La partenza vien decisa sul far della sera, mentre vento e mare abbonacciano nella luce rossa del tramonto. Vincenzo il Dannato, fiero delle carte da padrone che dice di possedere, s’accomoda con la Capitaneria e traccia la rotta, così a voce, senza bisogno di parallele, molto fidando nell’aneroide che gli rivela tutti i segreti del tempo.
Si salpa la mattina, prua a tramontana, stringendo il vento – pochissimo – che l’aneroide prometteva in poppa, e viene, per contro, dal primo quadrante. Il golfo dell’Albegna è mosso dalla maretta, l’orizzonte è fasciato di foschìa, le isole, al largo, si distinguono male.
Il capitano è alquanto depresso, causa le continure smentite che il tempo dà al suo barometro, strumento in verità così perfetto, da dover dire che il tempo medesimo ha torto, quando le indicazione della lancetta resultano errate.
Uno di Porto Santo Stefano sa sempre il fatto suo, prova ne siano le lunghe navigazioni del Dannato, che è stato anche al lungo corso sulle carrette. Non che comandasse lui, però nei momenti difficili il timone non lo affidavano ad altri.
Quasi manca il vento, il mare delle Bocche tribola la barca, tuttavia Vincenzo ha più fiato di quelle teste dalle gote gonfie che nelle vecchie carte segnavano, col loro soffio, i punti dai quali le vele dovrebbero essere impregnate, quando non sbattono o filettano.
- Dunque, s’era partiti di Nuova York e i primi sette giorni tutto andò bene, con calma di vento e mare abbonacciato. Il vapore filava otto miglia, a bordo nulla di nuovo, quando sento il Marconi dire al comandante: Si va verso il ciclone. Difatti sulla sera da tutti i segni si vede che il tempo cambia, e allora il comandante mi domanda: “Quanto resisti al timone?”. Io dico: “Ha voglia!”. E lui, allora, mi fa dare il cambio al timoniere. Siccome non avevo mangiato, manda il cameriere con una bistecca e insalata. Io sempre alla ruota, e il cameriere m’imboccava, tagliando la carne a pezzi. Ci stetti trentadue ore; passato il pericolo mi fecero dormire bello tranquillo in una cabina.
*
La prua è su Talamone, che ci appare confuso nella bruma del caldo, e tutti i cicloni del Dannato non valgono ad abbrivare il Paolino, che solo a tratti prende un refolo, o, come il capitano lo chiama, un “gobbetto”. Mentre la maretta, lontano annuncio del mal tempo che, secondo il solito, le Bocche di Bonifacio buttan fuori, continua a darci un discreto rollio, la meglio è parlare, così senza impegno di crederci:
- A Port’Ercole, n’hanno bastimenti?
- Hanno qualche barca da pesca, e se passano per combinazione Capo d’Omo cominciano a dire: siam persi per il mondo.
Capo d’Omo, sprone estremo dell’Argentario, si mostra a poppavia del traverso. Queste colonne d’Ercole che il Dannato assegna alla conoscenza nautica di chi abita il luogo omonimo, ci dicono intanto che facciamo poco cammino, quantunque i “gobbetti” diventino più frequenti e gagliardi.
Il sole dardeggia il mare, il Paolino è in un bagno di luce, si vede il vento venire dal largo; arriverà finalmente, se non in poppa, almeno da stringerlo con profitto. Nell’attesa convien discorrere di navigazioni alla vela, parendoci d’essere invelati come quando soffia fresco e il bastimento va.
- A bordo ai viareggini si mangia sempre fagiuoli. Ai viareggini dàlli “fasuli”, che saran sempre contenti. Eppoi, noi di Santo Stefano abbiamo i bastimenti nostri, perché si dovrebbe navigare su quelli degli altri? Coi genovesi, a dir le cose come stanno, bene non ci si passa. Quando Gesù andava per il mondo, appena seppe d’essere in Liguria disse: torniamo in Galilea.
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Avremo fra poco il vento. Il barco-bestia partito all’alba cominciò a prenderlo nelle rande e gli dà il trinchetto, dopo le gabbiole. Era entrato l’altro giorno in avaria, con un po’ di mare, accusando di far acqua perché troppo sforzato dal motore. Il perito, invece, ha detto che avaria non c’è; ma certo su quel bordo, motore o non motore, petrolio ne vien consumato parecchio, come osservava iersera qualcuno a vedere il motorista rollare sulla gettata del porto, quasichè fosse al largo con mare mosso.
Le nostre vele raccolgono la buona brezza che è girata a maestrale e promette di farsi gagliarda, la prua si adorna di due candidi baffi, la maretta si muta in una più lunga ondulazione, sulla quale la velatura, che porta, tien sollevata la barca. Volano i gabbiani a gran colpi d’ala, si adagiano sull’acqua e pescano, ricordando al nostro appetito, che si sveglia, il modo di cucinarli quando son di cova, e, andandoli a togliere dai nidi su per gli scogli, allorchè la bonaccia tiene il bastimento sotto costa, c’è da rimpirsene la camicia: e, spellati che sono, si mettono in casseruola con un po’ di vino per purgarli del selvatico, s’aggiunge olio e tutti i condimenti: vengono saporiti come piccioncini.
Il mare è avaro, bisogna sapergli strappare ogni più piccola risorsa. La gente delle rive va a far rondoni sugli isolotti, getta la rete nelle cale appena il tempo grosso del largo avvii un po’ di pesce, stacca patelle dalle scogliere, di tutto fa cibo. Se si mangia male poco importa, lo stomaco s’empie lo stesso, la vita continua. Scarso è il mare ai rivieraschi e non è prodigo ai naviganti; ci si arrangia come si può, quando verrebbe fatto di mugugnare ci si consola col ricordo del peggio, per esempio di quando, carico il veliero di benzina in latte, i gas toglievano ogni gusto, la roba si cucinava nel gozzo a rimorchio, tempo permettendo, per evitare il pericolo d’incendio.
*
Sotto Talamone una striscia azzurra attaverso una zona colorata in viola dalle alghe, annunzia il passaggio sul bassofondo. Diamo di bordo in dentro, con la speranza di scapolar la secca, e invece si finisce per impruarla: entriamo nel Mar dei Sargassi, diavolo birbante, e le vele sbattono, occorre tombar la randa, far prua sul promontorio, rinunziare a un arrivo trionfale. Ah, Dannato, tu sei poco orziero.
… Voi l’avete capito – no? – che il Paolino è un gozzo di quattro metri e centimetri? Tante volte non l’aveste preso per uno scippe. State a sentire il ritorno, e non mettetevi in mente che il capitano, per aver dato in secco, sappia poco il fatto suo. Figuratevi che, avendo preso il comando del primo piropeschereccio apparso nelle acque dell’Argentario, gli toccò sbarcare fra carabinieri e finanzieri, se volle sottrarsi alle ire della gente, che si vedeva già rovinata da quella faccenda di pescare con l’elica a bordo: un pioniere, e, per poco, un martire del progresso.
Il maestrale rinfresca. Le pecorine che entrano nel golfo annunziano vento e mare. Si salpa il ferro, si discute sulla convenienza di levare un po’ di tela, e siamo già oltre la punta. La maestralata invigorisce. Il Paolino, che sbanda un po’ troppo, quantunque abbia preso altra zavorra, causa il costruttore che lo tirò su senza spanciarlo abbastanza, fila come un cutter da regata, forse perché sul bompresso, invece di avere quell’antipatico “empiastro”, porta due fiocchi, che non ci sembra fatica cambiare, quando occorra.
Il mare rinforza. Le pecorine diventano orsi bianchi, e ci mandano qualche spruzzo che rinfranca. Saltiamo in groppa alle onde, allentiamo la scotta per sostenerci meglio, presto incrociamo le motobarche che, con la rete incocciata, rollano assai, talora imbarcando.
- O Dannato – grida qualcuno – ci vuole il tuo coraggio.
Che diavolo, non crederanno mica, questi amici, d’essere nella tempesta davvero? Dài tutto al vento, o Dannato, e io ti toglierò il soprannome. Bagniamoci un poco, che è caldo. E qui ci vuole, per fare allegria, una storiella.
- Il greco venne in Italia con un bel bastimento e a terra conobbe una certa tale. Finì per lasciarci il nolo e vendere il bastimento. Allora disse: “Italia, donna piccina mangiare bastimento grosso”.
Tira a campare. O non siamo arrivati? Lascialo perdere, il greco. Fondo.
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