I due occhietti estatici sono sbocciati sul visino pensoso nella casa del pescatore. Alfreda comincia, la vita nel paese un po’ selvaggio arrampicato sullo sprone del monte a dominio del mare. In questa stiva di case, nel garbaguglio dei vicoli, delle scalette dirute, s’ode, fra tante voci di gente, di mare, di vento, il pianto d’Alfreda. Quando la bimba s’appaga, tace e dorme presso la madre, sul grande letto bianco vegliato dalla Vergine.
Il padre tornò dalla pesca pochi minuti prima del parto. Ogni palpito del motore, avvicinando la barca alla caletta, gli scuoteva il cuore ansioso di gioia. Con la creatura fra le braccia fu un re.
Beppino motorista vive molte ore d’ogni giorno nell’esalazione della nafta e del lubrificante verso poppa della barca. La sua vita è scandita dai colpi del motore, intonata sul largo rollio della barca, sulle impennate, sui tuffi. Salvo la notte del sabato, è poco il tempo che egli trascorre nella casa. Ma Beppino ama la sua casa, creata risparmiando. Bordeggia lontano dall’osteria. Chi beve molto vino non arriva a comprare il bel lettone di noce, e l’armadio con la specchiera, la toeletta, tutti i finimenti della camera. Beppino abita una casetta di due stanze: non per questo ha rinunziato al salotto. Nella camera matrimoniale c’è la grande credenza dove scintillano cristallerie, porcellane, posate; il bel tavolo per convitare i parenti e gli amici. La cucina risplende di nettezza; le brocche di rame terse come specchi antichi; ogni utensile, ogni mobile curato al pari di una cosa viva. Quando la barca salpa nel buio e prende il largo, o al primo sole viene calata la rete; quando la barca scivola nella calma piatta, tribola sulla maretta, lotta col maltempo; quando la Provvidenza empie la rete o se il mare è avaro; nei ritorni che avvengono al tramonto, in ogni ora di fatica, d’attesa, di quiete, di sofferenza, Beppino pensa alla sua piccola casa e a una casa più grande, da offrire alla minuscola regalità di Alfreda.
E’ partito, lo han chiamato a notte fonda. Ha acceso il motore; la barca cammina, nel golfo, fra le isole, in aperto mare, raggiunta dall’alba, avvolta di raggi; oppure il mare la flagella di spuma, l’onda la sbatacchia, il piovasco la succhia nella sua foschia. Egli vede sempre la sua casa e Alfreda. Sa dov’è, nella casa, il più piccolo oggetto, si consola dell’ordine e del modesto benessere che vi regna. Alfreda crescerà fra quei mobili lucidi, un giorno muoverà le zampette nella cucina accoglievole.
Alfreda! Ella ricorda lo scomparso. Le case dei naviganti custodiscono spesso questi ricordi. Vegli la buon’anima di Alfredo sulla creaturina che porta il suo nome. Si perse laggiù nella Guascogna, mentre veniva d’Olanda col motoveliero. Erano otto a bordo, furono tanto attesi e non tornarono. Un S.O.S. che nessuno potè esaudire, poi, chissà… l’elica perduta, il timone perduto, gli alberi schiantati, lo scafo soverchiato dalla tempesta, i corpi travolti, le anime succhiate da Dio.
Il nome di Alfreda è stato imposto alla bambina in un meriggio piovoso. Lo scirocco invischia le case e le strade, alza il mare, lo rompe sulle punte, rimuove i fondali intorbando le calate, i bassifondi son gialli, il cielo è sporco. Nella chiesa scura Don Gino, prete amico de’ naviganti, impartisce il battesimo; fra le pareti della piccola casa, se ne beve un bicchiere. Vengono un po’ timidi gli amici nei panni buoni della festa; i discorsi volgono al mare, nomi di barche, vicende. Alfreda, dal gran letto dov’è nata, guarda il mondo, tutto lì, in quella camera lentamente invasa dalla sera, in quella gente audace e soda.
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