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6.1.10

"Uomini sul mare" di Ugo Cuesta - La maschera al timone

Questo post fa parte di "Uomini sul mare" pubblicato da Ugo Cuesta nel 1938

Non dovremmo farlo anche noi un po’ di carnevale? Pazienza in navigazione chè allora ci si contenta di raccontare qualche burletta, se ce n’è tempo e voglia, ma capitando d’essere a terra, non è mica detto che il marinaio debba guardare gli altri e succhiarsi le dita (bel gusto, poi, con tutte le porcherie che si maneggiano a bordo: e sego e catrame e potassone, quand’anche non capita di caricare roba che puzza, come ossa e formaggio).
Per l’appunto l’occasione di essere ormeggiato nel giorno di giovedì grasso capitò a Giuseppe della Gina, che, con le carte da padrone, comandava una tartana.
La barca, partita da Genova con destinazione Licata, aveva dovuto appoggiare a Livorno causa il tempo, e Giuseppe era di quelli che al divertimento ci stanno. In navigazione faceva l’uomo, in porto badava a stare allegro; eppoi i tipi come lui son fatti così, che quando son vicini a casa non li terreste fermi neanche a imbracarli.
A bordo quando disse che partiva, gli fecero osservazione:
- O se il tempo muta?
Rispose che in nottata tornava al sicuro. In men che non si dica fu a terra, da uno che noleggiava i costumi da maschera e lo conosceva; si mascherò, e così, col costume sotto il cappotto, prese il treno del paese.

*

Per le strade c’era movimento. I ragazzi, conciati con qualche cencio, strillavano come se avessero avuta la pancia piena di roba buona, le ragazze erano vispe più del consueto: e tutti a guardare quella maschera piuttosto sudicia che passava, e dirgli dietro finchè non fu sulla porta di casa sua, dove, essendosi permesso uno scherzo con la madre, che non lo riconobbe, Giuseppe prese un paio di schiaffi, tanto per cominciare.
Un po’ di vento veniva dal mare, il freddo metteva addosso certi diavoli, e bisognava far quattro saltu anche a non averne voglia. Giuseppe della Gina, che se la pretendeva a giovanotto in gamba, pareva, in quel putiferio del veglione, una barca senza governo; e salti e scherzi ne faceva per così. Con l’aggiunta di parecchi bicchierotti, più i ponci, che piano piano te lo misero al posto.
Intanto, a Livorno, quelli della tartana l’aspettavano a gloria, perché il vento era a partire.
Perder la partenza quando si naviga alla parte, e il guadagno o lo scapito ricasca su tutti, è un guaio. Aspetta e aspetta, due andarono alla stazione a prelevarlo.
Difatti arrivò tutto in bando, sempre vestito da maschera sotto il cappotto, e così lo portarono a bordo come un sacco, senza riuscire a snebbiargli la testa.
- Basta – dissero – a bordo c’è. Ora si parte e poi gli passerà.
La tartana uscì dal porto, prese il vento, si mise in rotta, ma sull’imboccatura del canale di Piombino furono dolori: vento e mare da far venire la voglia di cambiar mestiere.

*

Giuseppe russava beato e duro; russava da parecchie ore giù in quella cuccia di poppa, che appena c’era posto per le sue dimensioni, e gli doveva parere d’esser sempre a frullo con le ragazze del paese a suon di musica, perché la tartana ballava un certo ballo da abbattersi tutti i momenti.
- Giuseppe – gli dissero.
- Giuseppe! – gli urlaron negli orecchi.
E non bastando la voce, furon gomitate.
- Dove siamo? – domandò lui, come se si fosse addormentato in treno.
- Siamo a perdersi, il tempo non è punto per la quale.
- Sì. Ma dove siamo?
- Al canale.
- Neanche una torpediniera ci arriverebbe così presto.
- Presto? E’ notte.
A sentir dire così, Giuseppe, che credeva d’aver dormito mezz’ora, saltò in coperta, vestito da Pierrot.
Parve, la tartana, una barca su cui il diavolo avesse messo per ischerzo l’allegria. Alla barra, Giuseppe della Gina, senza più fumi nel cervello, governò come si conviene.
L’acqua rovinava da bordo a bordo; il Pierrot a volte s’alzava come un gigante, portato su dall’onda, a volte si vedeva il mare sopra il naso. Gli schiaffi del mare gli lavarono il viso infarinato; e lui sodo, saldo al suo posto.

*

Quando il tempo fu al meglio, Giuseppe tirò una gozzata dal purone, che conteneva vino siciliano, dette la barra a chi toccava e disse:
- Ora mi riadddormento.
Eran passate sedici ore, era bagnato come lo scafo, il costume da Pierrot gli riempì d’acqua la cuccetta, senza che lui avesse forza di buttarlo via.
La mascherata continuò sul mare, nell’estrema poppa di una vecchia tartana, mentre i marinai ridevano, ricordando altre e non poche bufere di terra fatte da Giuseppe della Gina, marino come tanti vorrebbero essere, e uomo da vedersi nel pericolo, ma che a bordo a un bastimento più d’un anno non ci stava, bizzarro e balzano com’era.


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