Il promontorio che serra il Golfo di Spezia da ponente, al tempo dei tempi fece i figliuoli: prima la Palmaria, poi il Tino e il Tinetto. O meglio: il promontorio fece la Palmaria, questa fece il Tino, e questo il Tinetto.
La faccenda, nel corso dei secoli interessò volta a volta gli eremiti, i pescatori, i pirati, i corsari ed i costruttori della piazzaforte di Spezia. Per gli stretti bracci di mare che vanno e vengono dai porti e dalle rive di Liguria ai porti e alle rive di Toscana, piccolo traffico assai animato, che deve fare i conti col maestrale e col libeccio. E in queste acque sanna bene arrangiarsi i sardellari.
- Di qui, sulla punta di Porto Venere, mandiamo un saluto a Sua Piccolezza il guzzo, reuccio del luogo sapientemente incurvato – se è proprio di Riviera – alle estremità e con la falchetta sbarazzina, che fa la graziosa sulla prua. Ah, come sa stringere il vento, e quasi s’intenderebbe di far concorrenza al vecchio leûdo, tanto più grosso di lui, e tanto più invelato.
*
Questi indigeni – gente bella soda che non teme di andare per il mondo – hanno gran confidenza con la vela trattano il vento da compare.
- O come mai? – gli domanda, perché viene a prua, Andrea Barraco, che compone tutto il mio equipaggio su questi lidi – o come mai? Che modi son questi? Potevi venire meglio!
Visto che il vento fa l’inglese, casca a parlare di Byron. Ce l’ha, la sua istruzione, Andrea Barraco, conosce i ricordi locali e sa dove scovare, in paese, l’autentico vino delle Cinque Terre, quello frizzante arrubinato. Sa anche – ben inteso – che Porto Venere è meglio di Lerici per tutti i conti, e che quei di San Terenzo sono arricchiti a forza di fare i cuochi di bordo:
- Eccolo un mestiere buono, a parte la salvazione dell’anima.
E va! Una bavetta di vento che giunge leva leva serve per un doppio uso: rinfrescarci e farci andare.
- Come si portano le sarde?
- Non mica tanto bene.
Per il pescatore, il pesce non tiene mai buona condotta. Similmente, per il marinaio, il pescatore è uno screanzato.
- Sporca le calate.
- Già, perché le ingombra di reti. Ma levatemi un poco, dalle cale, le reti tese ad asciugare, e ditemi che cosa rimane per i pittori, che hanno diritto di vivere anche loro.
Mi viene in mente, a proposito, di reti e di pesci, una vecchia canzone francese:
Allons à Belle-Isle
Pêcher la sardine!
Allons à Lorient
Pêcher le hareng!
E, come la canticchio a mezza voce, Andrea Barraco si fa un dovere di informarmi d’aver navigato “i bruttoni”, che, con buona pace dei medesimi, sarebbero i bretoni: persone intelligentissime, le quali hanno diffuso la credenza che se a bordo a una barca di sardellari vien rubato qualcosa, la barca stessa, per colmo di sventura, riceve il malocchio e non riesce più a prendere un pesce finchè non sia ben bene affumicata con paglia umida, che scaccia lo spirito maligno.
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Porto Venere non è, dunque, il paradiso del pesce turchino, cui i pescatori del luogo fanno guerra. E nemmeno lo è per i datteri di mare, che vi si convertono regolarmente in zuppe saporose. Un tempo deve avere avuto fama, per contro, d’essere una delle bocche dell’inferno, quale nido e rifugio di corsari.
Quante prede, a quel tempo lontano, venivano condotte al paese turrito! Giova però riconoscere che esse dimostravano a volte la devozione di chi le faceva; e così fra il bottino proveniente dalla cattura di un bastimento pisano, fu tutt’altro che trascurata una trave carica di reliquie raccolta in Terrasanta. La trave si vede tuttora nella vecchia chiesa dedicata a San Lorenzo, e non è mica vero che venisse spinta a terra da una mareggiata. Quanto alle reliquie, alcune son sempre qui e altre si venerano in varie chiese della Liguria, ché i corsari ne fecero larga distribuzione, a pagamento, ai rivieraschi con cui erano in amicizia, e Genova, dominatrice del luogo, volle bene la sua parte.
Ora, poteva Byron trovare posto più acconcio per scrivere il Corsaro? Fra un canto e l’altro si esercitava nel nuoto, traversando il Golfo sino a San Terenzo.
Mi dispiace di non avere in mente qualche verso del poema: chissà come piacerebbe ad Andrea Barraco, che, venuta la calma, voga e suda, suda e voga e mugugnerebbe anche volentieri.
*
Passa un po’ di vita, così, fra guzzi, leudi e bilancelle; un po’ di vita refrigerata dal salmastro e dai ricordi di vecchie avventure.
Qualche nome di compagni non più avveduti affiora, vivido come un occhio di sole o velato come la costa che la calura sfuma: dove diavolo sarà “Spezia”, quello cui legai la padella delle patate alla coda del cane?
Gran cuciniere, egli era, unto, sì, ma succolento, e tutti a bordo lo canzonavano perché parlava spezzino, e gli domandavano:
- A parlâ cuscí, chi ti voeu che te capiscê? O che te pâ de parlâ italian?
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