Un giorno d’ottobre partiva da Portoferraio la goletta Beppina di Porto Santo Stefano, con carico di grano per Oneglia. Erano a bordo il padrone, di quarant’anni, e quattro marinai, il più anziano di venticinque, il più giovane di diciassette.
Siccome della paretenza non avevano avuto avviso nè l’armatore nè le famiglie, tutti rimasero tranquilli per dodici o tredici giorni. Mancava la notizia dell’arrivo, ma forse il veliero era partito con ritardo, o s’era ridossato, causa il tempo, a qualche spiaggia.
Invece la Beppina doveva essersi persa poche ora dopo la partenza. In quella notte vi fu rabbia di vento e di mare; probabilmente la goletta colò a picco fra Portoferraio, Piombino e Livorno. Quando già un certo orgasmo si diffondeva, il ritrovamento di due cadaveri, da parte di pescatori, uno presso Livorno, l’altro presso Piombino, tolse la speranza. Avvenute le identificazioni, alle famiglie non restò che piangere. Fu ancora ritrovato un altro cadavere; quelli del padrone e di un marinaio rimasero sui fondali. Al paese il popolo si raccolse a suffragare gli scomparsi. Nella chiesa s’alzarono a Dio le dolenti invocazioni di misericordia.
Il fatto della Beppina – uno dei tanti – è di quelli che non hanno risonanza oltre la cerchia degli affetti famigliari e dei commenti paesani. I giornali si limitano a brevi annunci, il gran pubblico, seppur li rileva, dimentica subito. Naufraga un vapore, anche da carico, l’impressione è maggiore, vengono pubblicati i resoconti, si cercano i racconti dei superstiti. Il progresso ha relegato il veliero nel rango degli umili, e oscura deve rimanerne la fine. Che cosa sa, il gran pubblico, del duro affacendamento quotidiano delle centinaia di piccoli bastimenti che fanno il cabotaggio, così minuscoli, sulle ampie distese, da parere pulci di mare? Ma quali marinai li navigano! Gente ferrata; i giovanissimi sono già esperti perché, nati sulle rive, in essi è entrata con l’aria, col cibo, l’esperienza degli anziani.
A bordo sono in quattro, cinque, più di rado sette od otto, si alternano nelle guardie, vanno arriva tutt’insieme quando c’è da serrar le vele nel fortunale. Le calme non li stancano, le traversie non li fiaccano. Il lungo bordeggiare sui venti contrari mette a prova i loro muscoli, e superano tutte le prove.
Si ingaggiano, portano a bordo il sacco, la cassa. Il padrone s’arrangia nella esigua camera di poppa, gli altri stivati a prua nelle brevi cuccette. La dispensa: fagiuoli, lardo, baccalà, a volte la tonnina, patate, gallette dure, un po’ di vino forte. Sono parchi. Non per nulla navigare alla parte è di frequente la stessa cosa che navigare alla scarsa. Spesso, al momento dei conti, siccome i viaggi sono stati lunghi, sono anche in debito.
Essi sì che posson dire: navigare necesse. Ci son tanti che, al sicuro dentro terra, ripetono il vecchio adagio per vezzo. Il marinaio sa che navigare gli è necessario per vivere, mandare qualcosa alla famiglia. Se va male a bordo, va male a terra, ma almeno dalla pentola di casa non deve uscire la razione per l’uomo.
Navigano, navigano con qualunque tempo; la loro speranza, quando il tempo si mette proprio male, è l’appoggiata, il rilascio. Se non riescono, se il vento, non gira, se il mare, non si placa, a volte son perduti.
*
Salti di vento, giochi subdoli di correnti, esser subito in terra o fra gli scogli senza modo d’allargarsi: tribolazioni e agguati del cabotaggio.
Il carico è fatto, l’aneroide non dice nulla di buono, l’orizzonte ha brutti segni, eppure bisogna partire, altrimenti il guadagno se ne va. Mollano gli ormeggi, salpano l’àncora a forza di braccia sul rozzo molinello, s’invelano.
Da terra c’è chi vede il bastimento allontanarsi; sembra che abbia trovato il vento favorevole. Infatti si mantiene in rotta. Per precauzione le rande son terzarolate. Il timoniere, seduto sulla tuga, guarda la bussola nella chiesola e fa scorrere nei paranchi le cime della barra, il dispensiere prepara l’acqua pazza. Nessuno parla, a bordo c’è dell’inquietudine, l’onda ingrossa, il barometro abbassa ancora, il fischio delle sartie diventa un urlo lungo, lugubre.
L’acqua rompe in coperta, a stento gli ombrinali la scaricano. Chi li ha, indossa i panni d’incerato. Il tramonto sgomenta: brutta notte si prepara. Ogni cosa, in coperta, viene arrizzata in previsione dei colpi di mare, e si prende un’altra mano di terzaroli. Reggeranno le vele? Governerà il bastimento?
Il veliero si dibatte nel buio, striato di vivide luci dalle spume. Un fiocco [o flocco] è sbranato dalle raffiche, c’è acqua in sentina. La gente si ammazza sulla pompa, ed è già difficile tenersi su, in coperta.
Il pensiero delle famiglie, il pensiero della Provvidenza.
- Molla tutto!
Ci pensa il vento. Brandelli le vele, rottami gli alberi, il timone non serve più.
Lo scafo s’allenta, tesse, s’apre o, d’un tratto, si capovolge; oppure le ondate, soverchiandolo, strappano i marinai e li travolgono. Nessuno vede, nessuno sa, la notte copre ogni cosa.
*
Una carcassa di più in fondo al mare. Poi qualche cadavere rifiutato, va a spiaggia, o galleggia sostenuto dai gas che lo riempiono: è la partecipazione di morte del bastimento perduto. I parenti, i compagni son chiamati a riconoscere la spoglia deforme, un po’ d’inchiostro fissa sui grossi registri la memoria del fatto. La morte diventa legale, legalmente accertata.
Un veliero di meno, altre donne a lutto sulle rive, sulle cale. E basta: che dire? Che pensare? Il destino.
Quando il maltempo affolla di bastimentini i porti di rilascio, vengono scambiate due parole:
- La Beppina faceva meglio a non partire.
- E noi non era meglio se s’aspettava?
- Lascia perdere, che è andata bene.
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