Deciso a non trascurare nulla di ciò che riguarda l’attività dei coloni italiani dislocati nell’entroterra di Brisbane e conoscere da vicino le loro fisionomie e il progresso nel lavoro, accetto l’indicazione fornitami da l’ultimo per visitare una delle più ricche farm di frutta tropicali varie. “Non vi spaventate della casupola in cui abita: inoltratevi nel podere; troverete delle piantagioni che molti invidiano e ben pochi sanno anche solo imitare”.
La guida aizza la motocicletta verso il punto indicato, traversando ancora boscaglie e radure inseminate. Siamo finalmente al margine della fattoria. Aperto il cancello che tutte le proprietà agricole hanno nella cinta per salvaguardia contro le mandre dei liberi pascoli, ci inoltriamo in un pianoro sezionato a grandi rettangoli ordinatissimi. Sui vialetti s’alzano le papaie coi tondi frutti sotto l’ombrello delle foglie; segnano i viottoli come da noi i filari di vite e formano come i filari un limite tra le coltivazioni. Avanziamo dano la voce: nessuno.
Aggirandoci nella casupola a magazzeno, spalancata alla curiosità dei visitatoi, scopriamo facilmente che chi la abita non cura tanto sè quanto i prodotti della sua terra. Casse su casse ingombrano lo spazio. V’è posto appena, in un settore, per una cucinetta e per un giaciglio. L’abitatore ha poche esigenze e, tutto dedito al lavoro, pensa al riposo e alla casa quel tanto appena che gli è necessario per rifarsi della fatica.
E’ sul tipo di alcune – pochissime in verità fra gli italiani – di queste abitazioni, che gli australiani appuntano la critica contro gli stranieri. Quando le scoprono strillano che non sanno vivere, che sono come gli indigeni e se ne fanno un’arma sempre più affilata per combatterli avendo veramente orrore della casa poco comoda.
Si può dimostrare quanto, in compenso, sia dato al lavoro da parte di questi coloni e come la loro situazione sia diversa, ma allora sorgerebbe l’altra ostilità non meno acuta contro chi viene ad arricchire e poi se ne riparte, facile esca al loro nazionalismo feroce ed esclusivista che non vuol nemmeno tener conto dell’opera preziosa e della valorizzazione effettiva arrecata con assidua ed intelligente operosità.
Un giovinetto capitato da una farm vicina, ci informa che forse il proprietario è andato al crocicchio per fare acquisti. Il punto non è molto lontano. Non si tratta ancora di un borgo campagnolo e nemmeno di un villaggio, ma di un semplice raggruppamento di cinque o sei case ai quattro angoli del quadrivio, in piena campagna, dove si concentrano, per i bisogni minuti della vasta zona, gli spacci di prima necessità adatti ai coloni: un negozio di coloniali e commestibili, un’autorimessa con meccanico e deposito di benzina, un bar e uno di quegli spacci misti ove si accatasta un po’ di tutto, tipo almacen sud-americano, per il comodo di chi non può correre troppo spesso in città. Sovente una chiesa completa l’embrione del villaggio-stazione.
Lungo la strada ecco un bifolco col capello calato, la teesta china e le braccia ingombre di pacchi ed involti che si affretta verso di noi. Rallentiamo sino a rasentarlo per porgergli il saluto in dialetto. Il volto, briciato dal sole e quasi terroso, si alza stupefatto.
- Non è lei il proprietario di quella ricchissima tenuta?
Il superlativo lo imbarazza; vorrebbe persino scusarsene. E’ andato a far provviste e non s’aspettava certo delle visite. Come mai abbiamo potuto rintracciarlo e riconoscerlo? L’abbiamo dunque osservata la sua terra? Eh, sì, sì, ha lavorato, lavorato molto, e sempre così solo!…
Non posso trattanere la consueta domanda, tanto più che, preso di fronte e senza difesa, guadagnata in un attimo la sua fiducia, anche il volto ombroso accenna un sorriso grazie al confidente dialetto.
- Come mai vi siete sconfinato qui, tutto solo?
- Non potevo più resistere, credetemi. Riabbassa il capo come quando avanzava nella strada, preso da un turbamento che trasforma del tutto il suo volto prima duro e legnoso. – Dopo la sua morte, uscendo, tutte le sere rivedevo le strade e le vetrine dei negozi dove ci recavamo insieme… Impossibile vivere là; soffrivo troppo. Sono partito per guarire, invece…
E non avete più nessuno a casa?
- C’è una nipotina che ogni tanto si ricorda di me, mi scrive. Dopo dodici anni ora vorrei tornare. Forse invece di soffrire come allora, rivedendo gli stessi luoghi mi parrebbe di ritrovarla come nei tempi del nostro matrimonio. Ma è impossibile coi guai che corrono, sbarazzarsi senza rovina del podere. Nessuno mi darebbe metà del valore e dovrei, come s’usa qui, rassegnarmi a un quinto, a un decimo in contanti e il resto in obbligazioni che, se trovassi un compratore onesto, potrei recuperare in un trentennio… Qui si compra tutto a questo modo: case, bestiame, poderi, automobili…
Tutto mi sarei aspettato meno questa confessione sentimentale. La immagine della cara scomparsa è talmente penetrata in lui che ancora ne parla dopo tanti anni e tanta lontananza, come di cosa viva. Si comprende anche l’ostinato lavoro e la misantropia dopo di ciò.
Le nostre escursioni nella zona tropicale devono interrompersi. E’ necessario affrettarsi verso Brisbane essendo ormai all’ultima tappa e volgendo alla fine il rapido viaggio d’Australia.
***
Vigilia di partenza. “Vado a vedere Heritage, è uno dei nostri primi film. L’Australia vuol tentare da sé anche in questo campo”. Queen-street, l’arteria più elegante e centrale di Brisbane, è affollata di popolo che marcia in file ordinate sui marciapiedi divisi da una linea bianca tracciata sul selciato, badando a non cacciarsi nella corrente opposta e mormorando scuse ogni tanto, se deve sostare un attimo innanzi a una vetrina, a chi scontra o è scontrato col gomito.
A un quadrivio un gruppetto di riformatori, più organizzati del solito, predica a perdifiato, gesticolando con bracciate oratorie. Ogni tanto una pausa per dar voce a un armonium portatile alla cui tastiera siede una delle tante zitelle occhialute, tipo Esercito della Salvezza, per nostra fortuna ignote alla stirpe latina. Fanno coro tre ispirati cantori cinquantenni. Hanno l’aria tra il disoccupato e il buono a far tutto. Cantano d’impegno inni sulla falsariga di quelli dettati da Kipling e ripetuti nelle chiese anglicane, ma devono essere alquanto diversi perché invocano l’avvento di un nuovo Dio e chiamano nuovi fedeli.
La gente non ci fa caso. Due o tre sfaccendati stranieri sostano incuriositi innanzi a questo genere impreveduto di accattonaggio stradale e visto che non c’è bisogno di metter mano alla borsa, riprendono il loro cammino nella corrente tenendo scrupolosamente la sinistra, senza nemmeno scrollare il capo, perché il rispetto delle opinioni deve essere sacro.
Il cinematografo che c’è stato indicato, ingoia un rivoletto dei passanti che circolano nei due sensi. Sul palcoscenico, investitia dal raggio luminoso, compare in carne ed ossa l’eroina di Heritage, fa una bella riverenza al pubblico, distribuisce abbondanti sorrisi e scompare nella scia degli applausi per lasciar che sulla tela si ammiri l’abilità che ha avuto innanzi all’obbiettivo, incarnando il prototipo delle ave cui toccò in sorte iniziare il popolamento del vergine continente.
Stando in Australia, il paesaggio è assai preferibile goderlo al sole che nel buio di una sala cinematografica. Se il film passerà l’oceano, ciò che è dubbio, le modeste virtù del regista e le scarse capacità degli interpreti, non gioveranno molto alla gloria del paese in tempi di esacerbata critica e di esigenze assolute. Ancora una volta l’entusiasmo dei principianti e la nostra facile credulità, ci hanno procurato una delusione, ma non per questo terremo il broncio.
Brisbane non è città notturna e all’uscita dal cinema si può passeggiare senza badare alla divisione del marciapiede.
Ce ne torniamo a bordo per riprender posto nella nave pronta alla partenza. Il risveglio ci trova sui ponti alti a riammirare la serena capitale del Queensland, in procinto di raggiungere l’Oceano Pacifico dopo aver ridisceso il verde canale che sfocia nella baia di S. Elena.
La banchina brulica di tutti gli italiani cui non sfugge mai l’arrivo e la partenza di una nostra nave. Hanno lasciato per qualche ora gli uffici di città, son corsi dalla campagna, non tanto per salutare un parente, un amico, un conoscente che forse non esiste, quanto per porgere il saluto augurale e ritrovarsi in folla con chi parla della lontanissima Patria come di cosa presente e senza soggezione e imbarazzo si esprime nella lingua nativa.
Alcuni giovani accompagnano il dottore che scende dal nord, e torna a casa per un anno. Costui è giunto con un bagaglio ingombrante, ha invaso il ponte lance ove si affanna a costruire un ampio gabbione per tenervi prigionieri due Emu, specie di struzzo australiano, che ha allevato lui stesso e che vuol regalare al Duce per il giardino zoologico di Roma. C’è il vecchio genovese Cervetto, qui da cinquant’anni, il decano della colonia, che non manca mai e affida ai molti corregionali messaggi per la sua Liguria. Commercia in pesci; da lui potrete sapere come è sorta la città che ha quasi tenuto a battesimo ed ora minaccia di diventare una metropoli senza il suo consenso. Il commerciante di vini che si affanna a introdurre l’uso della nostra bevanda nazionale tra gli ostinati bevitori di tè, sale col giovane maestro d’italiano.
Tra le personalità disinvolte, più umili ma più commossi, gli emigrati cui la fortuna non è stata ancora benigna e qualche disoccupato, si tengono in disparte, salgono a bordo timidiamente a sorridere coi volti fraterni dei compatrioti e sono gli ultimi a staccarsi dalla banchina e a salutare finchè la motonave non svolta alla prima ansa.
Due donne, affacciate alla murata s’affissano ancora a lungo all’approdo anche quando più nulla è visibile. Una elbana e una piemontese. Ambedue provenienti dal nord rimpatriano perché vinte dall’insalubrità del clima; ripartono lascciando l’una lo sposo appena dopo tre mesi, l’altra la famiglia, non potendo resistere dove i loro uomini si sono radicati e devono vivere tra le piantagioni di canne da zucchero. Tornano a casa con un’angoscia ben comprensibile. Se fossero rimaste, il lento sfiorire della loro salute avrebbe logorato tutti i risparmi e rovinato anche l’energia dei lavoratori, e la lotta avrebbe perduto gli elementi migliori per essere vittoriosa. Sono delle escluse. Attenederanno sole il ritorno incuorando i lontani con notizie serene e con richiami che impediranno loro di disperdersi e traviarsi.
Mentre la nave avanza nell’Oceano Pacifico, questa volta in piena armonia col suo nome, e scende verso Capo Byron in direzione opposta alla famosa Barriera dei Coralli, dirigendo alla volta di Sydney senza abbandonare la linea bassa e azzurrina della costa, la compagnia di queste creature ceree e sofferenti, attaccate al ponte da cui ancora si scorge terra, nonostante la paura del mal di mare, è la più intonata anche se la meno lieta.
Parlare di Capoliveri e di Susa a chi credeva di aver lasciato forse per sempre il luogo di nascita e non pensava doverci tornare così triste e sola quasi interrompendo la vita, cui era andata incontro con tanta fede, vuol dire donare un po’ di conforto. Sarà meno malinconico il ritorno se il pensiero è già tornato alle antiche consuetudini preparando alla rassegnazione.
E’ nelle loro mani che ho scoperto la “Piccola guida per gli italiani in Australia” distribuita gratis a cura dei nostri connazionali, assai più preziosa del “Cicerone” portuale ad uso dei marinai, e che mi piace spulciare mentre la nave continua il suo cammino nel Mare di Tasman eccezionalmente calmo. Ne è autore il sacerdote V. De Francesco, uno dei pochissimi emigrati qui. In tutto sono trenta paginette in 64° zeppe di notizie utilissime; a sapersene giovare, bastano per non trovarsi mai a disagio.
Informazioni e consigli non potrebbero essere scelti con più saggezza. Il piccolo vocabolario, con la pronuncia accessibile a chi sa appena leggere, facilita subito le possibilità di comunicazioni ma più di tutto hanno valore gli avvertimenti sugli usi e sui lavori nei vari stati, suggeriti da chi ben conosce la nostra indole e ha buona pratica dell’ambiente ove vive.
Vi sono nel minuscolo libriccino gli indirizzi più utili, necessari agli italiani nei vari porti e centri dei diversi stati e in fondo quattro paginette di catechismo che non sono certo le meno preziose all’emigrante sempre un po’ sperso e che spesso non ha rifugio che in sè e solo nostalgia della fanciullezza. Quanti, dei trentamila cui fu già distribuito questo libercoletto alla quarta edizione, non avranno ritrovato la serenità leggendo le umili e immortali preghiere forse dimenticate?
In calce, ad ogni pagina, v’è sempre un richiamo, fatto con parole semplici, quasi con umiltà. Trascriviamone alcuni: “Non avvilirti nè scoraggiarti, i primi sono sempre difficili. - Scrivi almeno una volta al mese a casa tua. – Italiano, fuggi il gioco e l’ubbriachezza che conducono alla miseria. – Parla sempre dell’Italia come parleresti di tua madre. – Sii fiero di essere italiano, ma onora la Patria più con l’onestà della vita che con le parole – Hai mandato nulla a casa tua? Perchè no? Aiuta i tuoi cari. – Evita le contese: è sempre più quello che ci perdi che quello che ci guadagni. – Non bestemmiare. La bestemmia è quasi sconosciuta in Auatralia, essa attirerebbe sugli italiani il disprezzo di tutti”.
***
Lasciamo l’Australia. Come riassumere le sensazioni del suo paesaggio uniforme e il tono ampio e monocorde dell’unica nota di vastità, quasi d’impotenza umana che ci pervase percorrendola frettolosamente da un capo a l’altro? Non è possibile staccarci con indifferenza da questo continente solare e semideserto, sereno anche se un po’ malinconico, giovanile nel’esuberante vitalità dei suoi nuovi abitatori che paiono intenti a rinnovare la decrepita crosta con fortunate intraprese e vincere ogni senso di disagio e di isolamento sperimentando quanto di nuovo e di audace produce la civiltà.
Tutti quelli che v’hanno approdato ne riparlano con singolare nostalgia e molti sognano di ritornarvi. Forse saremo tra questi.
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