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6.1.10

"Uomini sul mare" di Ugo Cuesta - Fantasia

Questo post fa parte di "Uomini sul mare" pubblicato da Ugo Cuesta nel 1938

Lo scafo abbandonato fu trastullo del mare senz’altra vita che quella intima della materia, una vita di trasformazioni chimiche e di equilibri meccanici. Gli insetti morirono.
Su quello scafo navigarono i pensieri del vecchio marinaio lasciato a terra come una rugginosa ancora o un pennone rotto. Quei pensieri si fissarono sul bordo abbandonato.
Perché il relitto non poteva essere asilo di creature alate dal cielo oceanico? Colonie di albatri giganti, colonie di procellarie invasero quella che fu la nave, la incrostarono di guano e la cuoprirono di piuma. Il rottame diventò bianco, sotto il sole esalò l’afrore della decomposizione, nella foschia fu un fantasma.
La piroga polinesiaca lo raggiunse un giorno, i remiganti predarono le uova degli uccelli e le creature alate dell’oceano non tornarono.
Un colombo stanco, lanciato da un aereo in perdizione, posò su quel bordo per morire. Le correnti gettarono la nave morta su una spiaggia: una colonia di roditori la invase e quando la tempesta disincagliò lo scafo, i topi rimasti nelle stive arrabbiarono, senz’acqua e senza cibo, morirono anch’essi. La vita animale era destinata a non durare sullo scafo perduto che ogni giorno deperiva, avviandosi a finire.

*

Diventò poi, mentre si decomponeva come un cadavere, rifugio di un uomo rimasto solo nell’oceano. Solo, e nessuna speranza all’orizzonte. Nuotando aveva raggiunto quell’approdo: una cosa galleggiante, la vita. Egli visse: cadevano a bordo i pesci volanti, tornavano gli uccelli, il piovasco toglieva la sete.
Il pensiero del vecchio marinaio dette allo sperduto una compagna. Una donna sorse dalle onde: giovane e bianca non si sa donde venuta: la donna.

*

Un paradiso terrestre corroso dal salso, fetido di guano, sbatacchiato dal tempo.
E’ l’uomo che tenta. Ella ignora l’amore, il suo sesso è muto, inerte come una vela nella calma. L’uomo persuade della bellezza di amare, irradia il suo ardore, impone la sua volontà finchè nel fondersi si allietano.
Dimenticano dove sono e la loro stessa origine, il richiamo della terra. Invece di bramare una salvezza, la respingono.
Temono non essere più soli e nudi, avere altri attorno e dover concedere qualcosa al mondo, alla curiosità e alle pretese del mondo.
Vogliono vivere come se esistesse una sola coppia umana, congiunta dal mare sulla nave morta.
Vogliono che la loro casa sia lontana da tutte le case e il loro amore da tutti gli amori.
Hanno nel sangue una passione esclusiva e superba, nell’anima l’estasi di non somigliare – amandosi – a quanti si amano.
Riescono a scordare le cose di prima, spogliandosi di ogni memoria che possa strappare qualcosa di ciascuno di essi all’altro, all’ambiente in cui sono, ai pensieri e ai fremiti in cui si saldano.
Il loro linguaggio è ormai di pochi suoni elementari e le parole che non appartengono alla loro esistenza esclusiva spariscono a guisa di falene bruciate. Salgono invece alle loro labbra suoni nuovi per esprimere il rinnovamento in essi compiuto d’ogni idea della vita.

*

Non sanno più che amarsi. L’amore anestetizza i loro nervi per tutte le sensazioni estranee all’amore; nulla può turbarli o addolarli, lo stesso oceano, con la sua immensità, è impotente a distrarli dall’amore e moltiplica spettacoli di magnificenza e di catastrofe, senza che quell’amore ne sia un momento mutato.
Né la calma, né la tempesta interessano quei corpi e quelle anime sottratte alle leggi dell’ambiente; vivono una vita sospesa sul mondo, non legata alle cose.
Si amano in tutti i modi che si può amare, mistici e frenetici, dolci e tormentosi, non conoscono altri istinti, non sentono e non vedono problemi.
Dissociati dalla nave morta, dissociati dal cielo e dall’oceano, le loro necessità animali estranee all’amore sono soddisfatte con puri atti meccanici.
La passione di cui si alimentano non ha bisogno di una particolare cornice, sarebbe uguale in un castello e in una stalla, su un prato, alla luce calda del sole e alla luce platinata della luna, nelle profondità di una grotta; uguale nei regni del ghiaccio e nella foresta equatoriale fiorita di orchidee, sui monti sublimi e nei bassi deserti di sabbia e di pietra.
Ricchi d’amore, si struggono lieti in una fiamma e sono un po’ di natura paga di sé.

*

Il pensiero del vecchio marinaio dà un frutto all’abbraccio delle due anime, alla perfetta armonia dei due corpi. Il relitto spettrale scomparirà; ha sopravvissuto troppo alla sua sorte e il mare rinnova spesso i suoi fantasmi.
Coloro che ne furono l’equipaggio forse l’hanno preceduto nella fine, o credono che non esista più. Cede, invecchia con la rapidità delle esistenze ansiose di terminare la fatica. Nel suo ultimo opporsi al destino, il relitto e il suo orizzonte d’oceano sono il mondo di un fanciullo.

*

Viene tanto sole, a torrenti, a cascate, un mitragliamento di raggi, una sinfonia di vibrazioni, uno sfarsi dell’aria nella luce, dell’acqua nella luce. Una tepidità paradisiaca, una luce magica; le lievi onde radiose hanno attrazioni angeliche una festa sublime ingemma l’azzurro.
L’uomo e la donna scendono nel mare all’invito, nuotano felici e folli, si ingemmano anch’essi di spruzzi rutilanti, di radiazioni solari. Lo scafo si allontana in rapida deriva, gli inebriati non lo raggiungeranno più.
Il fanciullo è solo sul rottame; solo il figlio del mare.

*

Il vecchio marinaio lo inghirlanda con voli di gabbiani, cirri bianchi e color di rosa.
Forse un albatro lo porta sulle roccie, forse una tavola galleggia, all’inbissarsi dello scafo.
Donne selvagge dai capelli coronati di fiori allevano il fanciullo credendolo un dio; o forse le sue nutrici non sono creature umane.

*

Il pensiero del vecchio marinaio sdoppia un’altra volta il destino del figlio del mare.
E’ l’idolo sovrano delle genti primitive e conduce flottiglie di piroghe sul grande oceano, in cerca di qualcosa che egli non sa, fino a perdersi nella sconfinatezza delle acque australi; oppure incontra sempre sulla sua rotta una civiltà nemica, ne è respinto e ricomincia come l’insetto che urta contro il limpido cristallo di una finestra.
Avviene in lui una metamorfosi, che ne fa una metamorfosi, che ne fa una nuova creatura del mare dotata di facoltà stupende, un semidio marino, l’incarnazione di un mito, e si unisce sulle rive, nel pudore della notte, con le figlie degli uomini, ripopolando di chimere la vita oceanica.
Muore come muoiono gli iddei dai continui crepuscoli, dalle continue aurore. Rientra nell’immensità e nella massa; il suo spirito balenerà appena nell’urlo di una raffica, sulla cresta di un’onda. Avvolto di nebbie, tuffato nelle fosforescenze sarà visto e sentito dai predestinati a comunicare con gli esseri impalpabili e a ricevere i messaggi dell’ignoto.

*

Il vecchio marinaio ha un sorriso di malinconia, perché i naviganti si vietano d’essere fantastici, di sognare, se non sia per giocare il solito tiro alla credulità della gente di terra, pronta a credere che sul mare possa succedere qualsiasi cosa, pur di non andarci.

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