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6.1.10

"Uomini sul mare" di Ugo Cuesta - Lettere di Repetto Fruttuoso - 1

Questo post fa parte di "Uomini sul mare" pubblicato da Ugo Cuesta nel 1938

In un certo tempo della sua vita, l’autore, per un fenomeno di sdoppiamento o altra diavoleria, venne a trovarsi nella pelle ben concia e indurita del nostromo Repetto Fruttuoso, ligure d’origine ma toscano di nascita. Durante tale periodo, l’autore, così trasmigrato e trasformato, scrisse varie lettere all’amico Pippo, e di queste, alcune ora ne raccoglie e stampa.


Caro Pippo,

scuserai se non ti ho scritto prima, causa di essere rimasti due mesi in Buenos Aires senza trovare un nolo, sicchè ci si annoiava parecchio e mancava la voglia di scrivere agli amici. Finalmente abbiamo caricato ferraccio ed ora eccomi a darti le mie buone notizie, dopo aver fatto lo scarico a Savona. Dunque ti faccio sapere che siamo stati in viaggio trentadue giorni, con tempo cattivo da Gibilterra in qua e il piroscafo tribolava parecchio, tanto per la vecchiaia come anche per via del troppo carico. Ora si va in disarmo e io aspetto un altro imbarco di cui ti farò sapere qualcosa a tempo debito.
Rapporto alla vita che su faceva sul “Tenda” poco ho da aggiungere a quanto già sai del primo ufficiale che era piuttosto stitico di carattere e io ci feci questione; in fondo non si potrebbe chiamare cattivo e il mestiere lo conosce come un altro soltanto fra me e lui non ci si prendeva tanto e così sono contento di essermi sbarcato, anche perché il mangiare non era tanto per la quale e io non andavo d’accordo col caporale di macchina napoletano che voleva tutti i giorni la pasta col pomodoro solo senza condimento, neanche fosse stato socio dell’armatore.
Tornando alla navigazione di ritorno da Buenos Aires, mi resta raccontarti che passata la linea con frequenti piovaschi e mare lungo, che la gente era parecchio stanca, avvistammo il giorno 16 per greco-levante un veliero norvegino col quale scambiammo i segnali e andava in zavorra a Pisagua, ma aveva un matto a bordo e ci domandò se si voleva prenderlo noi per sbarcarlo a Gibilterra, ma si rispose di essere già troppo carichi. Era una bella nave, quella lì, a quattro alberi, e quantunque a bordo ai vapori si faccia vita meglio mi domando come mai l’Italia non abbia più bastimenti al lungocorso, specialmente in considerazione che ci tocca comprare all’estero il carbone e la nafta, come diceva anche il nostro comandante che parla poco ma sa il fatto suo.
Ti faccio anche sapere che a bordo, essendo l’equipaggio ridotto mi toccava lavorare da marinaio assieme cogli altri, come pure il secondo ufficiale e l’allievo, a picchiettar lo scafo e pitturare, però sono del parere che a parte la fatica sia meglio così che stare con le mani in tasca oppure a fumare, che oltre a tutto si sciupano i soldi bruciandoli dentro la pipa.
Appena arrivati a Savona ebbi il telegramma della moglie con la nascita di una bimbetta chiamata Giuseppina secondo lo stabilito in precedenza, prima cioè che partissi l’ultima volta. Ma io non l’ho ancora vista avendo dovuto stare a bordo durante lo scarico, e non vedo l’ora di fare una scappata a casa, tu capisci perché. Anche a noi marittimi la famiglia s’ha piacere di vederla e si porta sempre nel cuore, io ci penso di continuo specialmente la notte quando sono di guardia. Sai bene, si cammina in coperta per passare il tempo e intanto vengono tutte le fantasie e si fanno anche i castelli in aria, che poi se viene un colpo di mare e uno non sta in vita, c’è il caso di picchiare il naso contro ina manica a vento senza aver modo di agguantarsi e queste son le fortune che capitano a chi pensa alla famiglia con mare mosso e vento fresco, quando ti sembra di sentire le voci delle tue creature.
Aggiungo una fotografia della piccola Giuseppina che pesa già cinque chili a forza di succhiare la sua mamma e più tanti cari saluti pregandoti di farmi sapere al più presto possibile se è vero che Vincenzo, quello che noi si chiama Mezzobuzzo, s’è imbarcato sulle petroliere, secondo mi hanno assicurato, e più mi firmo il tuo aff.mo

Repetto Fruttuoso
nostromo.


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