Ognun sa che fino a ieri regnava la più angosciosa incertezza sulla sorte di Secondino, essendosene occupate perfino le Agenzie telegrafiche, fra il visissimo interessamento degli ambienti marinari italiani e stranieri. Ognuno voleva dire la sua e circolavano tante voci, da far perdere la bussola anche a chi l’ha sempre sotto gli occhi. Stando alla Havas, quell’uomo straordinario dal nome carcerario s’era fatto frate in un convento di monache; invece il New York Herald affermava che il celebre esploratore Ludovico M. Nesbitt l’aveva trovato in Dancalia a fare il Sultano del Birù. Immaginate, dunque, la mia emozione, quando si seppe che questo sultano era stato fucilato come brigante.
Ma per fortuna si trattava di falsi allarmi, e Secondino lo ritrovai, proprio l’altro giorno, imbarcato per nostromo a bordo di un piccolo vapore che fa il servizio postale costiero.
La sua collottola da padre guardiano, i suoi occhietti svegli da cinghiale erano più eloquenti di qualunque squarcio poetico, per testimoniare che egli godeva perfetta salute. Nonché il consueto, ben noto appetito, che gli permise qualche settimana fa di mangiare a merenda un polpo di tre chili, bollito e fatto a pezzi, con quattro cedri e cinque mazzi di cipolle per contorno; la qualcosa gli dispose talmente lo stomaco, che, poco appresso, per scacciare i pensieri, mangiò quaranta acciughe, senza perder tempo a scuotere la salamoia.
Ma la grande notizia è che Secondino ha messo giudizio, tanto vero che si ritrova, non ricordo bene se sei o dodici figliuoli, ed è diventato proprietario di un gozzo, col quale va a pescare i lacerti a tempo perso, ma non ne prende mai, forse perché, come mangime, preferisce le triglie e i totanelli.
Grande affare, questo del metter giudizio. E’ un po’ come mettere alla trinca, che uno non sa mai se fa bene o male.
*
Con Secondino siamo vecchie conoscenze e, a bordo al vapore, mentre il cuoco Angelino – aria assorta di uomo sempre intento a fiutar pentole e tegami – preparava il panzo, ci mettemmo a ricordare persone e bastimenti di quando, lui già nostromo e io sempre mozzo, s’andava alla vela dalla Sardegna a Barcellona carichi di carbone. Buona, quella flotta di velieri tolta dal lungo corso: il Tibidabo, l’Adriana, il Beppino, l’Ada, il Cyrnos, l’Oropa… E meglio ancora i tipi di poppa e di prua: ognuno aveva le sue da raccontare, e, a fare il conto delle birbonate, ci sarebbe stato da scandalizzare perfin le teste di moro che, lassù arriva, novantanove su cento eran le teste più ferme, se non le più dure che fossero a bordo.
La palma, però, spettava a Secondino, che oltre a fare il nostromo, faceva il lottatore. La lotta greco-romana mandava la gente in visibilio, come ora la boxe o il giuoco del calcio, e chi di noi non ha assistito, almeno una sera, a quegli incontri strepitosi che si svolgevano nel Teatro Soriano, al Parallelo? Ebbene, Secondino, come arrivava a Barcellona col bastimento, veniva scritturato per fare un numero, che muoveva all’entusiasmo la gente dei barchi italiani, molto più che il guadagno veniva bevuto in compagnia.
(No, voi non potevate esserci, Maso, con la vostra testa da padre inquisitore, a far da controranda a Secondino, che ha una testa da frate gaudente. Chissà dove eravate voi, come caporale di macchina; e lì, ad ammirare le “cinture” e le “cravatte” e i “ponti” del nostromo dell’Adriana, c’erano più che altro i naviganti alla vela, che avevano respirato tutto il giorno polvere di carbone sardo e bestemmie catalane).
- Ma Guglielmo c’era.
- Lo credo. E anche Bruno.
- O Francesco?
- O Efisio?
- O Pinna, il cieco?
- Toh, lui anche se c’era, non vedeva nulla.
Questo scambio di ricordi fra me e Secondino durava da un pezzo, e i calafati, pestando la stoppa nei commenti, in coperta, ci facevano l’accompagnamento coi mazzuoli. Gente solida e di buona volontà, tutti della stessa famiglia isolana, che ha il fatidico cognome di Rum (non gliel’ho mica messa io), badavano a battere e filar catrame, coprendo le nostre voci, che piano piano scivolavano nei particolari proibiti delle sere trascorse a terra, dove il nostromo, quando non era impegnato con la lotta, mieteva allori di ballerino, da Nasia, in Calle di Medodia.
- Ero il più ballerino di tutti i bastimenti carbonai – egli dice.
E se durava dell’altro prendeva quella che lui chiama la sfinite, ma invece è spinite bell’e buona.
No, caro, il più ballerino di tutti era proprio un bastimento; quel fine e agile Tibidado, camminatore e manovriero, che se incontrava la lionata al largo di Capo San Sebastiano, ballava certe polke.
E come cantavano le ragazze a ogni nostro ritorno?
Motjuic señalaba
señalaba un buque estranjero;
yo lo vi’, que lo miraba,
estaba un buque carbonero.
Ne portammo del carbone, in Catalogna, per accendere il fuoco sotte le pentole dei ceci; ma Secondino incendiava anche i cuori.
Non era mica tutto merito mio, dico per dire, come uomo. Si sa, le donne a veder la lotta…
Guardate un poco come mi diventa modesto questo nostromo. Ora mi farà il viso rosso se riferisco il racconto di una delle sue più celebrate avventure:
- Dunque, m’avevano scritturato per far la lotta maschi e femmine; e c’era una di queste donne che a farle toccar le spalle non ce la faceva nessuno, ma la gente credeva che fosse tutta una camorra, e, sai come succede, cominciavano a volare i bicchieri. Allora, quando toccò a me, dissi: qui, cara voi, per far vedere che fo proprio sul serio, non c’è altro che far le viste di darvi un colpo proibito; e voi, per far la parte, datemi uno schiaffo. Ma piano, eh. Difatti, dopo un pò che ci si lottava, e giù in platea urlavano da far paura, si fece come s’era detto, col di più che quella lo schiaffo me lo dette forte, e mi gonfiò una gota così…
- Ahi!
- Sì, ma il marito, siccome era una persona che capiva, mi pagò quaranta lire d’indennizzo.
*
I miei colloqui con Secondino continuarono a bordo al suo gozzo; un bel gozzetto di Camogli, che gli costò mille lire senza l’albero e la vela. Fila da far piacere ed è corredato d’ogni cosa. In un sacco sotto il pruattino c’è della grazia di Dio: un salvagente, stroppoli e scalmi di ricambio, corde, sagole, muscelli che il nostromo mostra con evidente piacere:
- Ringraziando la Provvidenza, non manca nulla.
- Un pollo arrosto c’è?
- Eh, no. Ne mangiai tre l’anno passato per scommessa.
- Un fiasco di vino c’è?
- No, ne bevvi quattro nel mangiare i polli.
- Non resta che cantare, Secondino. Come da Nasia.
E il mare, che s’increspa ogni tanto regalandoci uno spruzzo, mentre la vela, tutta agguantata, porta in pieno, piegando il battello col bordo all’acqua; questo mare che abbiamo corso tante volte coi bastimenti grandi e piccoli, ascolta senza farvi gran caso, il principio della vecchia canzone:
Yo tengo la cara fea,
per tengo hermoso el corazon…
Che sarebbe proprio il caso di Secondino, se, avendo bello il cuore – come lo ha – fosse brutto di viso. Ma invece non è vero. La “cara fea” l’aveva il Chato, no? Quel vigliacco del Chato, che stava in Calle Santa Madrona.
- Quello sì che prendeva le sbornie.
- E intanto la moglie…
- Già, e anche la figliuola.
*
Io non so dove questi scarabocchi, buttati giù all’unico scopo di rassicurare la Marina italiana sulla sorte di uno dei più muscolosi nostromi che la storia ricordi, potranno raggiungere Secondino. Forse gli cadranno sott’occhio mentre s’accingerà a mangiare una dozzina di stoccafissi con le patate, e allora li manderà al diavolo, per non guastarsi l’appetito.
Navigante, ballerino, lottatore, poliglotta (parla il francese, lo spagnuolo, e perfino l’italiano, chiamando canterine le kellerine), costruttore di scafi e mezzi scafi in bottiglia, capace di mangiare un pescecane, invece che lasciarsi mangiare come fanno i comuni mortali, confesso che egli mi dà una certa soggezione. Ma, tenendomi sicuro che, per la conoscenza che ha della mia pelle, non vorrà correre il rischio di mangiare anche me, gli dedico il presente squarcio, augurandogli di bracciare in croce, col vento a filo, per navigare altri cent’anni.
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