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6.1.10

"Uomini sul mare" di Ugo Cuesta - Il passeggero

Questo post fa parte di "Uomini sul mare" pubblicato da Ugo Cuesta nel 1938


Il signor Totam, timoroso delle sorti del proprio bicchiere, del proprio piatto e del proprio equilibrio, manifestò sintomi di indignazione contro il rollìo. Particolarmente, torse la bocca e roteò gli occhi, masticando improperi. Davanti a lui, allo stesso tavolo nel salone di poppa, il comandante del piroscafo mangiava tranquillo. Il signor Totam aveva già provato un paio di volte – senza effetto – a sconcertarlo con sguardi collerici. Il tipo (“un tipaccio insopportabile, un villanzone”) continuava il pasto del tutto insensibile al rollìo e a quella specie di fascinazione che, più o meno, si sprigiona dagli occhi di chi ci guarda.
Un’altra rollata, in conseguenza della quale il cucchiao del signor Tomtom entrò, con la zuppa di cui era pieno, nell’apertura della giacca, invece che nella bocca di questo signore, determinò l’esplosione.
- Comandante!
- Dica, signor Totam.
- Tengo a dichiararle che attualmente, dopo dieci giorni di viaggio, la stimo molto meno di prima. Molto meno.
- E perché?
Il cameriere serviva il secondo piatto; il signor Totam incalzò:
- Questo non mi sembra il modo di navigare. Sa dirmi, per esempio, come mai rolliamo?
- Mare a traverso.
- E non potrebbe prenderlo a diritto, il mare?
- Debbo mantenermi sulla mia rotta.
- O lei parla chiaro, o io non capisco.
Il comandante alzò le spalle; gli importava pochissimo che il signor Totam capisse o non capisse.
- Tace? Non sa rispondere? Allora mi dica un’altra cosa: come mai questo maledetto piroscafo, anche col mare calmo, sta piegato da una parte?
- Intende dire che sbanda sottovento?
- Basta col gergo! Parlo italiano e lei mi risponda in italiano. Mi dica, almeno, se lei trova decente il frullio infernale che mi impedisce di dormire.
- Dipende dall’elica.
- E c’è bisogno che l’elica passi sotto la mia cabina?
- L’albero, signor Totam, l’albero.
- Abbia la cortesia di lasciare gli alberi nei giardini pubblici. Non scherzo mica, sa? Risponda: c’è bisogno che l’elica faccia vibrare ogni cosa?
- Io non me ne accorgo più.
- Lei! Ma io?
- Signor Totam, ella ha voluto provare un viaggio su un vapore da carico. Però anche a bordo ai transatlantici che hanno tutti i comodi, e più lussi che comodi, l’elica si sente.
- Comandante!
- Che c’è?
La prova non mi ha soddisfatto.
- Abbia pazienza. Ancora una settimana e lei sbarcherà.
- Ah! E crede che mi sia imbarcato su questa porcheria di vapore per il gusto di sbarcare?
- Già… non so… affari suoi.
- Lei sbaglia. Io viaggio a scopo suicida.
- A scopo?
- Sì, di ammazzarmi.
- Permetta, signor Totam. Trovo strano che una persona decisa al suicidio si arrabbi per i piccoli incovenienti della navigazione.
- Piccoli incovenienti? Ho lo stomaco sottosopra. Il condannato a morte mangia comodamente, io no. Non mi riesce dormire, ripeto! La mia agonia, il mio trapasso è tutt’altro che dolce.
- Faccia una cosa.
- Che cosa?
- Viva.
- A bordo?
- Dove le pare.
- Mai. Sono un uomo di proposito e quando ho detto di morire, muoio.
- Dice sul serio?
- Mi guardi.
Il signor Totam fece la faccia di chi medita un brutto colpo: occhi truci e labbra strette.
- Sì, sì, padrone. Ma… non poteva fare il comodo suo a terra?
Lei, comandante, permetterà che un morituro abbia un capriccio. Eppoi… eppoi… pensavo di scomparire in una notte oscura e tempestosa.
- E’ assicurato?
- Non tollero insinuazioni.
- Ha eredi da favorire?
- Taccia, impertinente.
- La sua polizza esclude il caso di suicidio?
- Si vergogni. Lei non può pretendere di fare il processo alle mie intenzioni… Puah! Che puzzo di grasso, di macchina, di vernice riscaldata… E questi sussulti, questi colpi, che cosa sono? Anche il vino lascia a desiderare: un vinaccio nero, denso, da tagliare col coltello… ci vuol coraggio a propinare un’infamia di questo genere a me. A me! capisce? A uno che sta per dire addio alla vita.
Alzò il bicchiere alle labbra; il solito rollìo gli fece correre un rivolo rosso sulla camicia.
- Ora dovrò cambiarmi. Sempre noie, disgusti… E’ meglio rompere gli indugi. Le comunico, comandante, che quanto prima io sarò un cadavere.
- Vuole gettarsi a mare?
Volevo… Anzi, non volevo precisamente questo; contavo… Senta un poco: è facile incontrare la tempesta?
- E’ probabile, di questa stagione, quando saremo in latitudini più alte.
- Il vapore ne ha affrontate parecchie?
- Non c’è male.
- Ha sempre resistito?
- Siamo qui, come lei vede.
- Però il vapore è vecchio.
- Quarantadue anni.
- Avevo contato, per dirle la verità…
Il comandante mutò viso:
- Su che cosa aveva contato?
- Un naufragio.
Un fragore di piatti rotti svelò l’improvvisa emozione del cameriere, che, senza curarsi del danno, di probabili rimproveri, faceva freneticamente le corna a due mani.
Il comandante si era alzato di scatto, stringendo un mazzetto di chiavi:
- Vada al diavolo!
- Piano, comandante. Le ho confessato che sono indeciso.
- Indeciso!
- Segga, prego. Non conoscevo il mare, come è al largo. Mi fa paura. Il pensiero di essere travolto dalle ondate… brrrr… Sissignore: indeciso. Rifletto, calcolo, peso il prò e il contro. Domando a me stesso: aspettare il naufragio?
- Le ripeto di andare al diavolo!
- Gettarmi a mare? Far credere a una disgrazia?… Eh, no. Ormai ho confessato. O andare tutti a picco, o il giuoco è inutile.
- Vuol farla finita?
- Comandante – implorò il cameriere col pugno alzato – mi dia il permesso…
Il signor Totam si volse di scatto:
- Ehi, mascalzone!
- Fermo, voi – ordinò il comandante – uscite.
- Insomma – riprese il signor Totam – penso se non mi convenga scegliere un’altra forma di suicidio.
- Ha la rivoltella?
- No.
- Vuol tagliarmi la gola?
- Se la tagli lei, se ha coraggio.
- Forse le sorride l’idea di impiccarsi?
- Poco simpatico. Maledetta l’elica! Ho esaurito la mia provvista di veronal per tentare di dormire. E’ stato inutile e ora non mi posso neanche avvelenare. Che cosa sceglierebbe, lei, fra morire annegato e morire impiccato?
- Si impicchi due volte, magari, se una non basta, matto dannato!
- Un momento. Mi chiami come vuole: matto no. Mi offendo.
Il comandante scappò.

*

La voce sparsa dal cameriere e confermata dal comandante agli ufficiali, che il passeggero si era imbarcato con la speranza che il vapore si perdesse corpo e beni, corse da poppa a prua, dalla coperta in macchina, entrò nelle cabine e negli alloggi. Mai tanti scongiuri erano stati fatti su un bordo.
- Sarà un iettatore.
Sarà? Più di così!
- O un matto.
- Quando vuole, ragiona meglio di noi.
- Avrà scherzato.
- Ti sembrano scherzi da fare?
- Dio! La iettatura a bordo.
- Bisognerebbe gettarlo a mare davvero.
- Lo bastoniamo? Una coperta addosso e giù botte da sfilarlo.
- Ho sentito dire che l’iettatore è meglio trattarlo bene.
- Chi l’ha detto?
- L’ho sentito dire.
- Tutti scienziati, qui.
- Hai visto, gli occhi che ha? Ti guarda in un modo…
- Per ora il tempo non è stato cattivo.
- Sfido! Se lui è indeciso… O non lo senti che gli è venuta paura?
- L’unica sarebbe la camicia di forza.
- Bravo merlo. Se lo metti in condizione di non potersi ammazzare, farà di tutto perché il vapore si perda.
- E’ vero. Bestia!

*

Ognuno dapprima lo sfuggiva, a cominciare dal comandante, che mangiava in saletta con gli ufficiali per non incontrarlo a tavola. Un giorno il passeggero lo raggiunse sul ponte di comando. Indifferente alla burbera accoglienza, rise, ammiccò, fece delle strizzatine d’occhio:
- Passo per iettatore, ora? Ah, ah. Ho a terra un amico iettatore che fa la bella vita. Gli regalano cinquanta lire al giorno perché non entri al cinema e altre venticinque perché stia lontano dal teatro; una cinquantina le guadagna giorno per giorno col mettersi davanti alle vetrine dei negozi: chi gli dà dieci, chi cinque, chi venti… Ah, ah.
Man mano l’isolamento del passeggero cessò. Qualcuno di bordo, passando in coperta presso il signor Totam, gli rivolse un saluto. Egli potè scambiare due parole; se domandava notizie sul vapore, sulla rotta, gli rispondevano con premura. Il maestro d’ascia, un giorno di mare grosso, gli disse:
- Il mare è ua brutta bestia.
- Vi fa paura?
- Fa paura a tutti, signore. A me più che agli altri.
- Perché?
- Sono un risuscitato. Mi salvarono quando ero più morto che vivo; annegato quasi completamente.
- Che cosa provaste?
- Terribile, signore. Avessi avuto in quel momento una rivoltella, mi fossi potuto avvelenare… Furono pochi minuti, ma, mentre mi sentivo andare giù, giù… pensavo, figuratevi, all’impiccagione come a una festa di ballo.
Attorno al signor Totam si stabilì rapidamente una cerchia di simpatia, una cordialità affettuosa. Tutti parlavano con lui volentieri, raccontandogli casi di navigazione, naufragi più che altro; cose orribili e strazianti. Nessuno, di bordo, che non avesse visto qualche annegato: visioni paurose, fremiti di spavento, grida di raccapriccio, la peggiore delle morti. E parecchi, sia di coperta che di macchina, si erano invece trovati a vedere impiccati, in America, in Australia. Un nulla. Tac! finito.
- Lo sa, vero, signor Totam? L’impiccato gode. La corda fa lo stesso effetto di una bella donna.
- Quando staccarono mio cognato, all’ultimo momento, diventò una furia, perché, così disse, era sul meglio.
- Basta che la corda non sia tanto grossa e scorra bene. Sapone o sego.

*

Il vapore è preso dall’uragano. Non è una novità sul mare; una variazione e una gara di forza a cui la gente deve essere preparata.
Un vapore di quarant’anni, una carretta che ne ha viste tante, un po’ stanca, indebolita. Sobbalza pesante sull’onda.
Manca a bordo il coraggio consueto, ci sono dei volti inquieti per un chiuso sentimento di disgrazia.
Una tempesta diabolica, un assalto furioso e tenace, un accanimento. Le sospensioni dell’elica cambiano il battito del cuore. Nessuno pensa che sia il caso, eternamente nuovo. Il caso: una parola, una bugia. L’inquietudine gocciola sulle anime, le turba. Lo sconvolgimento dell’oceano acquista, in quelle anime, un aspetto di volontà.
Il vapore governa a fatica, si risolleva a stento, come scoraggiato. Se ha uno spirito – e si dice che lo abbiano le navi – v’è in esso la medesima angoscia vicina allo sgomento e alla resa; l’angoscia sottile filtrata dai nervi, torbida, cinerea che abbatte l’equipaggio.
L’oceano urla e il diavolo ride, la notte calca il coperchio sul dramma: un dramma nero. Masse di tenebra l’aria e l’acqua, un tenebrore di perdizione negli uomini… Ci siamo, par che a noi non debba mai toccare… proprio a noi… ma ci siamo.

*

Quando la vecchia caretta, a cui l’oceano si è contento di metter paura, esce dall’uragano, mal ridotta ma salva – senza imbarcazioni (sono andate), con la macchina ansimante, l’opera morta qua e là demolita, gli alberi da carico troncati – ma salva – il comandante va a vedere che cosa è successo del signor Totam. Nessuno, s’intende, l’ha visto per tutta la durata del ballo; nessuino ha pronunziato il suo nome, quantunque rintoccasse dentro i cuori come la campana dei morti.
- Non gli è riuscito.
- Però c’è mancato poco.
Così dicono in coperta e così dicono in macchina, forse nel preciso momento in cui il comandante apre la porta della cabina assegnata al passeggero.
- Che cosa fa, maledetto imbecille?
Il signor Totam – ancora la coda dell’uragano sbatte e flagella il vapore – il buon signor Totam grasso e ventruto è steso sul pagliolo della cabina. Ha il viso verde da annegato, fra le mani flaccide tiene una ventina di amuleti, sul suo capo pende un laccio.
- Che cosa fa?
- Pericolo?
- No.
- Proprio no?
- Non più. Si alzi, andiamo!
Lo issa a foza. Il signor Totam non si regge, è di una flaccidità inverosimile, trema, piange, volta gli occhi in alto, li chiude, emette grida animalesche:
- Il laccio, il laccio!
- Si può sapere che cosa faceva?
- Piuttosto che affogare mi sarei impiccato… All’ultimo momento, comandante; all’ultimissimo momento, quando avessi sentito il gelo dell’acqua.
- Conta di vivere un pezzo, lei?
- Certo. La salute è buona. Mi rimetterò dallo spavento. Guardi: sono già un po’ rimesso. Ma ora, comandante, mi ringrazi, merito dei ringraziamenti: ho salvato il vapore. Io, sa? Io! Quella, è la corda di un impiccato, autentica. La fortuna. La porto sempre con me, sempre. Ora posso dirglielo: ho fatto questo viaggio per collaudarla. Speravo su una piccola tempesta che mi desse modo di metterla alla prova. Prova convincente, su un vapore vecchio e sgangherato come questo. Non mi vorrà mica sostenere che il suo vapore abbia potuto cavarsela da sé! La prova è riuscita, splendidamente riuscita. Il resto… il suicidio… tutti scherzi.
- E se io le rompessi le ossa, non avrei ragione?
- Forse sì, comandante. Ma non ci pensi più, è passata. E io so che la mia corda è sicura. Sicura, capisce? Molto più sicura del suo piroscafo. Posso mettermi tranquillamente a qualunque rischio, fare l’eroe… Un’altra tempesta no, sa? Allora sarei proprio matto, come dissero quando mi chiusero nel manicomio. No, caro, niente tempeste, io non navigo più. Sto a terra e la corda mi salverà dalle disgrazie automobilistiche, dagli scontri ferroviari, da tutto. Lei crede di essere savio? Io le assicuro che è matto, se dopo una tempesta come quella che – che è passata, vero? Proprio passata? – non segue il mio esempio. Si metta a terra, comandante; io, d’ora in avanti farei piuttosto l’imbroglione che il marinaio… Che maniere! Bisogna proprio venire a bordo per trovare dei villani.
Aveva ricevuto un paio di ceffoni fenomenali.

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