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4.1.10

"Su due oceani" di G. Descalzo - La zatterina nella burrasca

Questo post fa parte di "Su due oceani - romanzo marinaro" pubblicato da Giovanni Descalzo nel 1948

Zio Bronci giungendo al pontile per assistere alle operazioni di sbarco del vaporetto, non s’aspettava quel mattino di fine primavera di veder scendere Foscarino, il nipote che da tre anni ormai aveva deciso di trascorrere con lui le vacanze al mare e che i compagni chiamavano il Gancio.
- Già qui?
Uomo di poche parole, non tradì nemmeno nei gesti la sua sorpresa. L’avresti detto seccato per l’arrivo ed era invece lietissimo, tanto che, passato lo scalandrone, si caricò proprio lui del sacco non lasciando il tempo al marinaio dell’attracco di risparmiargli le fatiche.
- Promosso con le medie. Niente esami. Ecco perché arrivo in anticipo.
- Senza nemmeno fare un salto a casa?
- Non verrà presto qui tutta quanta la famiglia?
Aveva sempre ragione lui. L’amore per il mare la vinceva su tutti sino a farlo venire direttamente dalla scuola nautica che si era scelto in una cittadina della costa, appena superate le elementari, direttamente in vaporetto senza nemmeno avvertire quei di casa. E Zio Bronci, segretamente lusingato, se lo guardava compiaciuto, già marinaretto nonostante che per l’età nessuno lo avrebbe sinora voluto a bordo più che come mozzo.
A bordo però se lo portava lui ogni giorno, facendolo felice di vederlo crescere col suo stesso istinto e di sentirlo appassionato a tutto ciò che trattava di reti e di navigazione, di viaggi e di traffici marittimi.
- E’ arrivato il Gancio, - si sentì gridare dalla scogliera sotto la gettata.
Era Parcitti che frugava in cerca di polpi e dava l’annuncio a tre compagni intanati sotto il pontile e intenti alla stessa bisogna.
Foscarino se ne compiacque. Gli era tutt’altro che sgradita quella popolarità. Gancio, l’avevano soprannominato, e perchè poi?
- Sembra che tu resti agganciato ovunque ti getti, non è così? – gli aveva detto un giorno Zio Bronci.
Ed era talmente vero che aveva finito per adattarsi al nomignolo al punto che quando tornava in paese, dimenticava addirittura di chiamarsi con quel suo curioso nome veneto, voluto dal padre che non era nativo del litorale ligure.
Zio Bronci non s’oppose a lasciar trafficare il nipote con la zatterina, una specie di vecchio gozzetto, quasi sempre a secco, appena lo vide mutato d’abiti correre sulla spiaggia. In capo alla giornata la barchetta mezza sdrucita aveva già la sua attrezzatura ed appariva così in ordine da non lasciar immaginare la sua lunga inoperosità.
Il mattino dopo però, quando vide il ragazzo avvolgere la veletta, carica fiocina e lenze e armarsi di bugliolo a cristallo, tentennò il capo.
- Il tempo è tutt’altro che stabile. Non t’allontanare dalla Cala Grande. Al largo questa bava di tramontanella spira fresca e potresti trovarti in difficoltà perché ha l’aria di rinforzare e mutare.
Foscarino fissò le acque increspate, e osservata la maretta al largo, più viva là dove si delineava l’orizzonte, fece zavorra, per cautela e varò senza alcuna apprensione.
Gettata la traina ad esca finta, a ridosso appunto nella Cala Granda, prese a sarcire avanti e indietro traendo ogni tanto a bordo qualche occhiata. L’occhiata, come sempre, era più viva là dove l’onda cominciava a incresparsi, non sai se incapricciata di spume o gioiosa di tuffi. Il ragazzo, avido di bottino, prese a lasciarsi allargare dalla corrente, pronto ogni tanto a virare di bordo e a tornare a ridosso. Ma il pesce spessiva proprio nella corrente sicchè, tentato dalla buona preda, vi si tenne sul filo occupandosi soltanto della pesca.
Uno dei primi temporali di fine primavera era venuto intanto addensandosi sulle montagne, alle spalle del paese. Nel calore del lavoro Foscarino non s’avvide quanto l’aria si rinfrescasse e come ne aumentasse il volume, intento a danzare ora sulle creste ora sui valloncelli, insensibile al mal di mare. Aveva tirato a bordo due grosse occhiate e buttata appena la traina, quando uno strappo più violento l’avvertì che stava abboccando qualche cosa d’insolito.
Cauto, con la maestrìa che aveva imparato dda Zio Bronci, cominciò a filare e a ritenere, timoroso d’un colpo violento che cimasse amo ed esca lasciandolo deluso. Il grosso pesce – che mai poteva essere? – agitava le acque negli sballottamenti e forzava, filando in corrente, quasi si proponesse di rimorchiare al largo la zatterina. Il Gancio, non aveva occhio che alla lenza, ritto nel centro del barchetto e intento a molleggiarla con le braccia. Purtroppo il pesce la vinceva, e anziché rientrare, la lenza era ormai quasi al sughero, per cui raddoppiò le cure certo di riuscire finalmente a stancarlo.
Fu mentre, fisso alla continua altalena, non curava che di salpare lentamente la traina, greve per la bella preda incocciata, che un pallone di nubi venne ad oscurare il sole avvertendo l’imprudente marinaretto che era tempo di pensare al governo della barca.
L’alberetto nel beccheggio sbatteva l’antenna sulla quale la piccola vela era raccolta, fradicia per gli spruzzi. Non si perse d’animo comunque, e presa tra i denti la lenza agitata sempre dalla vittima irrequieta, tentò far agire le manovre. Per quanto avesse lavorato di sevo, le cime ritorte e indurite per l’umidità e la lunga inazione stentarono ad obbedire, sicchè prima che la piccola antenna fosse sistemata la zatterina venne investita comtemporaneamente dal primo nembo di pioggia e ingavonata nella raffica che la portò del tutto fuori d’ogni possibile riparo, fra le creste dei cavalloni che sempre più ampi correvano al largo.
Il grosso pesce, quasi avesse intuito la critica situazione del pescatore, con uno sforzo violento riuscì a troncare la seta insidiosa che reggeva gli ami e a fuggirsene con le labbra lacerate. Foscarino, pur non avendolo dimenticato, badava ormai a dare una certa stabilità al piccolo naviglio, il quale intanto, preso in un refolo prima che la veletta fosse spiegata, aveva messo la prua nella corrente e fuggiva dalla costa reggendosi assai bene grazie alla provvidenziale zavorra.
Sistemata la vela, per quanta perizia il Gancio dimostrasse nella manovra, serrando la scotta e lavorando di timone, capì che non avrebbe mai potuto virare di bordo e tanto meno bordeggiare verso la Cala Grande.
Era innanzi il mare aperto, più agitato man mano che avanzava. Minaccioso se avesse osato contrastarlo, consentiva invece alla zatterina di reggersi, se ne secondava la corrente e s’abbandonava alla spinta naturale del vento.
Bello è correre al gran lasco quando si è favoriti nella direzione da tenere, ma non lo è altrettanto quando vi si è forzati dal timore di far naufragio. In una pausa apparente della burrasca ormai nel suo pieno sviluppo, il ragazzo tentò la virata. Per poco la vela non lo prese accollo buttandolo in mare, e fu miracolo che non ne uscisse disalberato.
Il frangere delle onde di poppa faceva ogni tanto imbarcare acqua. Previdente, diede volta alla scotta e non mollando il timone cominciò ogni tanto ad aggottare con la votazzola nei momenti meno agitati, riuscendo così ad espellere gran parte del liquido e a mantenere l’equilibrio nell’appesantimento del guscio.
La terra era ormai completamente sfumata a poppa e la burrasca stava sfogandosi, senza ostacoli di montagne, in pieno mare aperto. Spiando la cappa grigia tra le raffiche di pioggia, il Gancio scorse dopo alcune ore di navigazione alla cieca, una fenditura luminosa a levante. Là ove i nembi si diradavano, pareva che lentamente la furia si attenuasse. Con oculata manovra si studiò di metter la prua sul sereno e fu lieto di constatare che mentre la burrasca attenuava la sua furia, riusciva a porsi abbastanza fuori dal suo centro, in una zona di mare un po’ meno turbolenta.
Prima cura del ragazzo fu quella di agottare tutta l’acqua imbarcata e d’evitare il frangere dei cavalloni per asciugare alla meglio vela e abiti. Non avrebbe potuto dire quante miglia al largo era stato trascinato, né a stabilire quanto era scaduto a sud e neppure quante ore era durata la buriana, allorchè il sole tornò a rasserenare la scena del mondo. Era già molto importante che si trovasse ancora in vita e sopra un barchetto che avrebbe ormai sopportato bene il mare, sempre ribollente, visto come s’era comportato nel primo impeto del temporale e durante la sua sfuriata.
Studiandosi di seguire il migliore orientamento, prese a bordeggiare appena la diminuita pressione delle raffiche glie lo consentì, ma s’accorse, a sera, che ben poco profitto era riuscito a trarre dai suoi sforzi, perché nel cerchio dell’orizzonte, fattosi limpidissimo, non riuscì a scorgere né la sfumatura della costa né la più lontana vela.
Mentre il sole calava in mare aperto, il vento parve placarsi e le acque s’ammansirono. Alla maretta vivida di spruzzi e di contrasti, successe un mare lungo, ondulato, che via via mostrava di volersi quietare. Il Gancio s’accorse allora d’avere lo stomaco vuoto. Le occhiate, sballottate dal beccheggio e agitate dal rullìo, avevano finito per ammuccchiarsi a poppa quasi sotto i suoi piedi. Salpò la prima che gli capitò nelle mani, fresca e soda, e rimpianse di non avere nemmeno il modo d’acconciarla sulle braci. Tratto il suo coltello da marinaio, inseparabile, prese a squamarla, e poi diede coi denti nella carne illudendosi di divorar patelle e molluschi per vincere la prima repulsione del sapore crudo. Non c’era altro modo per calmare lo stomaco.
Il buio sopraggiungeva intanto mentre s’affievoliva più e più l’aria, così che il vantaggio del bordeggiare era vinto dalla corrente ancora sensibile. Che c’era da fare? Resistette a lungo al timone nel tentativo di mantenere la prua indirezione della costa, finchè lo colse a tradimento la spossatezza. Rannicchiatosi da basso, per evitare in qualche modo l’aria della notte fattasi pungente, rimase con solo un braccio appeso alla barra. Le stelle brillavano nitide, ma non era possibile continuare a seguirne il corso con vigile prontezza, sicchè la zatterina continuò tutta la notte a veleggiare verso l’ignoto, spinta dalle sensibili correnti e dalle folate intermittenti che la orientavano a loro capriccio.


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