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6.1.10

"Uomini sul mare" di Ugo Cuesta - Ore di pesca

Questo post fa parte di "Uomini sul mare" pubblicato da Ugo Cuesta nel 1938

Assai prima dell’alba – scuro l’orizzonte e scuro il cielo – la rete vien calata. Il molinello frenetico fila il cavo d’acciaio. Di poppa, le acque spumeggiano, ribollono.
La barca comincia a trainare; lentamente, per cinque ore, trascinerà la rete sul fondale fangoso. A bordo, tolto il timoniere, la gente riposa in cuccetta.
Quando il sole, annunciato con larghe e rapide pennellate di minio nella foschia, sale rosso fuoco, gli anziani, a prua, cominciano a rammagliare le reti di ricambio.
Sempre buie, le isole, in lontananza e buio è il ponente, mentre attorno alla barca la luce del sole fa cadere le prime gemme nel mare.
Ci scaldiamo con un sorso di caffè. Già umidi di guazza, le onde avrebbero voglia di bagnarci un altro poco, chè gonfiano abbattendo il bordo in una allegra ballata di rollìo.
I giovanotti salgono arriva a passar cavi e incocciar bozzelli; a momenti, scherzi e racconti romperanno il silenzio. Il motore continua a pulsare, faticando per tutti: colpi metallici che fanno vibrare ogni cosa. Vibriamo anche noi, come scossi dal vento.

La barca, trattenuta dalla rete, fila forse due miglia. Peschiamo fra il Giglio e Montecristo. Laggiù si scorgono altre barche, che combinano il solito brutto tiro ai pacifici abitanti del mare.
Ogni giorno così, salvo la festa. Verso l’una del mattino il paese addormentato è corso da richiami sonori, quasi cantati:
- Andreaaaa…
- Giovanniii…
I pescatori che si svegliano a vicenda. Le barche mollano l’ormeggio, accendono i fanali e si danno la via. I motori animano la gran quiete notturna. Torna poi il silenzio, e soltanto a sera, quando le acque si fanno cupe perché il sole tramonta, la musica degli ànsiti, degli scoppi desta l’eco delle rive.
I pescatori sono stati in mare sedici, diciotto ore; dopo un breve sonno riprenderanno il largo.
Una gran luce ci abbraccia sul mare un po’ sconvolto, ed è tempo di tirar la rete. La gente si copre con brache, con grembiali d’incerato; tutto è pronto a poppa, le cassette attendono il pesce. Vediamo quale sorta di cacciucco ci siamo guadagnati.
Il molinello, ripreso dalla vertigine, salpa i sottili cavi d’acciaio, arrotolandoli in lucide bobine, finchè non compaiono i grossi “divergenti”, che trattenevano la rete, aperta, sul fondale.
Vengono su, ancora, i cavi di canapa, quelli di cocco, ed ecco la “rezza”.
- Issa!
Forza di braccia, olio di gomiti.
Un gran sacco fangoso s’alza grondante sull’estrema poppa. Subito aperto, lascia cadere un cumulo di melma e di erbe marine.
Pesca mediocre. Il mucchio è spianato e frugato, il pesce che nasconde vien diviso per qualità; cominciano a sortire i vividi colori delle triglie, dei gamberi, dei merluzzi, che guizzano le code. Il mare ci ha dato qualche minuzzolo della sua vita immensa.
Buglioli e buglioli d’acqua. Le squamme splendono al sole, magnifici impasti di tinte si compongono tutt’attorno, e il cuoco sceglie le delizie da mettere nel caldaro. Il novellame senza valore vien gettato a mare per la gioia di uno stormo di gabbiani, che ci seguono a gran colpi d’ala sicuri di satollarsi con i nostri rifiuti.

Un’altra rete è incocciata ai divergenti e cala a mare, 170 metri di fondo.
Viene il nostro turno. Sotto la tenda – chi seduto, chi accoccolato, chi in ginocchio – ci saziamo onorando il cuoco, che si chiama Ricciardo e ha fatto le cose a dovere.
Questo non è appetito, è fame, voracità da pesci sicuri che nel boccone non c’è l’amo.
Il vino d’oro gorgoglia in gola.
- L’altro giorno una fortuna: undici quintali di pesce.
- Benedetta tua madre, divori che sembri un macinino.
- Sarà un mese? Trovammo uno “sfaccimme” di tempo…
- Scirocco a diciotto carati. S’aveva paura, a tirar la rete, di metter la poppa sotto.
Pipe e sigarette accese, discorsi sciolti. La siesta dei pescatori.
L’elica continuava a turbinare spume, qualcuno s’addormenta, qualcuno canta.
Siamo otto su questa piccola barca affidata a Dio, costruita vent’anni fa per andare a vela. Era anche allora così veloce, che la chiamavano “Bicicletta”.
- Oggi è una motocicletta – dice il motorista, attaccato alla sua macchina come a una creatura.


Il vecchio Fumei, famoso spellatore e squartatore di pesci, che sembra il classico pescatore di Terranova effigiato sulle bottiglie d’olio di merluzzo, racconta storie di anfore antiche venute su nella rete. Resti di naufragi o forse di battaglie.
Ma i giovanotti non gliene lasciano portare una in fondo. Il vecchio Fumei lascia correre, di rado misurando uno scapaccione. Però gliele potrebbero lasciare stare, le uova del pesce sanpietro, che lui mette da parte per salarle, e invece finiscono regolarmente ai gabbiani. Ormai ci ha preso tanto l’abitudine che, dopo averle staccate con molta cura, le getta a mare da sé.
I guai di terraferma sembrano cose lontane, si pensa soltanto a condurre bene la barca, a fare allegria. Intanto che il mare, diventato bonario, ci dondola, si evocano vicende liete, vengono alle mente piacevoli ricordi, e perfino, alle labbra, un po’ di poesia:

Buonasera, padron dell’osteria,
so che ci avete tre belle figliole,
una l’è Gemma e l’altra Barberina,
una è Maria, la nostra protettora.
Una sembra la stella mattutina,
l’altra sembra li raggi del sole.
Vi do la buonasera e poi m’inchino,
la madre è Checca, il padre è Pasqualino.


Tutte belle storie, ma è tempo di scocciar la rete. Giovanni di Sbornia, capobarca, e Domenico il Nero, capopesca, dànno gli ordini relativi. Ricomincia, nella luce del sole calante, la musica del molinello.
Miglior fortuna; che bellezza di pesce, che gioia a bordo. Fratelli, un altro bicchiere. Banchettano i gabbiani nella scia, il porto s’avvicina. Da altri rombi, altre barche tornano al nido, la rete scura al trinchetto. Ci viene incontro la banchina, affollata di donne, di ragazzi in attesa, di mercanti che compreranno a buon prezzo la nostra fatica, di ghiottoni impazienti.
Giù l’ancora. Fondo! E passate il cavo di poppa, per salpar meglio domattina.
Le prue delle barche si allineano allungando il bompresso a curiosar sulla caletta.


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