Pages

16.2.10

"La terra dei fossili viventi - Viaggio in Australia" di G. Descalzo - Sulla rotta di Cook

Questo post fa parte di "La terra dei fossili viventi - Viaggio in Australia" pubblicato da Giovanni Descalzo nel 1938

Avvicinandoci alla colonia primogenita d'Australia, fuori dello stretto di Bass, ormai nell'Oceano Pacifico, ove è sorta una metropoli giustamente annoverata tra le meraviglie della terra per lo sviluppo del labirinto marino in cui s'è annidata, è opportuno rievocare la cosiddetta crociera di Cook e vederla nella sua ben calcolata e oculata missione.
Confermate le voci che la Francia dai possessi vicini intendeva fare sbarchi e stabilire colonie in terre, come già vedemmo, scarsamente note, l'ammiragliato britannico inviò James Cook con l'Endeavour a... osservare il passaggio di Venere in Tahiti con un carico di turisti della scienza. Mentre il mondo ammirava ancora una volta la nobilità delle iniziative scientifiche degli inglesi, le istruzioni segrete disinteressavano del tutto l'esploratore degli avvenimenti astronomici facendogli prendere netta visione dei suoi veri compiti.
Rileggiamo qualche brano del prezioso documento che sapeva anche stimolare la vanità e l’emulazione degli audaci: “…siccome si ha conoscenza di un continente o terra molto estesa al sud della rotta seguita dal Cap. Wallis, è desiderio di S.M. che non appena osservato il passaggio di Venere facciate rotta per il sud attenendovi alle seguenti istruzioni”. (Wallis fu a Tahiti nel 1766-67, e negli isolotti vicini, dai quali fece ritorno. Cook doveva dunque proseguire).
“Per rintracciare questo nuovo continente procederete verso sud sino al 40° lat.; non trovando terra dirigetevi allora verso occidente fra la latitudine indicata ed il 35° fino a che la raggiungerete o troverete la costa orientale della terra scoperta da Tasman ed ora chiamata Nuova Zelanda”. Le istruzioni seguono poi più precise: “Esplorerete quanto vi sarà possibile la costa, attentamente, osservando le posizioni dei più importanti punti di riferimento, l’alternarsi delle maree e il corso delle correnti, la profondità degli ancoraggi, ecc.”. In ultimo si ordinava di: “prendere possesso nel nome del Re della Gran Bretagna delle posizioni più convenienti di questo continente”.
L’Australia diventò dunque possedimento britannico per oculato e predisposto piano d’azione, non già per caso come si lasciò credere. Cook prese possesso della Nuova Zelanda e della Nuova Olanda che ribattezzò Nuova Galles del Sud. Spagnoli, francesi, portoghesi e olandesi accampavano diritti ma l’Inghilterra si guardò bene dal preoccuparsi di ciò.
La versione comune ci fa sapere che Cook, mentre proseguiva la sua spedizione scientifica, il 20 aprile 1770, spinto da un improvviso colpo di vento scoprì il continente. Approdò in una baia deserta ma così ricca di piante che lo studioso Banks, unitosi a proprie spese alla crociera, col collega Sollander, la battezzò Botany. Appunto questo studioso doveva poi divenire uno dei più appassionati propugnatori della colonizzazione.
Il primo passo della missione era compiuto. Risalendo al nord, poche miglia dopo l’esploratore scoperse il fantastico porto naturale che chiamò Jakson dal nome di un segretario dell’Ammiragliato e dove poi sorse Sydney. Costeggiata la Nuova Galles del Sud, raggiunse il Queensland correndo pericolo di perdersi nell’insidiosa barriera dei coralli per un fortunoso incaglio che lo costrinse a riparare le avarie nella baia cui rimase il nome della sua nave. Sono tracce del suo passaggio anche la Punta della Tribolazione e la Baia della Trinità. Giunto a Capo York sbarcò in una piccola isola che si chiamò Possession e sparate le salve di prammatica proclamò che tutte le terre avvistate appartenevano al Re d’Inghilterra.
La leggenda puritana vuole che lo sbarco nella piccola isola per l’atto della proclamazione di possesso fosse compiuto per non imbrattarsi le mani di sangue nella solenne cerimonia, visto che gli indigeni erano ostilissimi e non consentivano di prender terra sul continente. Le cose furono dunque fatte evangelicamente, - non già per paura di avere la peggio – e, dato che i barbari allora erano i francesi, ricadde su di loro la colpa di aver per i primi massacrato gli indigeni e averli aizzati contro i bianchi per cui poi fu ben giustificato lo sterminio. Infatti pare che i marinai di La Perouse avessero delle questioni coi nativi e quelli di Marion du Fresne venissero alle mani nelle isole vicine, al punto da originare la storiella di una invocazione alla Gran Bretagna perché li proteggesse contro la feroce tribù dei… Marion.
Con tutte le sue pure intenzioni Cook, ripartito una seconda e una terza volta però non potè evitare la fine toccata ai francesi giacchè a Tahiti, fu ucciso anch’egli proprio dagli indigeni.
Stabilita la verità dei fatti non saremo certo noi a diminuire il valore del grande navigatore anche se fu un semplice mandatario incaricato di appurare e annettere alla sua bandiera le scoperte altrui. Amante del mare e dei viaggi egli non diede nemmeno soverchia importanza alle scoperte fatte e lasciò al suo luogotenente Matra il compito di attirare l’attenzione sul valore delle nuove terre specie come ottima base contro le antiche e le nuove potenze coloniali tra le quali l’Inghilterra si incuneava per disgregarle e guadagnare la supremazia assoluta.
Fra rievocazioni e leggende siamo giunti intanto al largo di Sydney.
E’ scesa una nebbia soleggiata e opaca, nebbia del Pacifico meridionale in una atmosfera di mezza stagione. Non ha nulla di comune con quella che diluvia dall’Hudson e fa caliginosa e buia la baia di New York, al diradarsi della quale appaiono le irreali foreste dei grattacieli nel blocco più massiccio della Batteria. Non è meno insidiosa però.
La nostra bella motonave s’arresta e dà voce alle sue campane con ritmo cadenzato e fiata coi boati della sirena per rispondere a ululi e rombi che le giungono dai quattro venti. Gli occhi di tutti i marinai si fanno acuti e vigilissimi per bucare questa pericolosa cortina e scorgere in tempo le masse oscure che si avvicinano incaute. Brutto preludio per prepararsi a stupire innanzi a nuove meraviglie! Chi non s’è mai sporto da una murata mentre la nave è costretta ad arrestarsi, prigioniera impotente, nel viluppo di un banco di nebbia, non può comprendere in quale sospensione restino gli animi di tutti.
Ritroviamo noi stessi proprio in questa speciale atmosfera. Chi ci ha chiamato sino alla terra degli antipodi? Napoli, Rio de Janeiro, Sydney! La molla che ci fa rimbalzare qua e là per i vari oceani è tesa sovente dalla suggestione di un nome.
Il Golfo di Napoli, scorto la prima volta attraverso al portello di una riposteria, tra cataste di piatti e fascine di posate, dal preludio di Ischia e Procida al finale della riviera sorrentina e di Capri, mentre il pennacchio del Vesuvio sospendeva una tenue nube bianca sullo sfondo della città, fu la prima rivelazione. Possibile che esistesse al mondo qualche cosa di più armonioso e sereno, uno scenario ove la fantasia potesse moltiplicare il suo potere con più suggestione?
L’apparire di Rio de Janeiro con le gobbe del Corcovado che dan la immagine di un gigante supino e reggono il Redentore le cui braccia si sollevano a cingere il mondo in un amplesso universale, ci ha resi muti di meraviglia soprattutto quando la nave, sfiorato il Pan di Zucchero, ha fatto il suo ingresso nel labirinto delle baie, delle isolette e dei promotori sfumanti sul fondo senza fine nella vaporosa atmosfera tropicale. Nessuna conca ci è sembrata mai così perfetta come la Baia del Buttafuoco da l’alto del Pan di Zucchero e, tra un acqazzone e un furibondo incendio solare lo sviluppo primordiale della natura sospesa allo stato di caos, più meraviglioso nel suo interrotto assestamento.
Siamo innanzi a Sydney ora, già scettici per aver veduto assai e leggermente increduli per la poco fede che, presuntuosamente, siamo ormai soliti porgere agli esclamativi altrui.
Finalmente il vento dirada la marea bianca e l’opacità si fa meno intensa. Le altre navi in attesa cominciano a rivelare la sagoma e i marinai, prima ancora di scorgere la bandiera, già le riconoscono per quell’abilità, quasi intuito, che acquistano nel distinguere una carretta inglese da una americana a certe disposizioni delle soprastrutture, inacquisibile coi manuali tecnici.
La motobarca del pilota, insensibile al rullìo, cala la lancia che si avvicina alla scaletta. Sotto buona guida, mentre il cielo si schiarisce e il sole esce dalla nebulosa con aria di luna sonnambula, ci avviamo verso tre ripidi speroni sovrapposti di scogliere, smascherati dalla chiarìa.


Delicious
Bookmark this on Delicious

0 comments: