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16.2.10

"La terra dei fossili viventi - Viaggio in Australia" di G. Descalzo - Il "pericolo italiano"

Questo post fa parte di "La terra dei fossili viventi - Viaggio in Australia" pubblicato da Giovanni Descalzo nel 1938

La propaganda contro tutte le razze di colore in Australia è stata fatta con tale costanza e con tanta ostinazione che la superiorità – a priori – dei bianchi, è considerata assioma assoluto. Sebbene con sacrificio, appunto per questa intima persuasione, il continente s’è ormai liberato da qualsiasi nucleo etnicamente importante, di origine non prettamente europeo. Con la partenza dei canachi dal Queensland nel 1906 si può dire che il programma sia stato realizzato in pieno.
I nostri coloni emigrati in quantità sempre più rilevanti nello stato nordico hanno potuto, anche per i disagi creati dalla loro abolizione di manodopere indigene, accrescere il loro numero e radicarsi con più facilità, dati i bisogni sempre crescenti del lavoro e le intraprese sempore più audaci di sfruttamento. Disposti a tutto tentare senza risparmio di mezzi e di energie, è da immaginarsi che non restassero inoperosi né si adattassero al tran-tran della vita australiana. Arrivati spesso con piccoli capitali e talvolta anche con somme discrete, l’emancipazione dal lavoro di dipendenti s’è svolta di mano in mano che le circostanze lo consetivano con acquisti di aziende già avviate ma più spesso con la creazione, in zone vergini, di estese e fiorenti piantagioni.
Un buon libro che ci fa vivere nella zona più permeata della nostra emigrazione, l’unico per ora che si conosca, è il romanzo di F. Sacchi: “La casa in Oceania”. Per quanto il Sacchi non si sia ripromesso di illustrare in modo particolare l’origine e lo sviluppo delle nostre iniziative né intenda polemizzare con la mentalità australiana e conservi anzi un’onesta simpatia per quei gioviali fanciulloni che si inebbriano nella vasta libertà del loro vuoto continente, è dato percepire attraverso alla vera vita dei piantatori e tagliatori di canna da zucchero, situazioni e momenti che non possono lasciarciindifferenti. Ben poco riusciamo ad apprendere delle lotte sempre determinate dalla gelosia verso i nostri, forse per un sentimento di cavalleria che l’autore ha saputo conservare probabilmente per la larga ospitalità incontrata, nonostante tutto, durante il suo soggiorno, ed è per questo che il libro manca un po’ al suo scopo traducendosi in facile romanzo mentre avrebbe potuto più che sfiorare, sviscerare una questione che non manca di appassionarci ancora adesso, benchè sopita e risolta dal sopravvenire degli ultimi avvenimenti.
Tra i primi paesi che calarono la saracinesca alla nostra emigrazione, non possiamo dimenticare che fu l’Australia, sopratutto per il modo con cui si procedette. Gli Stati Uniti, e un po’ tutte le altre repubbliche, limitando e rimandando i nostri lavoratori, si sono trincerati dietro a constatazioni pratiche, onestamente confessate che fecero intendere come la saturazione dei loro opifici e di tutti gli organismi della loro esistenza collettiva non consentisse altri apporti e concorrenti, giustificando a volte puerilmente la misura ingiusta con una supposta giustizia verso i privilegi acquisiti. In Australia, pur giovandosi delle stesse giustificazioni, si nascose il vero movente e si trascese spingendo l’atto di limitazione a gesto di ostilità e sorreggendo l’iniziativa con uno spirito non scevro di livore e di malanimo, al punto da inasprire le vittime e lasciare quasi tracce di odio mentre si sarebbe potuto procedere assai più saviamente.
Scoperto che gli italiani, chiamati a faticare nei campi erano divenuti presto i padroni dei poderi, visto che la loro ricchezza si consolidava, che la loro attività invadeva tutti i settori e la fortuna – alleata di chi lavora senza soste – li accompagnava fiduciosa, inventarono un ridicolo pericolo italiano, montarono col sistema loro proprio lo spauracchio di un’invasione italiana, sostenuti dai fiacchi coloni che si vedevano ogni giorno superati nel lavoro, e allora cominciò per i nostri emigrati un vero e proprio periodo di torture.
Tutto ciò che fu possibile organizzare per nuocere loro: dagli scioperi degli addetti ai trasporti per portare la loro canna ai mulini, al sabotaggio dei prodotti, fu messo in opera. Si ottenne presto la legge di esclusione per chi arrivava nuovo onde giustifcare il rinvio di interi carichi di emigranti costretti a ripartire senza nemmeno toccare la terra a cui si avviavano, quasi sempre chiamati dalla fiducia dei primi, e si seppe trovare un raggiro capzioso coll’imporre il possesso tangibile d’una discreta somma di sterline per gli ammessi.
La stampa, sostenuta dagli interessati, iniziò una gazzarra che oggi non ci stupisce più dopo i saggi avuti da Londra durante il periodo sanzionistico ma che dieci anni fa era doppiamente ingiuriosa ed ingiusta. Bastava che un fotografo intraprendente, ammesso a bordo dalla cordiale longanimità delle nostre compagnie, riuscisse a intrufolarsi a prua e a cogliere qualcuno degli immancabili esemplari umani di miseria esteriore che si annidano in tutte le terze classi, perché, senza distinguere se magari si trattava di un greco, arrivasse iun redazione gongolante per mostrare agli esterefatti colleghi la scoperta.
Le fotografie dei più poveri – in Australia chi porta toppe nei calzoni e peggio, chi ha strappi e rammendi nell’abito è considerato con sommo dispregio – subito sviluppate e ingrandite, con magari qualche ritocco per completare il trucco della della miserabilità evidente, erano passate a tutti i giornali che, in primo piano e con opportune testate, additavano alla scandalizzata opinione pubblica quegli inqualificabili esemplari umani che osavano sbarcare nella Bianca Australia, per insozzarla e farne scendere l’orgoglioso livello sociale- record.
Profittando della beata ignoranza della folla per la quale tuttociò che non è inglese è nebuloso e men che mediocre, il pericolo italiano, sotto forma di una invasione di pezzenti i quali per di più avevano l’audacia di diventar padroni in pochi anni, prese proporzioni inaudite. Risorse il vecchio grido di allarme contro le razze di colore e si scoperse che siamo dei sud-europei, di un colore buno-oliva indefinibile, per cui la propaganda fu presto agevolata e l’ostilità assunse aperto carattere di lotta.
Il popolino, buon alleato dei cialtroni, specie dove non esiste alcuna possibile tradizione culturale, scoperse per cuo conto che gli italiani erano davvero un popolo di colore. Quale differenza infatti tra loro e gli onesti eoliani che costituiscono la maggiornaza della nostra emigrazione! Bruni di capelli, neri d’occhi, i tenaci isolani delle Eolie che intrapresero un’emigrazione metodica verso l’Australia furono analizzati con la gioia della persecuzione e pressati con ironiche domande: - “Ce l’avete il telefono a casa vostra? e il treno? e l’automobile?” – Qualcuno, semplice e sincero, ripensando ai suoi scogli rispondeva che a casa sua, non aveva nulla di tutto ciò, e allora il trionfo della calunnia si rassodò proprio nella massa arrivando a puerili affermazioni possibili solo dove non esiste unminimo di cultura universale e tutto si riduce alla sapida polentina di casa in fatto di nozioni geografiche e storiche.
A ripensarci ora, tutti gli australiani, cui non manca un vero fondo di onestà e di giustizia, arrossiscono se ricordano quanto poterono propoalare e lasciar credere a nostro riguardo. Non valsero i risultati dell’inchiesta ufficiale favorevole ai nostri coloni, nè lo studio di Lyng sulla nostra emigrazione. Pur ritenendola intimamente un’ingiustizia, onde limitare e chiudere le possibilità di futuri sviluppi agli stranieri, sorse anche la Lega della preferenza inglese, con programma, come può immaginarsi, esclusivista, per cui lo scopo di serbare a sé tutti i privilegi, fu più facilmente raggiunto. Questa Lega sorta nel 1930 potrebbe anch’essa indicare qualche cosa a chi nei fatti anacronistici dei nostri tempi, dà tanto rilievo alle intemperanze del razzismo nazista. I risultati a cui tese furono così ben raggiunti che nel 1929 entrarono in Australia soltanto 8 italiani in più sui partenti, e nel 1930 se ne contarono, nel movimento, 424 in meno.
Una nobile figura di prelato, il Vescovo cattolico di Brisbane Mon. James Duhig si erse con tutta la sua autorità in difesa del nostro popolo e fu il suo nobile paladino.




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