L’Australia Meridionale, creata colonia appena nel 1834, ha oggi una capitale che è la terza grande città della Confederazione. Trecentocinquantamila abitanti su seicentomila che ne ha lo Stato, il quale si estende per circa un milione di chilometri quadrati! Fra i tanti assurdi che si possono conoscere in Australia, ove lo spazio è ancora ciò che più abbonda, l’affrettato sistema di colonizzazione, sviluppatosi all’inizio, ci offre un esempio tipico proprio in Adelaide, ove l’area, da 15 franchi l’acre, in tre giorni salì a 150 e tre anni dopo a 25 e persino a 50 mila, nel periodo delle esasperate speculazioni.
La regione piuttosto arida non è molto favorita per i terreni coltivabili, ma dallo sviluppo seguito dalla capitale che nel 1840 non aveva che 8000 abitanti e 150 mila nel 1901, possiamo dedurre che non mancano anche a questo sterminato paese fonti di facile ricchezza.
La guida troppo dotta che c’è toccata approdando, non ci consente subito di prendere contatto con la città assediata da un sistema di parchi che la cingono totalmente e ne arrestano lo sviluppo al centro rendendo prezioso lo spazio misurato; bisogna piegarci ai suoi desideri e seguirla ai laboratori dell’Università prima di aver oziato in Rundle Street e nelle vie principali, desiderosi di scalare gli abbozzi dei grattacieli che ci possono consentire un completo sguardo d’insieme panoramico.
La rarità che ci aspetta è costituita da un allevamento di topi, mai supposto, al quale si dedicano giovani professori per il bene dell’agricoltura, essendo il roditore uno dei nemici più temibili. Vaste sale vetrate chiuse e termosifoni in pressione per mantenere una temperatura costante, racchiudono in centinaia di gabbiette tutte le specie possibili di topi, dai più minuscoli ai maggiori, dai neri ai bianchissimi. E’ difficile tener dietro alle molte spiegazioni nell’afa che stagna. Per amore della scienza gli allevatori non percepiscono il tanfo irrespirabile e la lezione diventa una tortura anche per il linguaggio. Le cinquanta nspecie endemiche australiane sono quelle che vengono studiate con più cura nella loro moltiplicazione e non si dispera poter un giorno liberare le piantagioni coi risultati di queste ricerche.
Un altro ramo per cui si distingue l’Università è lo studio per l’allevamento delle pecore agli effetti del maggiore rendimento industriale laniero. Da quando il tenente Macarthur intuì quale enorme ricchezza avrebbe potuto dare immediatamente l’Australia con i suoi pascoli illimitati e primo introdusse greggi di Colonia del Capo e delle tenute reali di Londra, la principale industria di questo continente non ha cessato d’essere studiata e vigilata con ogni cura per renderla redditizia al massimo. I cento milioni di capi che pongono attualmente l’Australia alla testa della produzione mondiale documentano a sufficienza gli sforzi vittoriosi.
Scendiamo in sale che hanno tutta l’aria di ovili e di depositi. In gabbie aderenti perfettamente all’animale, in modo da non consentirgli il minimo movimento, oltre i necessari alla vita, pecore e montoni attendono che cresca il loro mantello morbido accuratamente misurato ogni tanto, costretti a bere e mangiare cibi soppesati, misti, e manipolati nei laboratori adiacenti, che devono rivelare in quale misura, temperatura e circostanza siano favorevoli all’abbellimento del loro vello. Belano malinconicamente, zampettano per sgranchirsi, guardano supplichevoli i visitatori, qua e là tosati, piagati o alla dieta in olocausto alla scienza e all’industria che trarrà da queste esperienze nuovi benefici.
Ma la scienza ha le sue giustificate esigenze e qui più che altrove dove le calamità sono di una natura per noi e per qualsiasi altro continente, appena comprensibili.
Il tipo di cactus importato nei vasi dalle mogli dei coloni divenne un flagello dell’Australia tanto da coprire, verso la fine del 1920, un ettaro di terra al minuto col suo sviluppo parassitario, secondo il Dott. Tillyard. La stazione sperimentale installata nel continente americano originario dei cactus, studiò ogni possibile nemico per ristabilire l’equilibrio e riuscì a trovare un bruco che perfora la foglia (cioè lo stelo vero e proprio) una cimice ed una cocciniglia che ne succhiano la pianta e una tarma che be scarnifica la superficie. Con questi quattro antropodi i biologi combatterono vittoriosamente l’invasione e oggi in molti punti i cespugli spinosi vanno scomparendo sotto gli assalti combinati.
La dotta guida ci torna ad erudire sul disastroso malanno delle volpi importate come i conigli dai primi coloni e divenute coi gatti, subito tornati liberamente selvaggi, una croce per i pastori. Ci insegna che l’unico carnivoro trovato in Australia, il dingo, appena incrociato col cane, cui somiglia in tutto e per tutto, divenne il distruttore sistematico delle mandrie; alla fine ci consente di uscire dai laboratori ed avviarci al museo e al giardino zoologico, all’ingresso del quale è il monumento ai cavalli caduti in guerra, per far la conoscenza dei falotici animali che hanno fatto definire questa, la terra dei fossili viventi.
Sebbene non sia il principale d’Australia, il giardino zoologico di Adelaide, per il numero delle bestie che espone, è uno dei migliori. Il calunniato Dingo, superboe intelligente, mobilissimo, con gli occhi di lupo, latra dalle sbarre che lo imprigionano. Il Cigno Nero, meraviglioso documentario in questa terra di singolari contraddizioni, si pavoneggia, vicino all’Emu, sorta di casoaro, che non ha alcuna delle virtù che distinguono lo struzzo cui somiglia, ma si vanta di essere il più primitivo degli uccelli viventi.
Fra le settecento specie di uccelli delle quali 431 peculiari della regione, divisi in undici famiglie, se ne trovano dei curiosissimi. Il Kookaburra, l’uccello che ride, è fra questi il più celebre. Impossibile non farne la conoscenza affacciandosi al finestrino di un treno fermatosi nella notte in aperta campagna o nelle foreste senz’ombra, dopo una lunga corsa in motocicletta o svegliandosi magari in un bungalow nella lontana periferia d’una qualunque città; la sua risata sardonica e sconcertante vi risuona alle spalle quando meno ve l’aspettate, turbandovi e irritandovi senza motivo.
Fratello del Kookaburra è l’Uccello Lira, il menura che latra, grida, imita tutti i rumori e coi suoi finti colpi di accetta vi induce a cercare nelle macchie un immaginario boscaiolo intento al lavoro. Gli uccelli mimetici che costruiscono vasti campi da gioco, quelli che appena nati volano, le colossali aquile che si portano sugli artigli una pecora con tutta indifferenza, i pappagalli bianchi, gialli, dorati, rossi, svariatissimi, non smentiscono la celebrità della fauna australiana.
Non si son trovati in questo enorme continente né scimmie, né ruminanti, né pachidermi, mentre vi sussistono tutti i marsupiali, i mammiferi generati immaturi che si sviluppano in una specie di tasca ove rimangono e si rifugiano protetti fino al completo sviluppo. Il canguro, il più tipico dei marsupiali, superstite di quei mostruosi bestioni antidiluviani che sono la passione degli amatori di paleontologia, si è mantenuto in tutte le sue varietà. Ve ne sono grandissimi più di un uomo normale e minuscoli come topi, vellosi e nudi, notturni e diurni; li trovate in tutte le zone e anche in certe trattorie ove si cucina la coda e persino sui… francobolli, perché sono veramente l’insegna saltellante dell’Australia.
Fra i marsupiali, gli Scoiattoli Volanti a coda prensile non vanno dimenticati, ma soprattutto bisogna tenere nella dovuta considerazione il Koala, buffo orsacchiotto australiano semidistrutto dagli indigeni per la carne e dai coloni per la pelle e idolatrato ora da molte ragazze che ne tengono un esemplare di stoppa tra i loro ninnoli e per le quali sarebbe un’offesa non ammirarlo.
Il serpente-tigre, la grossa e corta biscia della morte, il diavolo spinoso (Moloch) rettile delle regioni desertiche, accrescono il già vario elenco degli animali strani di questa terra che s’è divertita a conservare campionari di specie del tutto spente o sconosciute. Ottomila esemplari di farfalle diverse, le più grandi e più minuscole del mondo, arricchisnono la varietà della catalogazione che gli accaniti scienziati amplieranno metodicamente forse scoprendo altre inspiegabili sopravvivenze per sempre meglio documentare il loro asserto sulla terra dei fossili viventi e, se australiani, sulla certezza che fu questa la culla dell’uomo.
Peccato che l’amore per l’umanità non sia pari a quello per le bestie e che per contrappeso delle cure date agli animali, con britannico candore, si sia provveduto allo sterminio degli aborigeni, compiacendosi, anziché preoccuparsi, per lo spegnimento ormai prossimo della razza.
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