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6.1.10

"Uomini sul mare" di Ugo Cuesta - Grecale

Questo post fa parte di "Uomini sul mare" pubblicato da Ugo Cuesta nel 1938

Appoggiamo.
Con questo brutto carico di ferraccio, la goletta, per quanto si faccia, va a modo suo, tribolata dal vento, dall’onda; è un modo da vederle brutte.
S’entra in porto con le vele negli imbrogli, soltanto un fiocco ci dà l’abbrivo.
Annotta, pochi lumi stellano il paese sullo sprone del monte; il mare diventa nero, la risacca racconta i soliti segreti dei fondali, dove i morti e i rottami s’adagiano sull’alga.
Il viaggio che si prolunga, la stanchezza, la malinconia levano la voglia d’andare a terra.
Con gli ormeggi sicuri, e due ancore che tengono bene, meglio è mangiare quel po’ di tonnina a bordo e poi mettersi in cuccetta da bravi ragazzi. Soldi e peccati risparmiati.
La pioggia che sopravviene fa desiderare il riposo più che mai.
Un piovasco in gamba, granito, sotto il quale l’acqua si rischiara. Ne sentiamo lo scroscio in coperta, mentre, ben caldi, godiamo l’ultima fumata.
Ossia:
- Non dir mai: fumo l’ultima sigaretta – ammonisce il compagno – son parole da condannati a morte.

*

L’alba è assai limpida. Un’alba di buon tempo; di quelle traditore, che poi buttan fuori i diavoli da tutti i rombi.
Un po’ di maretta parrebbe dovesse abbonacciare; le nuvole bianche, che tendono un velo a tramontana, si direbbe dovessero alzarsi, a seconda che s’alza il sole.
Sulla banchina, quei soliti tipi di paese che vestono come noi di bordo ma non si sa che cosa facciano – scaricatori, risicatori, barcaiuoli? – dicono che avrebbe ad essere maestrale. Ma il mare, che già ingrossa, non viene di là.
Viene piuttosto da dove gli pare, variando, e s’avvia a rompere, prende diversi colori di momento in momento, si riga di venti incerti, gonfia e spumeggia contro le scogliere.
Siamo, nel porto, dodici velieri – golette, pinchi, scune, e, più grosso degli altri, un barco-bestia di seicento tonnellate – tutti di rilascio; ancora due ne arrivano, con le stesse notizie di tempi procellosi.
Vengono di Sicilia e di Sardegna, hanno imbarcato colpi di mare a tutto spiano, carichi come sono per quanto ce n’entra. Sciolgono le vele ad asciugare, la gente lavora a levar gli imbarazzi di coperta ed ha il viso stanco.
Le prue – prue slanciate di scafi viareggini, prue rigonfie e ricurve dell’Adriatico, prue svasate siciliane – si allineano, segnando il tempo sulla piccola onda che muove l’acque fra il molo e la riva.
Il barometro si mantiene al variabile; salendo in crocetta per veder meglio il vento sul mare, non si riesce a scorgere che tanti segni fra loro in contrasto.
Finchè il grecale comincia e s’avventa nelle cale.
La voce del mare urla, dominando il rumore delle catene filate per sicurezza d’ancoraggio. I cavi di canapa e di cocco cigolano alle bitte, e cigolano le trozze dei pennoni; le boe, tirate dal muoversi degli scafi, mettono la pancia all’aria.
Le ondate s’inseguono a furia verso terra, le prue s’alzano, s’immergono. Il mio compagno anziano mi dice che stanotte sarò cullato:
- Non ti lamentare, torni come quando c’era qualcuno che rischiava la vita per noialtri.
Mi porge poi il purone, pieno di vino siciliano color d’oro:
- Bevi che ti passa.
Il vino mi canta in gola, più lieto di me.
L’acqua è quasi nera; la costa, livida a tramontana, diventa chiara sopravento, mentre al cuoprisole una schiarita vien da ponente, ma dice soltanto che saran dolori anche domani.

*

Siamo tutti e due a poppa.
Due metri quadrati di spazio, questa è la camera. Le cuccette son per gente con le gambe più corte delle nostre: ma la velatura del bastimento – fiocchi e rande, controrande e gabbiole – è quasi mille metri. I bastimenti son fatti per tirar la vita, non per i comodi della gente. Tutto al vento, quasi nulla a noi.
A prua, il giovanotto e il mozzo son già con la testa ravvoltolata nelle coperte. Li abbiamo visti un momento fa, andando in su, in giù, dal carabuttino alla barra del timone: un’occhiata convien darla sempre, dappertutto, anche nel fare quattro passi in coperta.
Chi se ne fida dei ragazzi? Loro sì che si debbono fidare, poveri cristianelli, sulle trinche di bompresso o sui marciapiedi incerti, sdrucciolevoli dei pennoni, quando occorre serrar le gabbiole.
Poco spazio anche loro. Se alzano la testa se la scornano; del tanfo che regna nel basso alloggio, dove si son dovute riporre le vele prima che asciugassero bene, non s’accorgono. Dormono tranquili, di innocenza e di stanchezza.
Se, sull’alba, il tempo si mettesse a buono, non avremmo scrupolo di svegliarli con una voce risentita e uno scrollone.
- Ehi – mi dice il compagno – se si parte…
- Ebbene?
- Se si parte, questa volta s’arriva.
- Speriamo.
Fuori continua la musica. Il compagno, pronunciato il pronostico, s’addormenta e russa.


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