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16.2.10

"La terra dei fossili viventi - Viaggio in Australia" di G. Descalzo - Con gli ultimi indigeni nelle "riserve"

Questo post fa parte di "La terra dei fossili viventi - Viaggio in Australia" pubblicato da Giovanni Descalzo nel 1938

Abbiamo visto come avvenne lo sterminio degli indigeni nella Tasmania, ove, secondo la malvagia ironia della storia ufficiale inglese, morirono di… nostalgia. Diamo uno sguardo ai superstiti lanciatori di boomerang, ancora visibili in qualche stato australiano che li mantiene relegati in riserve attendendo il prossimo spegnimento totale che sarà compiuto fra non molto dai vizi, dalle malattie e dal totale avvilimento che li sfiducia e abbrutisce precludendo ogni libero sviluppo.
Causa le circostanze abbiamo dovuto trascurare l’esiguo nucleo incontrato nella regione mineraria ma ci resta, a porttaa di mano, la sparuta colonia di La Perouse, poco lontana da Sydney. Lasciamo la bella città senza guida. Traversati i sobborghi, col diradarsi delle abitazioni, mentre il tram sferraglia monotono, ripensiamo alla sorte di un popolo che, padrone del continente un secolo fa, si trova ora bandito e annientato, senza alcuna possibilità di vita, privo di ogni risorsa e derubato oltre che di tutti i suoi boschi e le sue terre, anche della libertà di vivere, alla mercè di padroni che attendono la sua sparizione con sollievo e li contano d’anno in anno respirando con soddisfazione quando le accurate statistiche ne segnano la diminuzione paurosa.
Si calcola che in tutta l’Australia ner sopravvivino ancora cinquantamila. Soltanto verso il Golfo di Carpentaria, nelle regioni dove i comodi australiani amanti della vita cittadina non hanno trovato ancora utile avventurarsi, pare rimangha qualche superstiti tribù intatta. Gli altri nuclei, accuratamente cacciati e catturati, se vogliono adattarsi a vivere devono assoggettarsi alla vita delle riserve, accettare una esistenza da mandrie ed essere… grati ai pastori protestanti che hanno inventato il sistema erigendosi a guardiani.
Dampier, il pirata elevato al rango di esploratore ufficiale, nel suo rapporto fu forse il primo calunniatore di questa razza, definendola la più brutta e più povera del mondo. E’ ovvio dunque che le prevenzioni non potevano mancare. Subito dopo è stato scoperto che sono dei poveri mentecatti, incapaci di contare sino a cinque, e i pastori anglicani han rincalzato la dose affermando che giammai avrebbero potuto beneficiare della loro puritana fede perché nella impossibilità di comprenderla e assimilarla. Non si distinse fra tribù e tribù; fatta d’ogni erba fascio, subirono lo stesso disprezzo anche i quarantamila maori che avrebbero sin d’allora potuto insegnare qualche cosa di nobile e di bello anche ai propugnatori della più candida civiltà.
Ogni stato, nel cosatituirsi attorno alle sontuose capitali periferiche, tutte al margine dello sterminato continente, quanto agli indigeni ebbe lo stesso programma: sopprimerli. Qualcuno c’è già riuscito così bene che, ad esempio quello dell’Australia Meridionale la cui capitale è Adelaide, di dodicimila indigeni accertati nel 1843, nel 1909 ne aveva ancora… due. Persone incontrate colà, ci hanno ricordato lo spettacolo miserevole degli ultimi avanzi, che rammentavano d’aver veduti da fanciulli venire in città nelle feste tradizionali, per chiedere l’elemosina ai più pietosi. Permane la tradizione che fossero cacciati dai peggiori manigoldi a tanto per capo, come ora si fa per i conigli, il cui sterminio peraltro sarà impossibile sintantochè la popolazione del conmtinente non sarà quadruplicata e non sarà avvenuta almeno la conquista agricola parziale.
Buon alleato coi depuratori del continente contro gli indigeni, fu l’alcool. La prima industria fruttifera iniziata dai primissimi conquistatori è stata quella delle distillazioni; i primi frumenti servirono a far bevande fermentate; le prime investiture di danaro e i primi guadagni degli avventurieri puzzarono di taverna. Le malattie, per le quali gli indigeni non avevanmo immunizzazione alcuna, agevolarono la decimazione.
Il vagabondaggio brigantesco dei forzati evasi, qui come in Tasmania, ebbe per facili vittime i nativi. La promulgazione di leggi speciali contro questo dilagante pericolo, permetteva tra l’altro, di arrestare qualsiasi vagabondo e portarlo prigioniero anche per cento miglia prima di consentirgli di provare che guadagnava onestamente la sua vita, ma è facile comprendere quanto fosse arduo l’assestamento quando si pensa che nei primi decenni la popolazione era composta quasi totalmente di deportati.
Gli indigeni, miti e remissivi, in piccole comunità, poco proponesi a unirsi per lottare contro il nemico comune, si ritiravano cedendo terreno quasi senza proteste, finchè, al margine delle rade foreste, per necessità di vita continuarono la loro caccia, stupiti di vedere che era loro consentito uccidere quanti canguri volevano e nessuno di quegli animali che gli invasori spingevano innanzi nelle loro terre incalzandoli.
Respinti nelle regioni aride, lasciati senza possibilità di cacciagione, quando tentarono di nutrirsi con le pecore e i buoi che si sostituivano alla loro prole, non trovando altro, furono massacrati, come accadde a nuna intera tribù nel 1839 a Myall Creek.
Nel 1842 una vera e propria guerra e caccia crudele fu condotta sistematicamente, con forze ingenti, per l’annientamento totale, finchè per i pochi dispersi non furono nominati dei protettori… grazie ai quali furono per legge relegati nelle riserve.
Mentre per giustificare il loro disprezzo, i conquistatori li accusavano delle più basse degradazioni umane, l’esploratore Eyre che visse tre anni con loro nel periodo di maggiore incrudelimento, ha lasciato scritto: “Se gli europei si trovassero in queste condizioni, angariati e colpiti da tanta ingiustizia, non avrebbero la metà di moderazione e pazienza di cui dan prova questi poveri ignoranti che non hanno per guida che il loro istinto”.
Siamo giunti sulla Botany Bay, azzurrissima e spopolata, con le capricciose scogliere coperte di guano e biancheggianti di gabbiani. Qui è giunto Cook nel suo primo approdo, qui s’è diretto il capitano Arturo Phillips nel 1787, mandato a prender possesso delle nuove terre con un carico di 1163 condannati e 443 tra ufficiali e soldati liberi, seguito a una settimana di distanza dallo sfortunato La Perouse con la Bussola e l’Astrolabio che, vistosi preceduto, preferì ripartire e andare a tentar la sorte tra i Vanikoro che lo trucidarono.
In una depressione del terreno, non lontana dalla riserva degli indigeni, è sorta la Valle della felicità, ironica definizione data dai borghesi di Sydney alla borgata dei disoccupati professionali che hanno trovato modo di accamparsi in luogo ameno e al sicuro di ogni noiosa indiscrezione.
Le bicocche, vere casine anzi, non hanno nulla di indecente, direi quasi di misero; rispetto ai tuguri costruiti con casse d’imballaggio e latte di petrolio nella Città dei disoccupati di Buenos Aires, si può dire un villaggetto civettuolo. Si assicura infatti che non pochi dei disoccupati abbiano la radio e comunque appaiono discretamente provveduti.
Lungo la strada che scende alla marina, ecco esposti i boomerang. Un indigeno, mite e affabile, accorre non appena il forestiero sosta incuriosito: afferra uno di questi genialissimi strumenti e lo lancia con maestria scrutando il viso dello spettatore e invitandolo nel recinto a fare altrettanto. La nostra mano, sotto l’agile guida, si fa presto abile, così abile che al secondo tentativo il boomerang descrive nell’aria un grande otto e ricade ai piedi riempiendoci d’infantile entusiasmo.
Se non avessimo ammirato nel museo del Cairo una intera vetrina di boomerang trovati nelle tombe dei Faraoni, l’uso di questo meraviglioso strumento, curvo come falce messoia ad angolo, liscio al di sotto e leggermente arcuato di sopra, basterebbe a contraddire tutti i calunniatori degli aborigeni sulla loro genialità. Per quale misterioso bisogno ne hanno conservato l’uso per la caccia dopo millenni dalla sua invenzione e da chi ne appresero il maneggio? Senza di loro certamente gli strumenti trovati nelle tombe egiziane ci apparirebbero aggeggi incomprensibili come infiniti altri di cui nessuna tribù ha perpetuato il modello e ci ha insegnato la utilità.
Ecco gli indigeni della riserva, numero di curiosità più che d’attrazione, umili, dimessi, che camminano muti a capo basso, quasi fossero consci del destino che li Attende. I pochi scellini per l’acquisto dello strumento–giocattolo, serviranno probabilmente, più che al vitto della famiglia smembrata, all’acquisto di nuovi tossici per accelerare la fine. Ci prende una tristezza simile a quella che coglie i visitatori dei condannati, quando li sogguardano con un inutile cuore fraterno al di là delle sbarre.

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