L’aria pesa addosso, nell’orizzonte chiuso, portando stanchezza e noia. Appena, al largo, qualche piccola onda increspa sul caldo alito dello scirocco.
- Dove andate?
- Andiamo a Marsiglia.
La gente del navicello carica il marmo, sudando nella manovra del vinci. Issa. Arria. Le lastre di marmo calano nella stiva, mentre gli uomini si curvano sulle manovelle. Sono quattro, due per parte; le maglie turchine, o color tabacco, risalgono sulle schiene e scoprono carni abbronzate.
Un nulla muove il navicello, basta appoggiare il piede al bordo.
- Il navicello è la barca che porta più vele – dice qualcuno, come se non si sapesse.
Sui fianchi del veliero, copertoni da automobili fanno da parabordi.
- Siete lesti?
- Hai voglia di caricare! L’acqua deve arrivare qui – risponde un marinaio, sporgendosi fino a toccare il principio dell’opera morta.
Allora, con carico così pesante, se il tempo è buono si naviga sbandati, l’acqua in coperta sottovento; se il tempo è cattivo, va come vuole Iddio: o si arriva, o si getta a mare il carico, o ci si perde.
- Vedi? Questo navicello l’ha comprato un mio parente.
- E’ piccolo e vecchio.
- Ma è bastimento.
Tempi in cui non tutti sanno far tesoro di quattro tavole capaci di navigare.
*
Attraccati alla banchina, bastimenti più nuovi e grandi; anche una goletta a palo, di ferro, bassa e panciuta, con la prua a piroscafo. Sullo scalo cambiano il rame a una scuna di Porto Empedocle. Un costruttore discorre di ordinate, per concludere che è mal fatta. Ce ne eravamo già accorti.
Un barcobestia, in carena, ha l’acqua alla mastra. Così abbattuto, è tutto pancia.
Vita della darsena; un po’ di vita, alla meglio.
- Si lavora?
- Qualcosa c’è. Quest’inverno sono stati dolori.
- Che miseria! – sussurra un tipo misterioso.
I marinai in attesa d’imbarco si guardano i piedi.
*
Un altro barcobestia, pitturato di bianco, è ormeggiato con la poppa in terra. Dalla ringhiera del cassero, fra due redazze penzolanti, il gatto mostra il muso.
- E’ in disarmo?
- Per forza.
Non trova da far l’equipaggio.
- Chi lo conosce non lo naviga.
- Chi vuoi che non lo conosca? Bastano gli occhi.
Troppo stretto, troppo alto, non è marino. Forse lo metterranno a pontone.
L’avessi costruito io, mi sarei sparato.
- Non dici mica che ne avresti bevuto un bicchiere di più.
Presso gli scafi, galleggiano detriti. I cavi di cocco, tesi dal moto del bastimento, gocciolano; ricadendo, accendono nell’acqua oleosa i colori dell’iride.
*
- Si va a bere un bicchierino di rum?
Beviamolo alla barba di chi ha vergogna d’esser uomo.
- Fratelli, questo è rum e qualchecosa.
- Ricordi quella bottiglia d’anacione che comprai a Setta?
- La tenevi nella cassa.
- Vigliacchi, era come se l’avessi tenuta in crocetta. La beveste tutta.
- Quando imbarchi?
- Domani. Starei anche a terra, ma se vedo i Poveri Vecchi chiedere l’elemosina, a turno, per il loro ospizio, ho paura di finire anch’io… Parto volentieri.
Quando il tagliamare romperà l’onda, dimenticheremo quei vecchi naviganti ricoverati; fra le voci del vento e dello scafo, dimenticheremo il silenzio dei Poveri Vecchi seduti al sole in attesa della morte. Hanno le mani annodate, i piedi deformi; sembra che non guardino nulla.
*
- Lo volete sapere? Oggi non si combina un bel niente.
O sono le tasche vuote, o è lo scirocco che butta giù. Il mare, torpido come noi. Fra gli scafi, l’acqua s’è fatta nera e stagna, i cavi d’ormeggio non si tendono più. I mostravento penzolano dal pomo degli alberi, ricordando le teste dei Poveri Vecchi, quando li abbeverano per carità.
Nell’aria scura, una nuvola s’insanguina all’orizzonte, poi è notte.
- Il tempo vuol cambiare.
Infatti, fa fresco.
Scavalcando la murata, siamo a bordo. C’è da mangiare e da bere, c’è una cuccetta con lo strapunto e la coperta di lana.
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