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6.1.10

"Uomini sul mare" di Ugo Cuesta - Isole

Questo post fa parte di "Uomini sul mare" pubblicato da Ugo Cuesta nel 1938

Da poco, snodandosi lungo la riva, è passata la processione. L’immagine della Madonna dei Dolori che in tempi lontani il mare gettò a spiaggia chiusa nella cassa di un marinaio, ha benedetto le persone e le acque.
Ora la ciurma è riunita quasi al completo nell’osteria del Tebaldo a bere il vino robusto che sa di salmastro. C’è Sciummei e Rubadonne, c’è Bubbù e Tramontana. Il Gabbianello fa gruppo con Nebbia e Temponero, Ponente trinca di conserva con Paparzi, Tuttipesci discute col Campanaro e con la Sora Filomena, che ha il nome da femmina e tutto il resto da maschio.
Il Dannato, secondo il solito, racconta storielle a carico dei paesi rivieraschi:
- Quando quelli di Rio Marina si misero in mente di spostare la Palmaiola per costruire il porto, imbracarono l’isola e s’attaccarono al cavo: Tira, corpo di Gesù, diceva il più di tutti; e gli altri: Tira, tira, viene nicche-nicche. Invece quelli del Giglio, volendo farsi il porto con lo scoglio della Scuola, si davan la voce così: Ghiù… ghiù… ghiu-ghiu-ghiu-ghiu….
- Ma al Giglio la racconti, Dannato?
L’amico conosce il viver del mondo, e i gigliesi non son ghigne da lasciarsi girare.
- Ci vogliamo andare al Giglio col gozzo?
- Dico la verità – interviene il Campanaro – io non mi ci fiderei. Coraggio n’ho sempre avuto poco. Qualche volta, sì, in quel poco che ho navigato da giovanotto, mi mettevano al timone, ma bisognava che il mare fosse un olio. Se si tratta d’andare a remi per queste cale; ho buone braccia; la vela…


*

Questi discorso fatto iersera deve averci portato male, perché stamani, partendo a buon’ora col Paolino, il vento non si leva.
- Speriamo di trovarlo alla punta della Madonnina.
Voga, voga, ci lasciamo di poppa la punta, e la vela all’antenna sembra esserci per figura, col peggio che ogni tanto vuol tombare, e la boma a non starci attenti ci rompe la testa.
- Speriamo di trovarlo sotto l’Argentarola.
Voga, voga, ogni tanto si prende un refolo, ma siamo alle solite.
- Proviamo ad allargarci.
Un po’ meglio, però roba di poco, e bisogna sempre vogare, mentre il mare, man mano che perdiamo il ridosso dell’Argentario, ingrossa, raddoppiando la nostra fatica sui remi. Mare lungo, e visi lunghi; tempo bastardo.
Volendo prenderla come viene, passiamo il remo sottogamba per mangiare pane e qualche cosa. La colazioncella mattutina invita, non so perché, a contemplare. Le torri di vedetta, sulle punte, ricordano i tempi dei barbareschi. Le acque dell’Argentario furono spesso schiumate e qui corse molto sangue, ma fu anche raccolta della gloria. I rivieraschi si difendevano da bravi, le poche galere che la molle Corte di Toscana manteneva armate, seppero farsi onore. Videro queste acque le prue di Maometto, e l’ammiraglio Guidi andare all’affronto, con la bravura che lo rese vittorioso. Riprendiamo la voga.
- Dannato, non ci faremo mica raggiungere dal vapore?
Sarebbe gran vergogna rollare nella scia del piroscafo che ogni giorno, pazientemente, fa il viagggio da Porto Santo Stefano al Giglio, e lo fa da tanti anni che di certo deve avere imparato la strada, come quei cavalli che tornano dritti alla stalla, mentre il carrettiere dorme tranquillo.
- Forza, allora.
Il vento comincia ad aiutarci. Il porticciolo del Giglio, con le sue liete casette rosse e bianche, è visibile; anche l’onda diminuisce, per il nuovo ridosso cui andiamo.
Passano per il canale vapori e velieri. Uno di questi, aiutandosi col motore, lascia una lunga fumata biancastra. Due scune che debbono arrangiarsi con le sole vele, paiono immobili; per convincersi che camminano un poco occorre aguzzar lo sguardo sulla scarsa spuma che fanno di prora.
- Aver avuto la tramontana, che ieri ci dava noia, si sarebbe già arrivati.
- C’è una storia…
- Che storia? La storia è che la sera, a discorsi, fra un bicchiere e l’altro, il vento deve venire sempre a filo.
- No, c’è la storia di Tramontana. Sposò, ma dopo sette o otto giorni si venne a sapere che non gli era ancora riuscito arrivare a Roma, e leticavano marito e moglie, facendosi carico a vicenda. Allora a Tramontana gli dissero che c’era un mezzo: portasse la moglie a mezzogiorno, col gozzo, verso Cala Moresca, e la tenesse al sole per un’ora colla cupola scoperta. E così fecero, soltanto non sapevano che era stata passata la voce, sicchè dietro gli scogli c’era tutta la gente del porto, e quando la cupola venne fuori, ci fu una fischiata marca stella.
- Ma poi ci arrivò a Roma Tramontana?
- Ha dieci figliuoli.


*

Intanto noi siamo arrivati al Giglio, e ormeggiamo al molo, fra golette e tartane, che caricano il buon granito delle cave e l’uva dolcissima dei vigneti.
In attesa di ciò che stanno preparando nella linda cucina dell’oste, Port’Ercole fa le spese del discorso, visto che al Giglio ci siamo.
- Un tempo i portercolesi la domenica magari si davano una bella mutata, ma le scarpe non c’era verso che se le mettessero, sicchè andavano alla messa scalzi. Allora i sontostefanesi sparsero sul pavimento della chiesa una mezza coffa di granchi. Quelli entrano, a piedi nudi, e cominciano a sentiersi pinzare. E dicevano: E che de’? – Corpo di Ghiesù son nati li granci in chiesa. – Ce li abbin portati li santistefanari? – Devin essere stati loro. Andò a finire che quelli di Porto Santo Stefano dovettero scappare sulle barche, e da terra venivano certe sassate da ammazzar la gente.


*

Prima di sciogliere l’ormeggio, salute, porticciolo del Giglio, nido di piccole navi, tazza azzurra dove mollemente si cullano gli scafi al cospetto del paese nitido e gentile, sulla cui calata vecchie donne nero-vestite pongono la dura sensazione di una vita combattuta.
- Dannato, hai bevuto poco?
- Quasi niente.
- Anch’io.
L’ansonico con diciotto gradi di alcool deve essere svaporato, in questo sfolgorio solare che avvolge l’isola e ne trae riflessi come da una gemma. Vieni, o Dannato, il comandante del piroscafo ci ha offerto rimorchio: gliela faremo vedere. Rimorchio a noi? Con la forza che ci viene dal vino ansonico, potremmo rimorchiare anche il vapore.
La vela è sciolta. I remi cominciano a giocare negli stroppoli, spuntiamo il molo e la brezza spinge al largo la nostra prua.
- Quando San Mamiliano, che faceva l’eremita a Montecristo, sentì d’essere prossimo a morte, disse ai gigliesi e ai campesi che del suo trapasso sarebbero rimasti avvertiti da una fiammata accesa sull’isola. E tutti, a Campo e al Giglio, stavano attenti per correre a prendere il corpo del santo. Difatti ecco il fuoco; via tutti con le barche. I campesi arrivaron primi, ma di poco; sopraggiunti i gigliesi, si misero a litigare:
- Corpo di Ghiesù – dicevano i campesi – l’amo pigliato noi e il Santo è nostro.
- Giuraddie – dicevano i gigliesi – invece è nosso.
Quelli l’afferrano alla vita, questi per una mano, e tira tu che tiro io, i gigliesi ebbero un braccio e gli altri tutto il resto.
Nella luce del meriggio, sulla meraviglia incessante del mare, le nostre voci si sperdono.


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