Il brigantino a palo rolla ampiamente sull’onda lunga, navigando a gran lasco. A bordo tutto bene; sul cassero il capitano armeggia coi suoi ingredienti da fotografo, fischiano i canarini e il cuoco, molto unto, prepara una zuppa di piselli secchi; fra maestra e mezzana il nostromo taglia e i marinai cuociono una vela nuova di gabbia, perché i paraggi del maltempo sono vicini. Le vecchie vele nerastre rappezzate avranno riposo giù nel gavone, e comincerà la tribolazione della gente.
Nostromo e marinai lavorano di voglia; quel rollio così largo e dolce non molesta, il bastimento si solleva sull’onda: buon tempo per fare le cose senza orgasmo, scambiando una parola. Il cuoco, che si appoggia un momento alla ringhiera del cassero per guardare i velai che spingono l’aguglia nella tela col guardamano, è interpellato:
- Che cosa ci dai?
- Pasta e piselli.
- Non sono ancora finiti quei piselli?
- Hai voglia!
- Piselli e pasta, pasta e piselli.
- Domani fagiuoli.
- E baccalà?
- Naturale!
- Per Pasqua li fai gli gnocchi?
- Ci pensi già? Mancano due settimane.
- Ricordi, Pascà, quella volta…
- …un colpo di mare in cucina; portò via la pentola degli gnocchi e se ne andò anche il cuoco.
Il cuoco si tocca.
- Aveva tre bambini a casa – aggiunge Baciccia.
*
Gli uomini fanno cerchio alla gamella rosseggiante e fumante di baccalà. Un dopo l’altro, prendendo il tempo sulla rollata, zuppano il cucchiaino e lasciano gocciolare il sugo su pezzi di galletta.
- Quanti anni hai di navigazione?
- Trentacinque.
- Quanto baccalà hai mangiato?
- Se non ci fosse il baccalà, gli armatori disarmerebbero tutti i bastimenti.
- Speriamo che domani sia stoccafisso
Stoccafisso e baccalà
Mortesecca tirati in la.
- No, carne salata.
- No, trippa salata.
- Domani – annuncia il cuoco nel passare – sarde…
- (Due a testa).
- …E ceci.
- Buoni per il mal di pancia.
- Li farei vendere alle farmacie.
- Come cucini la carne salata?
- Con le patate.
- Come cucini la tonnina?
- Con le patate.
- Come cucini la trippa?
- Con le patate.
- Chi inventò le patate?
- Un armatore.
*
Sempre onda lunga, sempre aliseo, sempre patate e sempre mugugno. Qualche verme si è allogato nella galletta, nella pasta, nei fagiuoli; la carne salata comincia a puzzare. Ogni marinaio, se capita davanti la cucina, guarda con sospetto il caratello del grasso da condire.
- Quello andrebbe bene a bordo a un vapore.
- Sì, per le macchine.
- La tonnina è sempre meno male.
- Sì, ma è sempre con le patate.
- Le patate germogliano.
- E il mozzo toglie i germogli.
- Lo sapesse l’armatore, sbarcherebbe il mozzo; non si deve gettare nulla.
- Anche la calma, ora?
Vele che sbattono, trozze che cigolano, il timone loccia.
- Se non viene il vento, qui mangiamo più vermi che fagiuoli.
- Più che vermi che gallette.
- Più vermi che carne.
- Imbachisce anche lo stocco.
- Dillo ai norvegini che l’han seccato malamente.
- Fratelli, non vi lamentate, tutto è Provvidenza.
- C’erano i vermi sull’arca di Noè?
- C’erano: era un bastimento. Fratelli, mancate di memoria: come si dice navigare al lungocorso?
- Andare alla malafora.
- Fora e mala.
- Patate.
- Fagiuoli.
- Carne salata.
- Baccalà.
- Stoccafisso.
- Galletta.
- Vermi.
- E se non la finite – ammonisce il nostromo – domenica senza vino.
*
Il cuoco ha aperto una grossa scatola di carne in conserva: carne rossa, filacciosa; l’ha rovesciata sul tagliere, n’ha fatto tanti pezzi, li ha messi in forno con parecchie patate, un poco n’ha tritata per il condimento dei maccheroni.
La gente mangia guardinga, non commenta. In fondo al pasto c’è una speranza. Vecchio è il giudizio sulla carne “in tari”: stoppa rossa; non c’è altro da dire. La gente manda giù l’ultimo boccone; tutti gli occhi son fissi su un boccale di ferro smaltato di media grandezza. Ciascuno, forbite le labbra sul polso, attinge con la tazza: vin nero, grosso, da tempo immemorabile chiamato brecche, da black, la pittura nera. Dopo la bevuta, un sospiro di soddisfazione o di rimpianto, un altro passaggio del polso sulle labbra.
Onda lunga, aliseo, domenica.
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