Dopo essersi attardato ad osservare il brigantino che spariva con la sua labile scìa sul mare reso uno specchio dalla bonaccia, Foscarino credette d’essere importuno nelle vicinanze della cabina di comando. Visto il pilota assorto in calcoli di rotta tornò nel localetto della cucina e, dato fondo a quanto aveva lasciato nei piatti, si provò ad attendere restando col naso incollato al cristallo del finestrino finchè l’ozio gli venne a noia.
Aperto un usciolo e saliti alcuni gradini si trovò all’imboccatura d’uno stretto corridoio illuminato dal basso. Giunto in fondo pervenne in una specie di sala di riunione, trasformabile in sala da pranzo e di riposo, essendo i divani piegabili in lettucci. V’era uno stipetto, incastrato fra due divani, zeppo di libri. Sul soffitto correvano scìe vivide di riverberi semoventi. Le finestrelle oblique consentivano di ammirare la distesa delle acque ora leggermente increspate, causa appunto di quei riflessi irrrequieti che davano qualcosa d’irreale all’atmosfera.
Fermatosi a curiosare intorno allo stipetto, vide con rammarico che nessuno dei libri allineati era leggibile per lui, essendo scritti in lingue che ignorava. Il poco francese imparato finora a sillabare nella scuola nautica inferiore gli sarebbe stato di scarso ausilio.
Trovato un altro usciolo e superata una breve scaletta, pervenne in una specie di magazzeno-utensileria. Strumenti lucidi e delicati erano alle pareti, cavi asserpolati s’appilavano in ordine ai quattro angoli. Abbandonato quasi nel mezzo scorse un sacco umido, una delle famose àncore. Istintivamente prese a svolgere l’involucro e s’avvide dalle pieghe che era riducibile in un bauletto il cui volume non superava quello di due grossi dizionari. Scorto un supporto alla parete stava adattandovelo allorchè trasalì per l’apparizione del Comandante.
- Bene, bene. Proprio quello è il suo posto. Si vede il marinaio nell’amore all’ordine.
Non aveva ancora finito di adattare l’involto al supporto e già il Comandante era scomparso. La botolina nel pavimento per la calata dei cavi era a chiusura automatica di sicurezza, nondimeno s’accorse di evitarla. Brr, che brutto tuffo se si fosse improvvisamente aperta!
Proseguì la sua indagine da corridoio a budello a camminamento, venendo a scoprire gran parte degli accorgimenti pratici studiati per utilizzare sapientemente lo spazio e ridurre al minimo il peso, finchè sboccò sulla navicella di poppa. Capì da un gesto del Secondo d’essere il benvenuto e si sentì confortato dal sorriso col quale venne invitato a dare un’occhiata alla cartina spiegata sul tavolo che fungeva da sala nautica.
Il fragore dei motori era un po’ meno intenso nella cabina e potè quindi intendere le parole dell’ufficiale che gli diceva:
- Navighiamo leggermente a sud delle Baleari. Vuoi avvistare Maiorca?
Preso il binoccolo che gli veniva porto, scorse lontana nell’azzurra foschìa una mole giallo-rosa che meglio si definiva più avanzavano e più gli occhi venivano assuefacendosi alle lenti.
Sarebbe rimasto con le pupille incollate allo strumento se non si fosse accorto che questo era necessario all’ufficiale. Curvo sulla cartina, ricordando da dove aveva avuto inizio la sua navigazione aerea, stupì per la velocità tenuta, ma non seppe far domande, e continuò a curiosare in giro per non aver l’aria d’essere un importuno, dato che nessuno si sarebbe mai distratto dai propri còmpiti su quella nave aerea dove l’equipaggio in navigazione pareva tutto scomparso nei misteriosi scomparti, intento a vigilare sui timoni e sulle pulsazioni dei motori.
Libero di aggirarsi in ogni settore, continuò le sue indagini. Scoperse la seconda àncora che ripose nel suo supporto e, senza aver potuto scorgere altro che i due ufficiali superiori, finì per ridursi nel localetto della cucina riassalito dalla sete che aveva patito nella fortunosa navigazione.
La gran luce che inondava corridoi e cabine sino a fargli bruciare gli occhi stanchi anche per il cattivo sonno dell’ultima notte, s’era intanto attenuata. Che già s’avvicinasse la sera? Tornando al cristallo della finestrella, s’accorse che contro il sole ancora abbastanza alto salivano cumuli di nuvole. L’aria prese ad agitarsi, e man mano avanzavano s’avvide dalle oscillazioni che l’aeronave veniva investita al traverso da correnti sensibili che tendevano a farla scarocciare fuori rotta.
Istintivamente si portò a poppa e si tenne ai panni del Secondo.
- Una burrasca? – chiese più con lo sguardo che con le parole.
- E’ un regalo della Sierra Nevada, - fu la risposta.
L’ufficiale guardava ora crucciato là dove il sole pareva tramontare fra i nembi che salivano a invadere l’orizzonte. Calmo, controllava però ad ogni istante i suoi strumenti e mormorava al telefono brevi dati, certo col Comandante, altrettanto vigile nella cabina di prua.
Profittando d’un istante in cui i binoccoli giacevano inutilizzati, Foscarino scrutò verso la costa. Vide profilarsi lontane creste biancheggianti di montagne dalle quali appunto pareva sfiatassero, come da un silenzioso vulcano, i nembi gonfi di vento che s’accumulavano sempre più grigi nel cielo.
Era quella la Sierra Nevada?
Tutto ciò che offriva al vento un appiglio aveva intanto preso a gemere, a uggiolare, a emettere lievi fischi che, uniti al fragore dei motori, accrescevano la romba dei fragori entro la quale pareva destinato a navigare il dirigibile.
Che si dicevano i due ufficiali al telefono? Il volto del Secondo non tradiva ansia. I suoi gesti pacati rivelavano l’uomo sicuro di sè, pure era evidente che quella burrasca lo disturbava. L’aeronave avanzava ora quasi contro la nuvolaglia che le correva incontro all’impazzata. Si voleva certo collaudarne la capacità di navigazione tra i nembi perché sarebbe forse bastato deviare più a sud per evitarne l’urto.
Il ronzìo dei motori s’era intanto mutato in ruggito. Con ritmo sicuro frangevano le raffiche e obbedivano alla volontà dei piloti tesi caparbiamente a traversare la furia per dominarla con la sicurezza dei perfetti mezzi meccanici. Il mare incupito si vedeva ora correre aizzando mandre di pecorelle schiumose, mentre la luce diminuiva quasi s’avvicinasse la notte e gli strati dei nuvoloni si pigiavano densi comprimendosi in lotta intorno e sopra le navicelle.
Le raffiche, dal traverso, passarono improvvisamente a investire il mascone di destra, come si direbbe in termine marinaresco, facendo impennare il dirigibile che ebbe come un urto nel brusco cambiamento. I sibili delle parti metalliche esterne mutarono di chiave in un diapason lacerante di fischi acuti.
Il radiotelegrafista telefonava sui ponti messaggi tranquillizzanti, tanto che il Secondo tradusse al ragazzo: - Fra un'ora l’avremo scapolata e chissà che non si torni a vedere il sole prima di notte, - accorgendosi di come Foscarino seguiva col fiato sospeso la singolare lotta.
L’aeronave dopo aver saggiato vari strati atmosferici, discese sotto le nubi. Il radiotelegrafista stava comunicando: - Cadice e Casablanca assicurano che la burrasca non arriva all’Atlantico – e il Secondo traduceva il messaggio, quando si vide avanzare una massa opaca involta in una raffica più violenta.
Per qualche minuto l’aeronave si trovò investita da uno stormo disordinato di procellarie, gabbianelli, falchi marini, proiettati alla cieca contro l’involucro del dirigibile nell’impossibilità di scansarlo, tanto il turbine era padrone dei loro mezzi di volo. Cabine, cristalli, eliche, motori, furono urtati da una massa d’ali pazze, da proiettili piumati e carnosi che stramazzavano svolando o piombando alla cieca nel vuoto e s’impigliavano nelle strutture esterne agitandosi terrorizzati.
Capitan Ulzen telefonava. La cabina radio continuava a chiamare. I motoristi domandavano istruzioni. Per fortuna non fu che uno stormo e presto l’astronave si trovò libera da quell’investimento disordinato e potè continuare la sua rotta.
- Verificare l’aeronave in ogni punto, - suggerì il Comandante.
L’ordine si propagò da una estremità a l’altra e tutti gli uomini, vigilissimi, ciascuno nel proprio settore, s’accertò che non si fossero verificati danni pericolosi.
Il Secondo, nel provare i comandi della sua cabina, s’accorse subito che qualche cosa d’insolito arrestava la manovra del timone di direzione. Senza sforzare provò e riprovò finchè fu persuaso che vi era un incaglio in qualche punto.
- Salgo a verificare i timoni, - telefonò al Comandante, per avvertirlo che lo lasciava solo a vigilare.
Foscarino, come lo vide lasciar la cabina, gli si mise dietro. Giunto dopo un breve camminamento in salita sopra una finestrella a botola, l’ufficiale si curvò e reggendosi a due maniglie di sicurezza sporse il capo nel vuoto.
- E’ proprio quel che temevo, - mormorò contrariato.
Disceso per informare il Comandante, Foscarino osò sporgere a sua volta il capo dalla botolina rimasta aperta. Incastrati fra l’asse del timone e i tiranti alcuni volatili agonizzavano nella morsa dei comandi d’acciaio.
Forzare la manovra e schiacciare le bestiole, sarebbe stato pericoloso. La corrente d’aria gelida, giocando sulla resistenza degli intoppi, avrebbe potuto spezzare i comandi come corde di chitarra. Questo stava pensando il Secondo nel correre ad avvertire Capitan Ulzen.
L’aeronave filava intanto contro una massa che stava frangendo in acqua il suo carico burrascoso. Lampi frequenti e scariche elettriche saettavano nel cielo, traversando con guizzi sulfurei i nembi in tumulto. S’era nel pieno della fragorosa burrasca di fine primavera, breve, senza dubbio, ma fastidiosa in quel particolare frangente.
Per osservare come si sarebbe potuto sciogliere quel groviglio di piumacci dall’asse e dai tiranti, Foscarino tornò ad affacciarsi alla botolina. L’acqua schiaffeggiava ora il dirigibile che avanzava grondando rivoletti capricciosi. Le saette, folgorando le nubi, abbagliavano le verdi acque marine fumiganti di spruzzi e di schiume. Non sarebbe stata impresa facile.
Illuminato da un pensiero improvviso, il ragazzo corse nella cabina dove due meccanici stavano disponendo attrezzi sotto la guida del Secondo.
- Sotto la botola passa un cavo che è come il marciapiede del bompresso. Volete che provi io a liberare il timone?
- Tu?
- Sono leggero più di tutti, e poi, per qualcosa i compagni mi chiamano…
Rimase sospeso parendogli una vanteria fuori luogo il nomignolo, ma dovette completare la frase per indurre l’ufficiale a tener da conto quanto affermava.
- Troppo pericoloso per un ragazzo, - fu però la conclusione.
Deluso, si tenne in disparte finchè vide gli uomini avviarsi con una pertica snodabile uncinata. Il più robusto, sporgendo per metà del corpo nel vuoto, mentre veniva trattenuto per le gambe dal compagno e dal Secondo, prese a manovrare l’asta con cautela. Il vento, investendola ne impediva l’utilizzazione. Inoltre era corta e la posizione non gli permetteva di resistere più di qualche minuto. Gli dette il cambio il compagno il quale si sporse proprio mentre, dal di sotto, un vortice saliva a suchiellare la vôlta dell’aeronave. La canna si torse e andò a battere nei comandi che, tesi e rigidi, vibrarono facendo temere un peggiore guaio al Secondo che s’affrettò a far sospendere il pericoloso lavoro.
Foscarino capì che era il momento buono per tornare alla carica e suggerì:
- Basterà che con una bretella e una cintura mi teniate sospeso sino al cavo.
L’immobilizzazione del timone di direzione proprio mentre occorreva manovrare contro le intemperie, oltre a cagionare apprensioni per possibili incidenti, non consentiva al Comandante le osservazioni che si riprometteva. Capitan Ulzen avrebbe accettata però l’offerta del ragazzo? Il Secondo evitò di rispondersi per non esitare oltre e passò un ordine a uno degli uomini che scomparve e riapparve in un attimo con bretelle e cavi.
Imbracato il ragazzo come si fosse trattato di calarlo lungo la murata d’una nave per la pitturazione o lo scarico di qualche bocchetta, mentre Foscarino si toglieva le scarpe e aiutava la bisogna, venne deposto con ogni cautela sul cavo.
Da vero Gancio il ragazzo aderì al marciapiede aereo, coi piedi prensili come le scimmie, mentre le mani lavoravano a zampa di mosca sull’involucro per tenersi dritto. Strisciando senza aumentare l’oscillazione del cavo, e badando a offrire il minor bersaglio alle raffiche e alla pioggia che l’investivano, pervenne al disopra del timone. Era fatto. A ridosso della lama senza pesare sui tiranti nè sui comandi, ma gravando sull’asse dove era la maggior resistenza, si tenne con la sinistra e prese con l’altra mano a sgrovigliare il viluppo di ali, di piume, di zampe e di becchi. Due volatili erano soffocati e caddero nel vuoto, tosto preda dei vortici, appena li ebbe liberati dall’intrico. Un terzo, premuto fra la parte superiore del timone e l’involucro prese ad agitarsi appena si sentì meno schiacciato nel malloppo di piume. Prigioniero con un’ala, non gli riuscì di liberarsi e, poco generoso, menò di becco contro la mano che lo svincolava sentendosi dolere la parte rotta.
Si trattava d’un giovane colimbo, un tuffolo dagli occhi grandi e vividi che fissarono accesi lo strano nemico giunto a catturarlo così fuori di nido. Foscarino non ebbe il cuore di lasciarlo. Preda del vento, incapace ormai di reggersi in volo avendo spezzata una delle ali, sarebbe finito fra le acque senza potersi più levare quando qualche vorace pesce di superifice fosse venuto ad azzannarlo. Dove riporlo? Afferratolo tra il collo e le ali perchè la frattura non lo torturasse oltre, l’introdusse nella cintura della bretella. Se nel ritorno fosse scivolato e avessero dovuto issarlo nel vuoto, sarebbe stata la fine, ma non v’era per ora miglior mezzo di salvezza.
Chi seguì i gesti del Gancio fu il Secondo, intento non solo a reggere il sostegno, ma ad intervenire per ogni evenienza, sporto dalla botolina quanto glie lo consentiva l’esperienza di volatore. Come vide il ragazzo esitare e quindi porre in salvo il volatile, ebbe un sorriso fugace e raddoppiò di precauzioni per secondarlo. Ormai il timone era libero. Mandò uno degli uomini ad avvertire il Comandante e seguì centimetro per centimetro il ritorno del monello, vera scimmia nell’abilità di reggersi fra le raffiche in quel drammatico esercizio da acrobata.
Giunto sotto la botolina come se la sarebbe cavata con quell’impiccio del volatile ferito e starnazzante per l’incomoda prigionìa? Levato il viso per avvertire che era pronto, Foscarino appena s’accorse che lo stavano issando lasciò con la destra l’involucro e afferrò la bretella di sostegno sopra il capo. Appena si tese, molleggiandosi coi piedi sul cavo-marciapiede, congiunse la sinistra alla destra, sicchè la cintura non ebbe a soffrire restrizioni e giunse a salvamento col suo ferito.
L’aeronave aveva intanto preso a risalire. Capitan Ulzen, assistito tosto dal Secondo sceso al suo posto, ordinava di riprendere quota traversando con una rapida ascensione la zona dove la burrasca stava sfogandosi con moltiplicate scariche di fulmini. L’equipaggio comprese presto la ragione del mutamento, sentendo d’improvviso il dirigibile rollare investito da un nembo caldo il quale, in opposizione alle correnti fresche di dritta, che l’avevano sino allora percossa, tendeva a sballottarla in un pericoloso contrasto.
Dal litorale africano s’era levata, afosa, una tormenta sabbiosa che pareva giunta a dar battaglia alla burrasca per tenerla lontana dalla costa e costringerla ad esuarirsi sul mare. La tempestiva manovra aveva così evitato che anche le sottili insabbiature venissero a nuovere, ma più di tutto aveva ridato alla navigazione la sua sicura media di marcia provando agli ufficiali che il veicolo da loro guidato offriva buone garanzie con tutti i tempi.
Ristabilito il normale equlibrio, il Secondo fece per telefono un succinto rapporto dell’accaduto.
- Dunque dobbiamo al ragazzo il disincaglio sbrigativo? – chiese piuttosto sorpreso Capitan Ulzen.
“Sarebbe stato un bell’impiccio trovarci nel contrasto senza la piena disponibilità di tutti i timoni” volevano dire le sue parole, che conclusero invece col solito soddisfatto:
- Bene, bene.
Foscarino, ignaro dei colloqui, se ne stava accucciato in un angolo della cabina a esaminare l’ala fratturata dello smergo, ancora tutto sossopra e sempre pronto a menar di becco contro le mani inesperte che ogni tanto rinnovavano la tortura nel tentativo di sanarlo. Uno dell’equipaggio lo aveva subito invitato a togliersi i vestiti fradici e lo aveva aiutato a ravvolgersi in una coperta di lana calda, sicchè non trovava di meglio che restarsene accucciato sentendosi buffo sotto quella specie di baracano.
La burrasca stava intanto per essere sorpassata del tutto e il ragazzo quasi non s’avvide del trapasso dal Mediterraneo alla costa africana e da questa all’Oceano. Se ne rese conto quando il cuoco lo invitò a seguirlo e con le sue mimiche persuasive lo indusse a lasciare in un cesto il tuffolo e a mangiare, perché non seppe resistere a consumare il pasto seduto e sbocconcellò la cena in piedi col naso quasi sempre incollato al cristallo.
Una vaporosa luce rosata invase il locale dopo qualche tempo. Uscito del tutto dalla zona burrascosa e lasciate indietro le ultime nubi, il dirigibile navigava ora in un cielo leggermente annebbiato mentre il sole andava a sommergersi là in fondo entro le acque smeraldine dell’Oceano.
Avrebbe voluto poter sorprendere l’ultimo guizzo di luce e godere di trovarsi per la prima volta sospeso nel cielo ancora illuminato mentre già in basso scendeva la notte, ma il cuoco tornò a riprenderlo e con gesti sempre intelligibili lo condusse presso un divano trasformato in lettuccio.
Aveva capito, doveva coricarsi. Sì, ne aveva anche voglia infatti, perché una improvvisa stanchezza gli era venuta a gravare addosso dopo l’abbondante cena; però, appena partito il custode, rifece il corridoio e corse a prendere il cesto. Lasciato al tuffolino, sdegnoso, qualche pezzo di carne, finalmente s’abbandonò al sonno.
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