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4.1.10

"Su due oceani" di G. Descalzo - Sul Riachuelo, nel quartiere genovese di Buenos Aires

Questo post fa parte di "Su due oceani - romanzo marinaro" pubblicato da Giovanni Descalzo nel 1948

Affidata in buone mani la sistemazione del deposito di Santos, indispensabile per la base di San Paolo, la grande città dell’altopiano, Capitan Ekengren dette ordine di ripartire. L’apparecchio flottò nel canale suscitando piccole onde che corsero a lambirne i margini e, levatosi sui relitti della nave semisommersa, s’allargò sull’oceano sparendo poi ai margini della costa.
Il pampero, vento tempestoso che rompe dilagando dall’interno anche sul golfo di Santa Caterina, non si fece vivo che con qualche vivace refolo proprio quando l’aereo trasvolava rapidissimo il grande arco, staccandosi dal litorale sino a vederne qualche volta sparire i netti contorni.
Sistematosi a fianco del suo amico, Foscarino tardò a leggere la prima nota sotto il singolare itinerario tracciato nella pagina del brogliaccio. Tornato l’apparecchio, dopo un lungo tragitto, ai margini della costa, e comparso nella varietà dei mutevoli aspetti uno specchio d’acqua al di là della zona marina, il motorista prese a scrivere:
“Lago di Porto Alegre”.
Il ragazzo corse a consultare la carta. Dio mio! E’ laggiù che avrebbe dovuto andare a sbarcare se a Fernando di Noronha non si fosse imbattuto nel motorista? Capitan Merigo doveva proprio caricare il pesce per Porto Alegre e data la beata indifferenza sua e del suo equipaggio, è certo che non avrebbe mai trasgrediti gli ordini dell’armatore per isbarcare un passeggero. Sarebbe stata una ben noiosa peregrinazione. Si compiacque della mutata sorte pensando che, forse sì, come gli aveva gridato Capitan Ulzen, la Madonna della Guardia vigilava anche su di lui come sui marinai dei due ampi golfi mediterranei. Con questa certezza consolante se ne tornò ad ammirare il lago capriccioso che ora sempre meglio si sviluppava al di là della costa, e fece un gaio cenno di addio con la mano al malinconico Porto Alegre ficcato sul fondo.
La doppia visione del lago, della costa e del mare, durò ancora un bel po’. Dopo circa un’ora di quelle rapide visioni d’acque e di coste il lago ogni tanto interrotto e che forse non aveva continuità ogni tanto si frantumava in altri brevi o ampi laghetti, prese ad assotigliarsi del tutto e lentamente a sparire. Tornò la visione varia della costa, ogni tanto piana con, ora, ampie distese di spiaggia che avresti detto di candida arena.
“Continuiamo la rotta sulla costa”, scrisse sul traccuino il meccanico dopo aver letto uno dei biglietti che gli faceva rimettere il Capitano ogni tanto. Essendo in anticipo, sia per la forte media oraria tenuta, sia per aver saltato buona parte degli scali previsti, Capitan Ekengren preferiva non tagliare attraverso all’Uruguay per raggiungere l’estuario della Plata.
Il litorale con le sue spiagge superbe, ora che l’apparecchio non volava più così alto come nella mattina, non aveva quell’attonità immobilità che dava a volte la sensazione d’essere sospesi anziché lanciati nello spazio. Si animava, aveva trapassi rapidi e vi fu più di una volta che Foscarino riuscì a veder scorrere sul suolo la lieve ombra dell’apparecchio, ombra che con la sua corsa gli dette, meglio d’ogni altro punto di riferimento, l’idea della velocità a cui erano lanciati.
“S’avvista Montevideo”.
Nell’uniformità lievemente collinosa, il distacco dei centri abitati risaltava con evidenza. Il nastro delle spiaggie assolate si svolgeva con un susseguirsi di zone verdi come parchi e di bianchi agglomerati di case.
“Si nota già il Rio della Plata. Guardare il colore delle acque”, scrisse il motorista.
L’azzurro del mare veniva infatti cedendo a una tinta leggermente cretosa.
Il fenomeno del mutamento di colore nelle acque non distrasse Foscarino dalla visione della maestosa città stesa intorno a una collinetta e sviluppata sopra un piano architettonico armonioso. L’altezza a cui si teneva l’apparecchio consentiva di ammirare gli edifici maggiori che si staccavano a masse nettamente nell’agglomerato delle costruzioni, orientate sopra una pianta regolare.
Fu un colpo d’occhio rapido perché l’aereo si librò tosto sulle acque via via sempre più cretose, d’un grigio argentato che forse ne giustificava il nome. Piuttosto sul mar della Plata che sul Rio pareva di volare, poiché la sponda opposta tardò a profilarsi lontana, bassa e nebbiosa quasi sfumasse all’orizzonte.
Sotto ora si vedevano avanzare in due sensi navi di varie dimensioni. Notando la fila regolare il ragazzo potè presto rendersi conto che seguivano le tracce d’un canale ben delimitato nella vastità del grigio elemento. Infatti una corona di boe potè essere infine distinta, per l’abbassarsi del trimotore, che indicava la precisione direzione dell’ormai prossimo porto di Buenos Aires.
Il motorista aveva cessato le sue annotazioni, vigile agli ordini di Capitan Ekengren. Dalla bruma, ancora indefinita, si cominciava a scorgere la scacchiera regolare della più vasta città del Sud-America quando l’aereo, dopo una lenta virata, cominciò ad abbassarsi avvicinando vertiginosamente scali e banchine per posarsi poi con leggeri sbalzi sull’acqua nell’anteporto innanzi al Riachuelo.
Flottando adagio, Capitan Ekengren portò l’apparecchio dalla zona sgombra fin quasi sotto la banchina prossima, dove arrestò i motori e dispose per l’ancoraggio.
Come già a Santos, un motoscafo corse incontro al velivolo e Capitan Eknegren lasciò questa volta che tutto l’equipaggio prendesse posto nell’imbarcazione, dopo essersi assicurato che due guardiani restavano a vigilare.
- Tu hai fatto le spese a Santos. Hai forse moneta argentina? – chiese il Capitano a Foscarino come furono in terra. – Prendi questo intanto e bada di non distrarti troppo in questo ambiente. E’ probabile che tu, meglio di noi, qui ti trovi addirittura a casa.
Il tono, più che confidenziale, era divertito.
- Noi s’ha da fare più d’una corsa al centro e gli uomini di bordo devono essere con me, precisò inoltre. - La nostra casa rimane sull’apparecchio, ma si potrebbe anche pernottare fuori. Tu per salire non hai che da fare un cenno ai guardiani. Tieni conto intanto che ripartiremo fra due giorni. Arrivederci.
Come li avrebbe seguiti volentieri. Un marinaio non si trova mai sperduto su qualunque banchina venga depositato, pure il distacco da quegli uomini, lì per lì, lo sgomentò. Che cosa l’aveva forzato ad accettare? Guardò ciò che gli aveva messo in mano e s’accorse di possedere un biglietto da cinquanta pesos, di cui purtroppo non conosceva nemmeno approssimativamente il valore.
Rimasto solo, appena il motorista fece cenno a un tassì di sostare e aperse lo sportello per dare il passo al superiore e ai compagni, si volse a guardare la macchina che filava dietro alle altre e non seppe prendere alcuna decisione.
Era libero, per almeno due giorni, anche se i compagni fossero tornati presto, in terra d’America, e la sua libertà finiva per mutarsi in malinconica solitudine, visto che non sapeva dove e a chi dirigersi.
Ricordatosi del tuffolo prigioniero, suo caro compagno di confidenziali colloqui, tornò senz’altro a bordo e preso il volatile lo calò pian piano in acqua, filandogli tanta lenza che gli consentisse di pescare sotto l’ampio sviluppo dei galleggianti e delle ali.
Intento al suo lavoro, s’accorse che i guardiani, discorrendo tra loro, usavano un dialetto a lui familiare. Stette in ascolto e si convinse che i barcaiuoli in transito, scambiandosi frasi di saluto, usavano lo stesso dialetto. Non potè allora trattenersi dal chiedere in vernacolo:
- Siete genovesi, voialtri?
Sorpresi i due uomini lo guardarono con una certa curiosità.
- Genovesi? Siamo portegni, nati qui, alla Boca.
Eppure era bene il dialetto ligure che usavano, non c’era dubbio perché era l’unico dialetto che lui conoscesse e avesse mai parlato, a bordo e coi compagni.
E tu da dove vieni?
Da Portomaurizio.
Non è un nome nuovo sul Riachuelo. Se vai in terra, fa’ una corsa al “Re dei vini” e cerca di Capitan Novaro. Credo che sarà contento di parlare un po’ con uno che torna dalle sue parti, fresco fresco.
- Capitan Cuneo? Mi pare ne sappia qualcosa anche lui di Portomaurizio.
No, deve essere oriundo di San Remo.
- E Capitan Chiesa? No, forse lui è di Savona.
Foscarino ascoltava quel rimandarsi di nomi e di interrogativi confortato dal sapersi fra tanti vecchi marinai corregionali. Capitan Ekengren la sapeva dunque lunga asserendogli che si sarebbe trovato presto come di casa.
Chiesto dove doveva avviarsi per rintracciare Capitan Novaro, il cui nome, per quanto comune, gli pareva d’aver sentito ripetere molto spesso tra i naviganti, gli fu risposto:
- Non hai che da lasciare il vialone del porto e infilare la prima traversa. Domanda del “Re dei vini”. Passa i suoi pomeriggi quasi sempre là, perché Capitan Novaro è da un pezzo che fa navigare gli altri.
L’America, volevano dire, gli ha ormai assicurato tanto da lasciar lavorare gli altri, e c’era una lieve punta d’ironìa nel discorso, comune così alla peculiarità del dialetto, che all’indole marinara ligure.
Avviandosi dietro le vaghe indicazione, tra la gente affrettata in una delle traverse udì gridare in cantilena: “Fainâ… fainâ…”.
Gli parve d’un tratto di trovarsi a Ponticello, la sera in cui, sbarcato dal brigantino alle Grazie, lo zio l’aveva condotto a mangiare la farinata dalla Bedin. E a ricordargli meglio Genova ecco proprio una “Bedin” per insegna all’osteria della cantonata.
Odori comuni tanto a Sotttoripa di Genova che al vecchio porto savonese, sotto la Torre di Leon Pancaldo, solleticarono le narici. Sì, era proprio di casa, eppure se ogni tanto qualche negro transitava come a Prè, il miscuglio delle razze qui era più evidente. I primi due cinesi – o giapponesi? Chi poteva distinguerli – che si vide passare a fianco, indugiò ad osservarli. Meticci e creoli, in certe strade costituivano la popolazione più numerosa. Sì, Genova e Savona erano lontane, pure tutti, a qualsiasi razza appartenevano, eccoli nei negozi, negli alterchi, nei saluti, usare il suo dialetto, proprio il suo dialetto.
Si decise a fermare un altro venditore ambulante di farinata che rimase male quando s’accorse di non aver a che fare con un cliente.
- Cerchi il “Re dei vini”? E’ l’osteria d’un mio paesano. E gli indicò per dove doveva svoltare. Prima di lasciarlo Foscarino osò chiedergli:
- E voi di dove siete?
- Ah! mì, a sun piemunteis, - e aveva mutato il dialetto per affermare che se parlava il genovese, in ossequio ai liguri venuti prima a organizzare la marineria fissandosi sul Riachuelo, che è un rigagnolo rispetto alla Plata in cui si sperde, non rinnegava poi del tutto la sua parlata, se gli si presentava l’occasione.
Prima d’entrare al “Re dei vini” gironzò intorno all’uscio e, considerato che s’avvicinava la sera, badò a stabilire bene l’orientamento per tornare a bordo senza incertezze se avesse dovuto trattenersi a lungo. Visto che nel vasto locale c’era una zona appartata fuori del via vai dei consumatori ordinari, si diresse a quei tavoli dove si giocava a carte o si leggeva, indagando sulle fisionomie che sempre meglio si definivano familiari.
Nessuno gli badava. I pochi camerieri, gente di casa, non s’occupavano che dei clienti al banco. Che avrebbe poi detto a Capitan Novaro? Si vietò ogni interrogativo per vincere la perplessità e chiese timido al vecchio più vicino che stava leggendo:
- C’è Capitan Novaro?
Questi abbassò il giornale e puntando lo sguardo sicuro rispose:
- Eccolo là, quello col pizzo bianco.
La presentazione fu piuttosto impacciata.
- Sei di Portomaurizio? E arrivi ora, così, senza bagaglio? Cerchi un imbarco m’immagino. Questi ragazzacci che piantano la famiglia…
Considerato meglio l’interlocutore, e ascoltate le sue spiegazioni, il vecchio lo scrutò attentamente. Ohè, non si viene mica a scherzare impunemente con Capitan Novaro. Ne ha domato delle birbe.
Ma no; il vecchio dal pizzo ha dovuto ricredersi perché il ragazzo non è venuto a raggirarlo con uno strattagemma. Infatti non chiede imbarco. Afferma anzi che proseguirà con l’aeroplano sino a Valparaiso. Non è ancora ben sicuro che non le spari grosse o inventi frottole. Han tanta fantasìa queste birbe di ragazzi oggi, ubriacati dalle avventure del cinematografo!
- Sicchè sei proprio di Portomaurizio. Bada ch’io sono di Oneglia. E dimmi un po’, giacchè affermi di essere un allievo di scuole nautiche, quanto a dire un futuro capitano, conosci Zio Bronci?
- Zio Bronci? E’ lo zio Bronci, il fratello della mamma.
- Capitan Giorgio Fravega? Saresti dunque il figlio dell’Anna?
Capitan Novaro vuole veder chiaro sino in fondo. Non diffida più, ma esce col ragazzo e va a controllare se è proprio vero che è giunto in quello strano modo che afferma. Veramente ha altri pensieri che lo rendono ancor più serio e gli han fatto lasciare il “Re dei vini” senza nemmeno dare la buona sera ai compagni.
Foscarino si ricorda d’improvviso del tuffolo. Cala la sera e occorre riporlo nel suo cesto. Appena sulla banchina, salta a bordo per compiere la delicata operazione, scusandosi, intanto che Capitan Novaro interroga i due guardiani.
- Vieni con me, non partirai mica subito?
- Resteremo due giorni, ha detto Capitan Ekengren.
- Vieni con me dunque.
Il vecchio ha una singolare aria grave e intanto che s’avviano si vede che vuole scacciare qualche pensiero molesto. Si disperde a spiegare come alla Boca tutti parlino genovese fin dai tempi lontani in cui i genovesi ne han fatto il loro quartiere marinaro, ma il pensiero è altrove.
Vedi, qui si stampano anche giornaletti umoristici in genovese – dice estraendo un foglio spiegazzato e progendolo al ragazzo. – E vi si pigliano in giro i vecchi naviganti, come la nostra fosse stata una vita da burletta, perché ora si traverserà l’Atlantico anche in dirigibile.
Foscarino legge nella testata: “O Balilla” e non gli sfugge una certa vignetta d’angolo dove il pizzo di Capitan Novaro è schizzettato alla brava. Ripone il giornale, profittando della distrazione del vecchio che finalmente si decide a fare una domanda difficile uscendo dalla sua spinosa situazione di pensieri:
- Marco, il cugino Marco, sai dove si trova?
Capitan Novaro misura dall’incertezza del ragazzo la situazione che sta per creare. Nessuno gli ha mai parlato del cugino Marco a questo ragazzo?




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