Al piede della chiesetta pescatori rammagliano reti. Dentro, una donna allatta il suo bambino, pregando intanto la Vergine, anch’essa col Bambino al petto. E’ una donna solida, dallo sguardo dolce. La Vergine ha le grazie corpose del seicento.
Gli alberi dei velieri in darsena fanno, coi pennoni, le croci nel cielo. Una campana che rintocca non si sa se chiami a pregare in chiesa o sui bordi.
Vele scure, rappezzate. Vecchie vele concie dal tempo. Arazzi marini.
Scafi di ferro sulo scalo pezzati di nero e di minio. Un marinaio, dal carabuttino, guarda i suoi pensieri. In coperta, un gatto si rotola al sole.
La gente salpa l’ancora al lume della luna. Nella luce d’argento, anche il suono della catena è d’argento. La melma nera del fondale stria la coperta soffusa d’argento.
Scompaiono le polene. I tagliamari d’acciaio si curvano o precipitano disadorni. Non più figure di donna sui tagliamari.
Un piccolo veliero nel maltempo, in una pioggia di fulmini. Il cielo saetta il mare.
Righi di corrente, fallaci parvenze di vento sul mare stanchissimo. Nuvole bianche sovrastano i monti di terraferma. Qualche ondulazione, di lontano, finisce in nulla. Le isole s’infoscano, scompaiono, le vele non hanno un fremito, tutto imbianca. Nel diminuire dell’orizzonte la bonaccia incanta le cose. Caligine ovunque, veli bianchi si stendono sulla terra, sul mare impigrito nel solleone. L’aria è densa, il sole, impallidito, diffonde luci colate. Bonaccia bianca. Un sortilegio bianco immobilizza il bastimento e l’anima dell’equipaggio. Nessuno parla; dopo i lamenti consueti, l’attesa del vento è un fatalismo trasognato. Il biancore serra il bastimento; non si vede che caligine, non c’è alito, non uno sciacquìo allo scafo. Immagini di eternità. I sensi abbandonati non si tendono a spiare le minime variazioni che annunciano la fine delle pause del mare. Il vecchio mare, perduta la lena s’è fermato, fermando con sé la vita delle navi, dei naviganti. Lo scafo, immobile, è la sola nota scura nella bianca mattina estiva. Più bianche delle nostre vele, le pesanti cortine dell’afa soffocano la nostra volontà. Il mare ha perso, col la lena, il respiro; flaccido, oleoso, ci lascia galleggiare, ignorandoci.
Il primo varco s’apre a ponente leva leva, il biancore, inazzurrato dilegua un poco, tardo, molle, di velluto. Esce un profilo di montagna, giunge breve e blanda un’onda, il sole trae dall’acqua più vividi riflessi, una bavetta di vento si sfila nelle vele; è come se un cuore riprendesse pianissimo la sua armonia, dopo una sospensione simile alla morte.
Un uomo passando per i campi dell’isola, vide tre che lavoravano.
- Buongiorno – salutò cortese, e proseguì.
La strada voltava. Nascosto dalle siepi; il passante sentì che i tre lavoratori si disputavano il suo saluto.
- A chi, di noi, avrà detto buongiorno?
- A me che sono il Sole.
- No, a me che sono il Mare.
- Nientaffatto: a me che sono il Vento.
Prima di accapigliarsi, il Sole, il Mare e il Vento decisero di interrogare il cortese passante.
- Se non ha salutato me – disse il Sole nel corrergli dietro – lo arrostirò ben bene.
Ma se invece ga salutato me – rispose il Vento – io, con le mie fresche carezze, ti impedirò di bruciarlo.
- Se non ha salutato me – promise il Mare – sommergerò la sua barca appena egli lasci l’isola.
- Ma se invece ha salutato me – rispose ancora il Vento – io sarò calmo come un angelo; tu, o Mare, non potrai muoverti e la barca farà un viaggio felice.
Raggiunsero il passante:
- Chi di noi hai voluto salutare?
- Tutti e tre.
Allora il sole lo cosse, il vento lo sbatacchiò e il mare lo sommerse.
Un gozzo ha dato fondo a Calagrande. Un vecchio gozzo, solo nell’arco di rupi azzurrate, di scogli viola, di boschetti, di vigne; solo a dondolar sul mare. Sono a bordo tre di Pozzuoli spatriati da tempo: il vecchio è solcato, sgubbiato, conciato dall’età come un albero. Avrà ottant’anni, inforca comicamente un paio di occhiali a stanghetta da notaio di campagna. Ha con sé due giovani; uno, a poppa, riprende le maglie del tramaglio; l’altro, a prua, prepara il cibo. Alcuni pesci d’argento e quattro pomodori in un catino, un fornelletto di ghisa dove scoppiettano sterpi raccolti alla spiaggia. Nell’attesa del “caldaro” i giovani cantano sommessi, accompagnati dalla dolce risacca, cullandosi nei loro pensieri. Pensano forse al vino che non hanno a bordo. Ciascuno dei tre è capace di berne sei litri.
Memorabili detti del Dannato in navigazione.
Di buon mattino:
- Stamane non c’è nessuna qualità di vento.
A vespro:
- Il sole ha perso tutta la sua sostanza.
Versi del battelliere poeta:
E se il vento da lo scemo
raccomandati a san Remo.
La scuna trapanese, carica di ferraccio, è in bonaccia nel golfo. Mette in panna e manda a terra il battello per comprare pane o galletta. Il vecchio padrone gesticola e impreca:
- Maledizione papale! venti giorni da Reggio a questo golfo. Vento a prua, poi il vento calma e lascia il mare grosso. Maledizione papale! mi marciscono le budella. Sono da quarantacinqu’anni nell’acqua salata, ma questa volta mi volgo pazzo.
Il navigante al compagno che s’è messo a terra:
- Ti sei interrato?
- Sì.
- Per sempre?
- Ho paura di sì. Chi s’interra di sotterra.
- A bordo alla Gioia guarii Emilio dalle emorroidi. Gli misi sulla parte un pezzo di cavaccio…
Un borghese domanda che cosa è un cavaccio.
- Un pezzo di cavo vecchio sfilacciato.
- Che cosa è un cavo?
- Metta che sia una fune grossa. Emilio tenne il cavaccio qualche giorno e fu guarito. Perchè non prova anche lei?
Due pamfani seguono da giorni il bastimento, spesso sotto la chiglia, per mangiare l’erba che v’è nata nella lunga navigazione. Salgono, or dall’uno o dall’altro bordo balenando a fior d’acqua scaglie d’argento e di turchese.
Un marinaio dice:
- Ci fanno compagnia.
Un altro marinaio:
- Dopo tanto stoccafisso, li mangerei volentieri.
Il primo marinaio si lecca le labbra.
- Tutto fa brodo – osservò padron Giorgio ad Antonio, il quale si lamentava perché c’erano i bachi nella minestra.
Primo viaggio: maretta. Sul tramonto il ragazzo comincia a sentire un archeggiamento di stomaco e si stende sui pennoni di riguardo, arrizzati in coperta fra trinchetto e mezzana. Dopo un poco va a murata e lì succede quel che suole: noviziato.
- Nulla, nulla – dicono gli anziani – il mare è salute.
Passano tre giorni. Una mattina il ragazzo rimane in cuccetta. Lo tiran fuori, egli protesta:
- Mi fa male il mare.
- A chi la racconti?
Il ragazzo vomita la prima pappa e domanda:
- Ora ci credete?
Caricato carbone a Siniscola di Sardegna, imbarcammo, per la provvista di bordo, due botti di vino: una piccina piccina a consumo, l’altra nella stiva sotto il carbone. La botticella, prolungandosi, accidenti al vento, il viaggio, fu scolata. Venne la tempesta: - Ragazzi, bisogna buttare a mare il carico per alleggerire il bastimento.
Mano alle zappe, via carbone. Quando Cordovano sentì sotto la zappa le doghe della botte nascosta si ritenne fuori pericolo e lanciò un grido:
- Terra viddi!
Migliorato il tempo, lo trovammo che succhiava come un diavolo da una cannuccia e occorse strapparlo a forza sennò crepava.
- Come va il vostro cuoco?
- Prega sempre mare cattivo, perché, con la scusa che il caldaro non sta sul fornello, ci fa scapolare la minestra.
- Avete messo il motore alla goletta?
- Sì.
- Va meglio?
- Prima s’era più marini. Questi giovanotti, affidati a san Motore, si aiutano meno.
- Chi siamo – dice un marittimo – nessuno lo sa. Noialtri siamo gente di poche parole. Il più delle volte chi parla di noi non sa neanche sputare sottovento.
La sirena, in alto mare, invita il navigante all’amore, fin da quando il primo scafo prese il largo. Ma da allora il navigante le ha sempre risposto:
- Certe cose le faccio a terra.
Vocia-Vocia(1) non s’era confessato dal giorno delle nozze. Passano gli anni, un giorno gli viene in mente di prendere la Pasqua e va a confessarsi da don Gino.
Don Gino:
- Quanto è che non ti confessi. Cinque anni?
- Voga, voga, don Gì.
- Dieci?
- Voga, voga, don Gì.
- Venti?
- Voga, voga, don Gì.
- Trenta?
- Voga, voga, don Gì.
- Trentacinque?
- Fondo!
Vocia-Vocia, arrivato alla verità, comincia a dire i peccati, per quanto se li ricorda, essendo più e diversi. Alla fine don Gino non gli nasconde che, con tanta zavorra sull’anima, c’è rischio di incagliare.
- Come – interroga allarmato Vocia–Vocia – non mi ci mandate in Paradiso?
- Voga, voga.
- Allora, in Purgatorio?
- Voga, voga.
- Mi volete proprio mandare all’Inferno?
- Fondo!
Nota:
1 - Il soprannome corrisponde alla denominazione dell’arganello sulle barche dei corallari.
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