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4.1.10

"Su due oceani" di G. Descalzo - L’oceano delle isole che scompaiono

Questo post fa parte di "Su due oceani - romanzo marinaro" pubblicato da Giovanni Descalzo nel 1948

Nemmeno il nostromo, che evitava ormai di trovarsi coi ragazzi non volendoli elogiare e tanto meno maltrattare, sia pure bonariamente, se la sentì di cacciarli dalla prua allorchè, qualche ora dopo, la nave s’appressò al veliero. Avevano rimesso in ordine anche la cabina dell’ufficiale più pronto al mugugno, in quattro e quattr’otto, risparmiando proprio a lui i continui rimbrotti perché non sapeva trovare il modo di aver liberi due uomini per quel lavoro. Poteva quindi mostrarsi generoso.
Foscarino ed il suo amico ne profittarono e, tenendosi sul tagliamare, si godettero beati la vista della nave che cominciava a segnalare e pareva disposta a mettersi in panna.
- Quel barco deve essersela vista brutta in questi giorni, - si dicevano i marinai.
L’occhio esperto infatti poteva scorgere come avesse patito danni.
Cessato il mare lungo, il “Chiloè” s’era trovato a navigare quasi in una placida bonaccia. Dal ponte cominciarono svolgere sagole. Salirono bandiere che fecero saltar giù dal tagliamare Foscarino per correre curiosare. Apprese che il bastimento era diretto a Concepción e che avrebbe accettato messaggi.
- Se vuoi scrivere un biglietto al Console, sbrigati, - gli suggerì l’ufficiale di rotta.
- O preferiresti rimpatriare col tuo amico? – chiese il Comandante. – Quel bastimento non ha l’aria di essere una freccia e mi pare abbastanza maltrattato dalla tempesta, ma è certo che potreste avvantaggiare sicuramente qualche settimana se non incontra tempi peggiori.
L’invito non era un ordine. Chi lo porgeva aveva l’aria di non consigliarlo con troppo calore. Foscarino, imitato dall’amico, rinunciò all’incerto rimpatrio e corse in cabina a scrivere. Il canotto era stato appena calato sotto la biscaglina intanto che il “Chiloè” s’era arrestato presso il veliero, che già il ragazzo vi scivolava dentro col suo amico e due marinai per recarsi a consegnare la posta del Comandante e quella di bordo insieme alla sua frettolosa lettera.
Il veliero aveva chiesto tabacco, essendo in navigazione da due mesi ed avendo esaurita la provvista. Inviò in cambio quattro bottiglie di rum che non giunsero sgradite sul “Chiloè”. Effettuati gli scambi e mentre il canotto veniva issato in coperta, le navi si salutarono e ognuna riprese la sua rotta.
Di Mas a Fuera nemmeno l’ombra era stata avvistata.
Il “Chiloè” l’avrebbe toccata al ritorno e ciò deluse non poco i ragazzi, che per consolarsi misero a soqquadro e ne rinfrescarono pavimenti e pareti in un febbrile lavoro di verniciatori ormai addestrati.
La calma lasciata dalla tempesta, di cui s’era rimasti ai margini, rendeva il viaggio sul “Chiloè” sereno come una crociera. Il nostromo, disinteressatosi del tutto dei ragazzi, non ordinava loro alcun lavoro, potendo coi suoi uomini picchiettare e pitturare senza disagio. Il Comandante, finite le verniciature, li lasciò in pace.
Liberi, nelle otto ore d’intervallo fra la guardia del mattino e quella della sera, continuavano solo a seguire le lezioni di segnalazione cui era passato l’ufficiale, che aveva intanto variati i còmpiti inviando arriva Foscarino a far la vedetta perché Gino prendesse pratica del timone.
Rimanevano ore libere per oziare a prua, contemplare il mare, giocare ed esplorare la nave. Nei due sacchi si ricordarono d’aver stipata la scacchiera. Cominciarono partite che finirono per interessare ufficiali e marinai, dando luogo a un vero e proprio torneo vinto poi dal terzo ufficiale, un tipo silenzioso ed attivo che si vedeva raramente in coperta nelle ore di riposo.
Col resto dei doni avuti nei negozi d’angolo, cominciarono a sedurre anche gli uomini meno cordiali di bassa prua, coi quali fu possibile finalmente stabilire buoni rapporti. L’ubriacone, ammaccatosi per la spinta vivace di Gino, non serbava coi ragazzi astio di sorta, mal ricordando i confusi episodi dell’imbarco. Fu anzi, nelle ore libere, il più loquace narratore di avventure, parte vissute, parte ascoltate tra i fumi del vino in chissà quali bettole, e parte immaginate con vivace fantasia, e fu quello che, facendosi rimbeccare ironicamente dai compagni, induceva un po’ l’uno un po’ l’altro a variare i temi delle lunghe conversazioni, con racconti sempre più attraenti.
L’Oceano Pacifico, una volta tanto, volle fare onore al suo nome. Era quella illimitata estensione d’acque tumultuose, sconvolte da vulcani sottomarini, dove apparivano e scomparivano isole ogni tanto, che davvero stavano navigando? I ragazzi non l’avrebbero mai immaginato se l’ufficiale di rotta non avesse raccontato loro episodi drammaticissimi riportati da marinai scampati per miracolo o letti sui giornali di bordo di navi giunte in porto conciate come relitti.
- Talune carte segnano in questo punto – osservò il decimo giorno di navigazione – lo scoglio Podestà. Per quanto si sia cercato, da quando il “Chiloè” fa la linea di Pasqua, non c’è mai stato possibile avvistarlo. Fu visto e localizzato da un Capitano camoglino. E’ certo sprofondato come innumerevoli altri scorti da Inglesi, Danesi o Spagnoli, nell’abisso in continui mutamenti che sprofonda sotto le acque.
Un altro giorno raccontò la storia d’un veliero, ancora di Camogli, che avvistò una gigantesca onda levarsi e correre contro il bastimento. Chiuso l’equipaggio sotto coperta, sigillati i boccaporti, il Capitano si legò alla barra deciso ad affrontarla di prua. Quando la valanga ebbe sballottata come una nocciuola la nave e, contusi e feriti gli uomini poterono uscire in coperta, sul barco rimanevano due tronconi d’albero e il Capitano, mezzo massacrato, ma ancora vivo, pendeva fuori della murata nel groviglio dei cavi che l’avevano trattenuto mentre la furia travolgeva vele, pennoni, lancia e timone succhiandoli nel vortice.
- Han portato fortuna, questi birboni, - esclamava ogni tanto il Comandante. – Sono un po’ delusi per non aver neppure intravvista una delle isole di Juan Fernandez. Quel Robinson Crusoè, pare impossibile, è sempre l’idolo della gioventù. Se ne rifaranno grattando quelli di prua e rimpiango proprio di non poter porgere l’orecchio a ciò che i gaglioffi si fan bello di raccontare, perché immagino come le sballeranno. Sono pellacce cui non manca la materia, fin troppo ben vissuta, intendiamoci. Però sono certo che a lungo andare, pur di farsi belli, dànno nel fantastico. Marinai e cacciatori si equivalgono quando si tratta di abbellire e ingigantire le proprie storie. E’ così?
Dopo due settimane sarebbe stato difficile indicare un minuzzolo di nave, dalla sentina alla formaggetta del trinchetto, ove i ragazzi, con una scusa o con l’altra, non si fossero cacciati. Il nostromo che li aveva esonerati dal servizio mattiniero di lavaggio dopo il primo discorsetto, e se li era visti adottare come marinai, ogni tanto crollava il capo insoddisfatto. Pure, benchè non li avesse tollerati nel suo buco odorante di cagna e di trinciato forte, in segreto era forse geloso per la confidenza che un po’ tutti due s’erano guadagnati.
Al quindicesimo giorno Foscarino osservandolo armeggiare nelle stive coi cassieri si fece animo e l’interpellò:
-Stiamo per arrivare?
- Hai fiuto, - fu la risposta data, alzando un attimo il volto per fissarlo sorpreso.
Corse a comunicare la grande notizia a Gino che aveva ripreso il posto in coffa dopo una settimana di timone.
- T’invidio, come t’invidio. Sarai il primo ad avvistarla.
- Se spunterà dal mare nella nostra guardia.
- Già. Lo vedremo stasera.
Salito sul ponte un po’ prima che la campanella ve lo chiamasse, Foscarino riuscì a dare una sbirciata alla carta stesa nella contigua saletta nautica. L’ultimo punto tratteggiato sulla retta che partiva da Valparaiso e rigava l’Oceano sino all’Isola di Pasqua, era segnato assai vicino.
Col compasso, misurando il cammino annotato delle ultime dodici ore, arguì che sarebbe occorsa quasi ancora una giornata per approdare. Si fece animo e salito l’ufficiale di rotta domandò:
- Arriveremo dopo mezzogiorno?
- Fra le tredici e le quattordici, credo, - rispose punto sorpreso il compiaciuto maestro.
Appena l’ufficiale si distrasse per le osservazioni, intanto che il sole s’abbassava, Foscarino battè nel tubo del telefono e ragguagliò l’amico. Fu una delle poche volte in cui non si domandarono “Che vedi?” e non si risposero gioiosi: “Il mare”, aggiungendo qualche volta l’aggettivo: verde, blu, oscuro, azzurro, per meglio qualificarlo nello speciale aspetto dell’ora.
La sera, cenando nell’intimità della cabina, alla luce rossigna della lanterna, si dilungarono a parlare dell’isola ignota. Foscarino ripetè per la centesima colta quanto gli aveva raccontato il Console.
- Se c’è un esploratore che vi soggiorna da tanto tempo, chissà quali meraviglie nasconde.
- E pensa a quel Cardinali cui portiamo i sacchi. Quello è un Robinson autentico…
Ne parlavano ancora quando già coricati l’uno al disopra dell’altro avevano spenta la lanterna, non riuscendo a prendere sonno con la rapidità delle altre sere.
Il cresciuto numero dei gabbiani accodatisi al “Chiloè” venne ad annunciare già a l’alba l’approssimarsi della terra. Smontati di guardia i ragazzi si tennero sempre a prua, ora interrogando con lo sguardo l’ufficiale sul ponte, ora fissando il marinaio in coffa. Proprio mentre stavano a tavola nella saletta sottufficiali, la campanella del trinchetto segnalò l’avvistamento della terra. Corsero difilati in coperta e fu l’unica volta che si dimenticarono di togliere tavola costringendo il cuoco a venire a riprendersi casseruola e tegame.
- Voi due avete poco da temere, - gridò il maestro d’armi salito dopo qualche tempo per godersi anch’egli l’arrivo. – Andate sempre senza cappello! Perché qui è uso vederseli rubare sin da quando v’approdò quell’Olandese che la battezzò, avendo gettato le àncore il giorno di Pasqua.
- Sopportati in plancia, quali timonieri, badando a non impacciare i passi del silenzioso terzo ufficiale di guardia, presero a passarsi i binoccoli, visto che erano inattivi nella sala nautica.
- Ha la forma d’un triangolo quest’isola, e ai tre lati si distinguono dei vulcani spenti, - spiegò vedendo con quale interesse i ragazzi la scrutavano.
Collinette aride a cono, radure oscure e petrigne si distinsero prima, fra aguzze punte di scogli merlettati di schiume, quindi fu possibile avvistare piccole macchie chiare, forse di mandre al pascolo. Giunti ormai presso il fondale di Hanga–Pico fu necessario lasciare il ponte intanto che il “Chiloè” s’apprestava a calare le àncore.
Una baleniera spuntò da dietro all’approdo e diresse sul vaporetto che ultimava le manovre. Si vedevano vogare uomini gallonati e si potè presto distinguere a poppa un signore che aveva l’aria assai diversa di chi vestiva le spaiate divise. Venne ammainata la reale e il Comandante si presentò al barcarizzo in persona avendo riconosciuto il visitatore che stava per salire.
- Le portiamo non solo posta e provviste, doni per il suo naufrago italiano e giornali, ma persino due marinaretti – gridò allegro intanto che il visitatore prendeva a salire.
“Caro dottor Branchi. Ha animo di durarla ancora a lungo a far l’eremita? Si lasci ammirare perché la trovo proprio una persona rara. Soltanto il dottor Aurelio Oyruzum credevo capace di tanto. Lui vi ha resistito un paio d’anni e ci sarebbe forse ancora se non l’avessero richiamato a Santiago. Si può sapere cosa v’andate cercando? I tesori, se ancora ne esistono, sono a Mas a tierra. E’ là che pirati e bucanieri, ladroni e schiumatori di mare, hanno gettato i forzieri quando non sono riusciti a sfuggire alla caccia dei galeoni della Grande Armata. Un po’ di storia, finiamo per impararla anche noi navigando."
Si strinsero la mano intanto che i gallonati, scalzi e coi vestiti a toppe, invadevano la coperta. Bizzarri ufficiali e sottufficiali davvero sarebbero stati a vedersi, se qualcuno non avesse tosto spiegato che si vestivano di vecchie divise avute in regalo non avendo di meglio, quei poveri e simpatici nativi.
Foscarino s’affrettò a consegnare la lettera del Console. Il Comandante intanto tesseva la storia dell’imbarco clandestino con aria faceta, inducendo l’ospite a passare in cabina per potergli offrire un sorso di vecchio rum insieme agli ufficiali.
I due ragazzi si trovarono oggetto di discussione e centro di curiosità. Interpellati ogni tanto, raddrizzavano le affermazioni del Comandante sostenendo la verità contro le sue divertite insinuazioni finchè, necessitando sbrigare le pratiche, la compagnia si sciolse.
- Ne abbiamo per più giorni, miei cari figlioli. Qui si carica con l’unica baleniera che è sotto la scaletta, rinforzata dalla lancia con la quale vi siete gettati a bordo. Lavoro lungo quindi, perché dobbiamo stipare le stive, i corridoi e la coperta della lana che han tosato in un anno a tutte le pecore dell’isola. Siete dunque liberi. Il dottor Branchi sarà ormai il vostro ospite e la vostra guida. E Dio sa se vi invidio, visto che imparerete prima di me a capire l’importanza di questo scoglio che ha la virtù di far sempre sudar freddo i marinai che vi sono diretti.
Con quel discorso, fatti prelevare i sacchi e i plichi dell’esploratore dai gallonati, i due ragazzi s’avviarono felici dietro il dottor Branchi sul canotto del Comandante, insieme all’ufficiale di rotta che scendeva per gli accordi del carico.
In terra furono subito circondati da un nugolo di ragazzi e di bambine, di giovanotti e di ragazzette, non poche delle quali reggevano vispi pupetti. La popolazione dell’isola si riversava a curiosare all’approdo e buona parte accompagnò in corteo gli arrivati lungo la sassaia che fungeva da strada, sino al lontano villaggio di Hanga-Roa, l’unico dell’isola.
Fra le baracche e casupole spiccava la casetta del Governatore. L’unica bottega, dove si barattavano merci, essendo pressochè ignota la moneta, era chiusa, e chiusa era altresì la chiesetta che s’apriva ogni tanto, all’arrivo fortuito di qualche sacerdote che veniva a battezzare i nuovi nati, a confermare i matrimoni avvenuti e a benedire i poveri morti.
Raffaeli Cardinali, il naufrago viareggino, forte, massiccio, idolo degli indigeni per la sua bontà, non s’attendeva di veder giungere il dottor Branchi con ben due sacchi di doni tutti per lui. Estrasse per prima cosa la bandiera e la issò sull’altenna che s’era da lungo tempo preparata, in segno di giubilo, quindi, si fece in quattro per rendere la casupola degna di accogliere gli ospiti.
Foscarino s’aspettava almeno il racconto del tragico naufragio dal quale era scampato solo, invece l’ospite non fece che tempestar proprio lui di domande volendo sapere come aveva lasciato il paese visto che da così poco tempo ne era partito. Tutti così gli emigrati, dal più fortunato al più sperduto. La loro persona, la loro storia non conta. Contano solo le notizie della patria. Senza riluttanze Foscarino sostenne l’interrogatorio, lieto di vedere come ogni novità rischiarasse in viso il singolare Robinson che aveva per sempre rinunciato a rivederla.

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