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6.1.10

"Uomini sul mare" di Ugo Cuesta - Lettere di Repetto Fruttuoso - 2

Questo post fa parte di "Uomini sul mare" pubblicato da Ugo Cuesta nel 1938


In un certo tempo della sua vita, l’autore, per un fenomeno di sdoppiamento o altra diavoleria, venne a trovarsi nella pelle ben concia e indurita del nostromo Repetto Fruttuoso, ligure d’origine ma toscano di nascita. Durante tale periodo, l’autore, così trasmigrato e trasformato, scrisse varie lettere all’amico Pippo, e di queste, alcune ora ne raccoglie e stampa.


Caro Pippo,

essendomi imbarcato a bordo all’“Adelaide” che fa i viaggi del mare del Nord con carico generale, il 24 dicembre in porto di Genova cadde una buccola passacavi dalla coffa e venne a farmi gli auguri di buona fine e buon principio sulla spalla sinistra, che sai pure siamo ben piantati sennò mi spezzava in due. Perciò anche questa la posso raccontare e sai come dice il proverbio, di noi il diavolo non sa cosa farne. Motivo per cui ti scrivo per ingannare il tempo trovandomi a terra infortunato, che ho perduto la partenza e vuol dire che imbarcherò quando l’“Adelaide” tornerà in Italia, ossia circa fra tre mesi.
Non ti nascondo, caro Pippo, che questi tre mesi mi sembran o lunghi, ma siccome non c’è altro rimedio si cercherà di passarli allegramente.
Anzi l’altro giorno mi trovai con Tono Bonaccorsi che ora ha i capelli bianchi perché prima se li tingeva e mi disse di essersi salvato quando si perse il “Mameli”, quel motoveliero di Viareggio che incagliò a Sant’Eufemia perché non ce la fece a imboccare lo stretto di Messina nonostante il motore e tutto, causa lo stato del mare e la corrente. Allora per festeggiare lo scampato pericolo ci siamo messi a parlare degli amici compreso te che non vedo da tanto tempo. Un discorso tira l’altro, ho saputo che il figliuolo di Tommaso dispensiere a bordo all’“Eneo” ha preso le carte di cabotaggio e ora comanda una scuna che fa i viaggi del vino dalla Sicilia a Genova, dove difatti il vino taglia subito le gambe. Io quando vedo uno che fa carriera sono tutto contento e magari avessi avuto giudizio anch’io, a quest’ora potevo avere un bastimento, ma sai come succede uno non ci pensa e poi vengono le disgrazie e io mi trovo qui a terra con la spalla che ogni tanto mi fa veder brutto il sole.
Sempre parlando con Tono ho avuto le notizie del capitano Carbone, che hai conosciuto anche tu quando si facevano i viaggi di Galveston e Tampico. Dice che ha preso moglie ed è anche diventato avaro, certo però che per esser marino bisogna lasciarlo stare e ricorderai di quella volta che stette da sessanta ore sul ponte di comando finchè non fu passato il ciclone, che se il vapore non era buono e lui non lo sapeva portare ora non si sarebbe qui a scriversi fra amici tanto per ammazzar la noia.
A casa tutti bene compresa la bambina che è la mia consolazione. Ci fui prima di prendere imbarco sull’“Adelaide” e rividi la pipa che mi regalò il povero Beppino avanti di partire per l’Australia col “San Giuseppe” che pareva lo sapesse di andare a perdersi e volle lasciarmi un ricordo. Per un pezzo l’ho adoperata, ma essendomi fatto scrupolo di consumarla totalmente a forza di fumarci l’ho messa fra gli invalidi a capo al letto con ordine alla moglie di non muoverla mai. Però il “San Giuseppe” era un bastimento sul serio, e dire che non se n’è più saputo nulla. Basta, prima o poi son cose che capitano e provati un poco a negarmi il destino. C’è chi non gli succede mai nulla e chi da di prua in tutte le sfortune. A me per esempio, se quella buccola non cascava dalla coffa mi faceva un piacere, ma tira a campà come dice il napoletano, e non avrei altro da dirti se non fosse che a pensarci sopra mi convince che se mi mettessi a fare stivali da acqua nascerebbe la gente senza gambe.
Con la quale ti faccio anche sapere che a parte la spalla ora sono un morto che invita all’allegria e l’altra sera, non fosse che c’erano presenti dei marinai giovani che mi hanno navigato per nostromo sicchè bisognava mantenere le apparenze, ci sarebbe incastrato anche di cantare qualcheduna di quelle che si cantavano insieme quando s’era giovanotti, ma insomma mi contenni e così finisco queste poche righe col farti tanti saluti e scrivimi che mi fai sempre piacere.

Tuo aff.mo
Repetto Fruttuoso
nostromo.

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