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6.1.10

"Uomini sul mare" di Ugo Cuesta - Festa

Questo post fa parte di "Uomini sul mare" pubblicato da Ugo Cuesta nel 1938

La brezza di levante sospende qualche nuvola sui monti e tenta d’increspare il mare, che invece non ha la minima voglia di far capricci o mattie, e soltanto desidera di bere il sole che lo fa scintillare e già invita a un dolce sopore.
Si agitano, alla brezza i drappi e i festoni di lauro che adornano il paese. Lungo la calata i verdi archi della gloria d’un giorno sono avvivati dalle bandiere dell’alfabeto nautico, e i due vapori che dormono nel porto fra i velieri in attesa, sono anch’essi pavesati. Attraccato al breve molo, un caccia di vecchio tipo manda un po’ di fumo dalle ciminiere. A poppa è un piccolo altare per la Messa, ronzano tutt’attorno le barchette dei curiosi.
Festa del mare. Uno scampanìo lieto, un muoversi, un vociare di gente rivestita, e qualche rombo di motore dalla riva, altri rombi dal cielo saettato di velivoli. I motopescherecci, invece di partir la notte, son partiti ieri a giorno e tornano stamane, schierandosi per la solennità. Le reti violette pendono dall’albero, asciugandosi; altre reti sono stese sulla banchina, e i vecchietti, anche oggi infaticati, lavorano a rassettarle.
Un sereno principio di festa. I pescatori sono gli eroi della giornata, dovendosi inaugurare il gagliardetto del loro sindacato. Ecco le autorità, sul palco che guarda il largo: uniformi, abiti neri, il rocchetto violaceo del vescovo; gesti ampi, ieratici di benedizione, discorsi acclamati, poi le musiche, e il corteo, come preludio ai banchetti, o al grosso mangiare delle brigate paesane.
La Messa sul caccia: squilli d’attenti all’elevazione, di nuovo l’andirivieni dei guzzi carichi di uomini, di donne, di ragazzi; la brezza ha rinunciato a smuovere il mare dalla bonaccia, e soltanto rinfresca l’aria e appunta i mostravento delle barche. Arriva stanca alla vela più che gonfiarla vi s’adagia, qualche réfolo vien di rimando dalle punte e ci sbanda. Presto bisognerà raccomandarsi a san Remo:
- Dannato, un po’ di sego quegli scalmi.
Dal mare, il paese brulica. Cinto di verde, cinto d’azzurro, pieno di pace nella sua allegria. Passano i marinai a gruppi fra l’altra gente: uniformi azzurre della marina da guerra, berretti a visiera, fugiacche dei bastimenti mercantili.
Peccato che i motopescherecci non facciano la regata, e non ci sia un buon maestrale per provar la nostra vela con le loro eliche. Gli ultimi réfoli ci lasciano quasi immobili dinanzi alla linea scura che tirano sull’acqua di smeraldo o di turchese. E san Remo ci porta a terra.
Bello fresco il pomeriggio, più che mai festosa la folla; ora le barche da pesca sfilano davanti al vescovo, che le benedice e benedice il mare. Sia la bendetta la fatica del pescatore, e sia buona l’onda e propizio il vento, provveda Iddio a ogni anima che s’affida sull’abisso, provveda il pane a ognuno che lavori; e buoni siano anche i naviganti, e non si permettano scherzi col Cielo quando il tempo è sicuro.
Stasera i motopescherecci già saranno al largo, fra poche ore incocceranno le reti, cercando la provvidenza sui fondali. Andranno fuori alle isole, scossi dai motori, tribolati, se c’è, dalla maretta. Che sia ben colmo, il sacco della rete! Aperto, riversi sulla barca la grazia di Dio. Non son benedette, ora, le barche? E niente moccoli, Dannato; lingua a posto, vecchio Fumei; anche voi, Beppe di Sbornia.
Par che il sole non abbia voglia di tramontare, mentre il paese è impaziente di far la luminaria, così bella sullo sprone del monte, ove forma una cascata di luci che si riflette nelle acque placide.
La luce del meriggio dà risalto agli scafi e al sartiame. Golette, scune, paranze ne son circonfuse. A bordo uggiola qualche cane. Ma ecco un pinco che entra. Ha l’acqua all’opera morta, tanto è carico, e viene lento lento, portato, più che altro, da un po’ di corrente, chè ben poco gli serve, in questa gran calma, tutta la sua vela.
- Avete fatto buon viaggio?
- Non c’è male. Ci voleva più vento.
Il vento ha il brutto vizio di uscire, spesso, dalla regola e dalla misura; o troppo o troppo poco, e quando vien giusto, sembra che faccia uno sforzo.
- Di dove venite?
- Da Livorno.

Domani parto, vado a Livorno
quando ritorno
ti sposerò…


E le ragazze stivate nella barca del Rubadonne ridono di cuore.

*

Finalmente s’è fatto bello, Capitan Sole, comandante dell’universo; l’Argentario è tutto un giuoco di sprazzi e di ombre dolci come manti di seta. Sta per tuffarsi, il Capitano, riverbera sangue di drago, oro verde. Neanche una nuvola, stasera, per cortina al suo letto: tempo buono, fate pure la festa, bianchi nell’oscurità che sale; forza, alle canzoni. Le voci si stendono sul mare, e la voce del mare è pianissima, una voce di donna innamorata, da non fidarsene.
Come i lumi si spendono, e il paese è tutto silenzio, raggiungiamo alla voga una lampàra. Il fascio splendente fruga l’acqua, i pesci vi accorrono frettolosi; muoiono in un’ebbrezza di luce, come personaggi di romanzo, ed è un bel finale, per una festa; la festa dei pesci, che ne fanno le spese.
Voga e voga, nella notte; le lampàre fanno gli incantesimi, sugli scogli escono dai buchi, rampicano, esercitano quel diritto di vivere, che esiste soltanto a spese di qualcuno.
Voga e voga; aria fresca: non si suda.
- Dannato, c’è nulla in cambusa?
Il vino, che è d’oro non si vede, che è gagliardo si sente. Passa lenta una carretta mostrandoci la croce tricolore dei suoi fanali. Dopo, gli balliamo la tarantella nella scìa. Qua il portavoce:
- Ohè!
- Ohè!
- Domani è venerdì.
- Andate al diavolo!


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