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6.1.10

"Uomini sul mare" di Ugo Cuesta - Porticcioli

Questo post fa parte di "Uomini sul mare" pubblicato da Ugo Cuesta nel 1938

Le case salgono dalla riva, su per il monte; le barche, quando nella cala mareggia, vengon tratte in secco, fino ai muri delle case. Una breve diga di macigno chiude il porto, dove, se al largo urlano le furie, entrano di rilascio i velieri. Con tempo normale, capita di rado un piroscafo, e bastimenti danno fondo per trafficare merci povere. Una darsenettta accoglie le chiatte per lo scarico del carbone.
Di porti così ce n’è tanti e poi tanti, e son le formiche delle coste: sanno lavorare, risparmiare e tirare avanti nel tempo cattivo. Ognuno ha bisogno di qualcosa: qui si potrebbe allungare il molo, lì ci vorrebbe un pennello. La gente parla sempre di questi bisogni, senza mai stancarsi; ha poco da dire e si fissa sul solito argomento.
Rialzando il molo, che s’affonda di continuo, costruendo la banchina, il porto sarebbe già pronto ad un lavoro agevole ed economico. Ma quella povera darsenetta non se lo merita anche lei un colpo di mano? Di uno scalo d’alaggio n’avrebbe proprio necessità e servirebbe a tirarvi in secco i velieri degli armatori locali, sempre con risparmio di tempo e di spesa.
Piccole cose, aspirazioni che su per giù, mutate le circostanze, si ritrovano in tutti gli scali secondari; e ci si interessano i marinai, i calafati, i carpentieri. Non è mai successo di trovare in un paese marittimo quella specie di megalomania che a volte prende i buoni figliuoli di dentro terra, vogliosi d’aver tutto il mondo attorno al campanile.
La gente di riviera il mondo lo conosce, perché ha navigato o vive a contatto con la navigazione; e non pretende l’impossibile, limitandosi alla filosofia del vivere e lasciar vivere. Morire non piace a nessuno.
I piccoli porti hanno diritto di vivere come ausiliari dei grandi, delle cui briciole prosperano. E ognun di questi porticcioli ha fede in sè stesso.
- Come va?
- Così così, poco lavoro.
Ma sempre bene e sempre male non può andare che il vento a prua continui per l’eternità non s’è mai sentito dire. Poi, ci sono gli esempi: lavori qua, lavori là, e ciascun porticciolo spera che quel che hanno avuto gli altri tocchi, infine, anche a lui.
In questa filosofia, la gente dei piccoli porti attinge una calma ammirevole: virtù imparata in mare, dove, navigando, non serve desiderare i comodi che non si hanno. Soltanto, questa virtù, che in navigazione diventa spirito di adattamento, in terraferma si fa, a volte, apatia; ed è un guaio. Lo diceva il capitano di un barco-bestia:
- In mare il fatto nostro non ce lo insegna nessuno, ma se ci tocca stare a casa, ci cascano tutte le pinne.
Sempre la storia del pesce fuor d’acqua.

*

C’è anche da dire che in un porto così il marinaio può fare a meno di stare a casa, se non gli riesce di mollarsi al largo.
Non c’è imbarco? Si diventa pescatori. Non tutti, bisogna che qualcuno abbia pazienza. Spesso si trova che i pescatori anziani hanno i loro dieci, quindici, venti anni e più di navigazione al cabotaggio o magari al lungo corso.
I pescatori diventano marinai, o viceversa, a seconda dei tempi: c’è modo di arrangiarsi. Peggio è per chi vive sul porto: scaricatori e operai addetti alle riparazioni. Se le giornate di lavoro scarseggiano è un affar serio. Rimane la risorsa della piccola pesca; chi ha un gozzo o può associarsi con uno che lo abbia, si dà da fare, un giorno a spese dei polpi, un altro a spese delle aguglie, dei lacerti, delle boghe. Qualcuno innesca lenze, palamiti, filaccioni: se c’è modo di avere le nasse, si tende l’insidia all’aragosta. Si parte a buon’ora con un pezzo di pane e si torna la sera con un po’ di pesce, salvo che la tramontana non rivolti il mare.
A casa le donne fanno miracoli perché la pentola bolla; l’assistenza distribuisce razioni di riso, di pasta, di pane e qualche condimento a chi sta peggio. Una mano lava l’altra, la vita scorre; presto a letto, presto alzati, lo sguardo sempre al largo, di dove viene il bene come il male.

*

Mentre i pescherecci son fuori con gli uomini validi, o con i più fortunati, i vecchi, e anche qualche giovane per mancanza di meglio, s’ingegnano a pescare col tartanone. Vogando lenti, in un sommesso mugugno che non cessa mai; dopo aver dato fondo a un cavo della rete, la distendono da destra verso sinistra, in ampio cerchio. Salpano poi a lunghe bracciate, sul ritmo di una fatica che non debba mai finire, e quando il sacco s’avvicina, un vecchio, il piede sul bordo, batte l’acqua di taglio col remo, perché il pesce non sfugga dalle pareti. Appena la grazia di Dio è in salvo – poca o tanta – vien divisa nelle ceste. Ognuno ha la sua parte, la barca e la rete contando come i cristiani, o magari più.
Càpitano a volte pescate di saraghi, di palamite a quintali; allora è allegria. La sera si vuotano i bicchieri parlando di pesca miracolosa.
Un piccolo porto è sempre un nido di pescatori. Chi ha barca di suo ha anche i pensieri; chi va a giornata ne ha meno, ma esser padroni è un gran miraggio. Inseguendo con volontà tenace, a cintola stretta, questo miraggio son nate or le piccole fortune, or le rovine. Però è tutto un risollevarsi, perché dopo la bonaccia viene il vento fresco che porta a destinazione e chi sappia barcamenarsi prima o poi s’assomma.
E’ per questo che nei piccoli porti esiste una vitalità latente, pronta a fiorire. Bisogna aiutarla un poco. Si vive di groncioli, di nulla no. La gente si adatta e s’ingegna: il mare qualcosa dà sempre. A terra o dentro il porto basta sentire un martello, il suono di una picchiettatura per riaprire il cuore.
Sulla tela che che copre la cassa del marinaio c’è quasi sempre il disegno di un’ancora o di una stella; due segni di speranza che poi si ritrovano ai piedi o nell’aureola delle Madonne che guardano le rive.


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