, prima che le luci antelucane schiarissero la costa, erano già a prua, a ridosso della murata e sporgevano ogni tanto la testa sul tagliamare, lesti a ritrarsi perché l’aria pareva irta di coltelli acuminati. Fra le catene delle àncore s’erano formati ghiaccioli. La coperta pareva vetrata. Cristalli, presto iridescenti per le luci scialbe che cominciarono a lievitare sulle nubi lontane, brillavano tra i candelieri della battagliola. Tutta la nave pareva damascata, addobbata di pendagli lucenti, coperta da cristalli che il sole, spuntando, pur nella luce smorta animava di riflessi.
- Hanno San Temo dalla loro, - mormorò il nostromo, levatosi forse con la stessa curiosità dei ragazzi, mentre fingeva di trafficare a prua. – Ai miei tempi, che doppiava il Capo Horn aveva diritto di sputare sopravvento. Oggi ci si passa in carrozza.
Una raffica diaccia parve arrivare a contraddirlo e a troncargli le parole in bocca. Mentre i ragazzi s’accucciavano intirizziti, l’uomo si levò per esserne investito a mezzo petto. Ritrovava il suo Capo in quel rabbioso saluto e voleva salutarlo come quando, ragazzo, aveva una volta dovuto affrontarlo in tempesta dalle gabbie.
La costa pareva ormai un insieme di ghiacciai frantumati e desolati. La raffica rinforzando contro il mascone di sinistra fece impennare il “Colibrì” che cominciò ad accentuare la danza. Una fitta gragnuola di ghiaccioli, che rabbuiò l’orizzonte pareggiando le luci così da non poter rilevare da dove il sole salisse, imperversò violenta nascondendo l’isolotto sul quale il famoso Capo venne come sommerso.
Il “Colibrì” avanzò qualche tempo nella bufera, fra mulinelli di schiume e vortici di onde in contrasto; girò lentamente prendendo quasi al traverso la frustata dei ghiaccioli e proseguì avvolto negli elementi in tumulto, del tutto fuori vista da ogni costa o isolotto.
Il brivido, l’emozione di cui era andata in cerca donna Alma, c’era stato. Anche lei non aveva disertato un attimo il suo protetto osservatorio, avvolta sino al naso in morbide pellicce, mentre gli altri passeggeri avevano fatto rade apparizioni o avevano preferito trincerarsi nelle loro tiepide cabine.
Prima che s’avvistasse la Penisola Mitre e si superasse lo Stretto fra questa e l’Isola degli Stati, il tempo instabile mutò almeno tre volte. Entrati del tutto nell’Atlantico, mentre costeggiavano la Terra del Fuoco, il mare crebbe di volume, talchè non fu sempre possibile restare in coperta per i frangenti che la irroravano. Che c’era da vedere d’altra parte? I primitivi navigatori dovettero essere ben fantasiosi se poterono battezzare Terra del Fuoco, solo perché vi scorsero un qualche falò, la costa che scorreva gelida e desolata, percorsa da raffiche diaccie che sollevavano nembi di neve e ghiaccioli.
Il Capitano del “Colibrì”, uomo temprato e silenzioso, del quale nemmeno il dottor Angelis s’era mai saputo conquistare la piena confidenza, nonostante sedesse alla sua tavola durante tutto il periodo di navigazione compiuto insieme, avvistato il Capo Santo Spirito, non lasciò il ponte un minuto, volendo di persona controllare la navigazione notturna fra i banchi dello Stretto di Magellano. Allorché i passeggeri, il giorno dopo, si svegliarono fra le tranquille acque di Punta Arenas, nessuno si rese esatto conto del cammino percorso, né delle zone di mare traversate. La nave, ancorata e cheta, piccolo albergo galleggiante, si specchiava nelle acque grigie con la scaletta ammainata e il motoscafo pronto, così che il dottor Angelis e i suoi ospiti levandosi non ebbero che da scendere e prender terra.
Solo Foscarino, avuta dal commissario la borsa dell’armatore, potè far parte della comitiva che pose piede nella città più meridionale dell’America, fondata da appena un secolo e che sarebbe presto decaduta, dopo l’apertura del Canale di Panama, se non si fosse sviluppata la pastorizia nella Pampa alle spalle e nelle fredde terre vicine. Il dottor Angelis, lasciati gli ospiti in custodia al dottor Branchi, s’avviò col ragazzo alla ricerca di magazzini dove si trattenne quasi fino a mezzogiorno. Liberato della borsa da ufficio, il ragazzo aveva dovuto attendere prima in un atrio riscaldato da una grossa stufa a legna, quindi in un alberghetto lindo e accogliente dove una cortese signora italiana lo aveva invitato a sorbire una grossa tazza di latte-caffè innanzi a una vetrata dalla quale si scorgeva buona parte della piccola città.
Nell’alberghetto giunsero infine anche i gitanti, leggermente delusi per l’aspetto casalingo e raccolto del piccolo centro laniero dove i pochi Fueghini zazzeruti vivevano ormai mescolati alla popolazione senza quasi differenziarsene.
L’unico soddisfatto era il dottor Angelis il quale, come disse un po’ sfacciatamente, per la prima volta durante tutta la crociera, non aveva perduto tempo in oziose contemplazioni. Infatti consegnò a Foscarino, oltre la borsa, un compresso campione di preziose lane di cui aveva probabilmente contrattato grandi partite a prezzi vantaggiosi.
Raggiungendo Gino a bordo il ragazzo ebbe per la prima volta ben poco da raccontare. Insieme si rallegrarono perché l’immediata partenza consentiva di osservare il tronco del Canale di Magellano che non avevano potuto vedere nella traversata notturna, e che in realtà si mostrò poco meno desolato ai loro occhi delle ultime terre intravvedute scendendo sulla costa del Pacifico.


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