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16.2.10

"La terra dei fossili viventi - Viaggio in Australia" di G. Descalzo - Frutteti tropicali

Questo post fa parte di "La terra dei fossili viventi - Viaggio in Australia" pubblicato da Giovanni Descalzo nel 1938

Se le pioggie sono incostanti e poveri i serbatoi montani qui dove le stagioni si avvicendano senza un preciso trapasso e una forte differenza da l’una a l’altra, il sottosuolo è però quasi ovunque ricco d’acque. E’ dai pozzi artesiani quindi che l’Australia estrae in gran parte il liquido necessario agli acquedotti delle sue moderne città e alla fertilità dei poderi.
Vediamo come risolve l’importante problema nella sua ordinata farm il colono Giovanni Ressia che si rassegna finalmente a farci da guida e soddisfare le nostre curiosità finalmente a facri da guida e soddisfare le nostre curiosità dopo che abbiamo appagato alla meglio la sua sete di notizie italiane. Vicino alla casetta ecco ergersi sopra una robusta impalcatura di ruvidi eucalipti, fratelli di quella specie che i primitivi pionieri definirono legno-ferro essendo riluttanti ai chiodi, un capace bidone cilindrico, in metallo, un po’ simile a quelli che avvistano percorrendo la riviera ligure ponentina sulle gradinate delle piantagioni di garofani.
Il colono, che s’è rivelato buon elettricista negli impianti della casa e del deposito, qui unisce alle sue qualità anche quella del meccanico. Non poca dell’invidia che muove le maestranze australiane nel calunniare i nostri emigrati, nasce dalla straordinaria adattabilità, dall’inventiva e dalle attitudini pratiche che posseggono. Raramente un nostro colono deve ricorrere a terzi per i comodi della casa e spesso non ha bisogno di aiuto nemmeno per i lavori della sua piccola industria iniziale. Da ciò l’incomprensione e la taccia di avaro perchè non consuma, perchè non fa lavorare, perchè ha poche esigenze, senza rendersi effettivo conto che l’italiano soddisfa appieno i suoi gusti e ha le sue esigenze ma sa rendersi indipendente per appagarle e non sente alcun desiderio di ostentarle e renderle note al di là della sua famiglia.
Presso la torre-acquedotto v’è la garitta per il motore il quale pompa dal pozzo artesiano tutti i momenti che se ne ha bisogno per riempire la vasca. Seguiamo ora la discesa della conduttura che cala dal serbatoio per renderci conto di come venga realizzata razionalmente e con la massima economia di tempo l’irrigazione. Su forcelle, alte un metro da terra, corre il tubo della condotta forzata, steso al margine del sentiero che seziona la farm. Tubi per l’inaffiatura, bucati come le pigne dei secchi per sementi e fiori di serra usati dai giardinieri, sospesi alla stessa altezza, rigano le piane a quattro o cinque metri l’uno da l’altro. Con la semplice manovra di questi tubi, dal sentiero, la zona viene leggermente spruzzata per tutta la lunghezza da una pioggerella minuta che feconda le piante e arricchisce di uligine la terra.
Ammirata la genialità di questa opera, ormai applicata su vasta scala ovunque il terreno lo consente, prendiamo congedo dal colono. La strada corre sempre in margine a piantagioni di ananas finchè non si inoltra bordata da magnifici manghi alti e ombrosi come i nostri aranci ma meno scabri nel tronco e meno opachi nel denso fogliame.
Il cessato scoppiettìo della motocicletta proprio in faccia al suo recinto, d’un tratto fa levare il capo a un colono che scruta un attimo gli arrivati e risponde parcamente al saluto sospendendo appena il lavoro. E’ mezzo nascosto da un filare di canne da zucchero infoltitosi sino a diventar macchia. E’ a nord del Queensland che la canna ha fatto la ricchezza dei piantatori, qui viene lasciata crescere senza cura soltanto come foraggio.
Il contadino è solo, senza amici, è di quelli ostinati e decisi a spuntarla al più di presto. Pare persino che lo imprtuni la nostra visita tanto è preso dal lavoro. Si sa a che cosa tendono specialmente certi giovani venuti agli antipodi con uno scopo ben preciso: avere una casa, una farm, tanto denaro da correre in paese a prender moglie e continuare un po’ meno duramente la conquista… Non inquietiamolo con domande imbarazzanti e lasciamogli raggiungere i cavalli senza fargli tremare la voce con inutili nostalgie.
- Non va neanche a fare la partita alle bocce la domenica dove si radunano gli altri; pochi sanno che in questa farm c’è un veneto. Non ama la compagnia né le confidenze… - osserva la guida che conosce intimamente tutti gli italiani.
Non tentiamo violare i suoi gelosi segreti. La papaia succosissima leva ora sulla nostra strada le ombrelle a parasole, elegante come una pianta ornamentale, con sotto le foglie le masse tondeggianti dei frutti verdi, grossi come teste di bambini.
Corriamo verso la Baia di S. Elena. Le strade, più ci stacchiamo dai centri più risentono della cattiva manutenzione. Troviamo una squadra di operai al rifacimento che ci guardano indifferenti coi badili a terra. Uno o due appena raspano svogliatamente nelle cunette laterali; non paiono troppo affaccendati a proseguire.
- Sono i disoccupati di turno. Non approvano a trovata di far loro guadagnare una parte del sussidio giornaliero che li fa vivere costringendoli ad occuparsi almeno un giorno alla settimana in lavori manuali. Non potendosi rifiutare del tutto, lavorano… in questo modo.
La guida ha quasi un moto di risentimento, poi si trattiene. Sa che proprio costoro sarebbero capacissimi di rimproverargli il suo stato di straniero di straniero e imputare un po’ anche a lui se – putacaso calderai – devono ora fare lo sterratore sulle pubbliche strade con grave onta della dignità professionale.
Abbiamo già osservato il fenomeno della cronica disoccupazione australiana. Siccome non ha mai inquietato alcuno dei Governi che lo devono catalogare tra le malattie organiche del paese, non mette proprio conto che ce ne preoccupiamo noi, tanto più che non ha affatto proporzioni allarmanti e si limita quasi sempre ai numerosi fannulloni più che alla massa volenterosa.
Alternata ai manghi e ai bananeti, ora scorgiamo un’altra pianta che finisce per farci sostare ad osservarla bene. Appesi qua e là tra i rami si scorgono grossi grumi, come strane escrescenze del legno che però, avvicinandosi si rivelano presto dei frutti. E’ la famosa mela-pigna, dalla polpa lattiginosa, dolce fino alla nausea, la cerimoja degli spagnoli del Sud America e che da noi ha trovato un solo appassionato coltivatore che tentò di farla allignare in un terreno della Calabria con minori risultati pratici del coltivatore di banane della riviera ligure ponentina.
Ci cacciamo nei viottoli di un altro podere che ci appare quasi in abbandono. Qui non si coltiva alcun frutto né verdura: siamo in un allevamento di pollame. Migliaia di galline, tutte bianche, crocchiano in vasti recinti. Gabbie separate tengono ad ingrassare prigionieri, fenomenali esemplari di galli ampiamente crestuti e multicolori. Piramidi di uova, veri depositi di becchime opportunamente miscelato, incubatrici per migliaia di pulcini… Al razionale allevamento di questa enorme famiglia di gallinacci, vegliano in parecchi e il lavoro non manca.
Da esemplari inverosimili come peso e misura, si passa in reparti separati ad ammirare gallinelle e galletti in miniatura, tutta la scala possibile dei pollai d’ongi razza e paese, acclimati e uniti nella comune funzione di produrre uova e moltiplicare la specie.
Tra i recinti vi sono vere aiuole e il cortese proprietario ci lascia curiosare fra le piante esotiche e i frutti sconosciuti, lieto di porgerci le sue saporose mangustine ricche di polpa cremata. Scorgiamo il noto fiore della passione, che riassume nella sua rosa tutti gli strumenti del martirio di Cristo. Chi avrebbe mai pensato che desse un frutto tanto squisito? Lo credevamo un rampicante che ama stellarsi di fiori stranissimi invece ci offre dei minuscoli melograni i cui chicchi, protetti dalla scorza soda, teneri e granulosi, dissetano col leggero gusto di limone-cedro gradevole al palato e allo stomaco.
Si torna in cammino. Scorta una penisoletta da lungi, che avanza nella baia azzurra cinta di lunghe isole basse, arranchiamo a tutta velocità per riprendere contatto col mare una mezz’ora.
Sirmione, Sestri Levante, Bellagio ci offrirebbero gli esemplari di paragone se questa penisoletta non avanzasse liscia e incolore nell’acqua. L’alta marea sommerge ai bordi dell’istmo le basse piante che affiorano come fossero d’origine acquatica. Nell’unico caffè, sull’estrema punta, la proprietaria non sa darci che il solito mezzo bugliolo di tè e una varietà di panini imbottiti che rovinano del tutto la suggestione tropicale con ciò che contengono: fagioli e spaghetti in iscatola e pomodoro privo anche di sale.


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