Siamo nella casetta di un italiano al bivio deserto di una ricca e spopolata regione mineraria della Nuova Galles del Sud. Osservando l’abitazione si scorge nettamente in quanti periodi è sorta e s’è sviluppata, un po’ per anno, forse col solo lavoro delle braccia familiari, appena i risparmi lo consentivano. La tenacia e la volontà della nostra stirpe è scritta anche qui, con queste umili pietre.
Vi convengono nei giorni festivi, percorrendo dieci e persino venti chilkometri, i più umili connazionali che han trovato lavoro nelle vicinanze, con tutti i mezzi: il calesse, la bicicletta, la moto o il camioncino, e i meno fortunati a piedi. Tema consueto: lagnarsi dell’ostilità che incontra ovunque in Australia l’operaio italiano specie negli opifici e dove l’elemento inglese è geloso delle sue prerogative, ovunque deve lavorare a fianco degli altri operai, per il dispetto che desta la sua assiduità all’opera e le sue qualità che si rivelano immediatamente superiori. Sarà impossibile dimenticare un gesto sorpreso nella sosta in mezzo a loro.
Sulla strada transitava un’auto funebre seguita da un lungo corteo di macchine. Un manovale della comitiva, gigantesco, dal viso pallido, si voltò di scatto dando le spalle al corteo. Calcandosi il cappello a cencio che lo trasformava in australiano autentico, con le falde sbandate, mormorò tra i denti: “Uno di meno”.
Quanto difficile tra questi auto-esiliati, usciti di casa quando l’Italia doveva abbandonarli al loro destino su tutte le strade del mondo e che hanno sentito e subìto l’avversione irriducibile che è contro di noi quasi ovunque, - per una inconcepibile mentalità internazionale, - l’opera di riavvicinamento e di persuasione! Ma non si sono adunati solo per lagnarsi, anche, sebbene non se ne rendano conto, per risognare la terra lontanissima e riparlarne interminabilmente, e sentire di lei, da bocche che parlano lo stesso linguaggio e hanno lo stesso segreto amore, qualche buona novella, l’eco di qualche avvenimento che confermi la sua risorta grandezza.
Bisogna appunto vigilarli gelosamente in questo sentimento per riprenderli, perché la missione possa compiersi e lasciare frutti definitivi. L’enumerazione di alcuni fiori nel cortile e l’insegnamento di alcuni loro nomi a una vispa ragazzina, induce il padre a una confessione che ci aiuta nell’intento.
- È la prima della sua classe. Che cosa vuol dire che nelle tre scuole dei dintorni i migliori allievi, i primi in modo assoluto per confessione degli stessi maestri, siano figli d’italiani?
Hanno aperto loro la via, inconsciamente, a quella che altrove potrebbe apparire, e spesso è, oziosa rettorica, e qui diviene sacra testimonianza, geloso patrimonio da lasciare in custodia ai più umili rappresentanti della stirpe:
“Quando qualcuno vi domanda beffardamente se in Italia avete questa o quella cosa, dovete sempre rispondere che fu un italiano a inventarla anche se i loro libri non lo insegnano. Dite con siruezza che senza il genio delle nostre genti andrebbero ancora a letto col lume a petrolio, che senza Galvani, Volta, Pacinotti, Galileo Ferraris, e cento altri italiani che regalarono al mondo senza chiedere compensi i prodigi creati, il progresso della civiltà che loro ostentano si sarebbe arrestato al cavallo o alla locomotiva. Meucci col telefono, Marconi con la radio hanno rivoluzionato le comunicazioni con tutti i popoli anche se l’arroganza dei profittatori si serve di questi strumenti per calunniarci…”.
Ci consola, lasciando questa casa di umili, spontanei convegni italiani, spersa in regioni difficili a essere rintracciate anche nei miigliori atlanti, una ingenua frase di saluto:
- Se tornate a passare di qui, fermatevi un po’ di più, ci sarà sempre un posto a tavola…
Proprio i più riottosi ci accompagnano sino alla lontana stazione delle corriere. Hanno bisogno di ferrare il loro orgoglio, di sapere di più, di ricordare meglio, e ripetono i nomi uditi per valersene come armi domani, più tardi, con chi li assalirà col borioso disprezzo. Fa notte e nella piana lontana brillano vampe di fuoco rossigne. Quello che non volle scoprirsi al passaggio del funerale rimasto ultimo ad accompagnarci, forse perché più solo e sperso, toccandomi sulla spalla, dopo un lungo mutismo mi indica le fiammate.
- Sono file di forni ove si brucia il carbone col solo scopo di trarne il cok [sic]. Milioni di tonnellate bruciate così: calore e gas buttati al vento senza alcun utile!
Ha la stessa voce di chi mi additò nella Pampa il grano lasciato sul campo perché non metteva conto raccoglierlo, e dell’altra di Santos che mi indicò i depositi di caffè destinati alle caldaie dei treni; la stessa amarezza per l’ingiustizia fatta alla natura defraudandola della sua ricchezza per egoismo, mentre qualche popolo chiede inutilmente di avere il necessario.
Soltanto dopo il contatto diretto con quella parte di emigrati nostri che venendo in Australia s’era illusa di potersi innestare alla massa dei lavoratori contribuendo con la sua opera all’attività delle industrie, m’è stato possibile comprendere l’ingiustizia dell’esclusivismo che il sistema sociale delle Unioni ha creato, circoscrivendo e limitando in tutto ogni iniziativa a solo e totale beneficio degli inglesi. L’organizzazione è perfetta, tanto perfetta che tutto s’arresta, si limita e impigrisce impedendo al continente di svilupparsi e popolarsi come sarebbe nel suo assoluto interesse d’oggi e soprattutto di domani.
Compreso come fabbriche, miniere, agglomerati di lavori impediscano l’infiltrazione della manopedera straniera e osteggino chi non si assoggetta ai canoni del minimo sforzo, l’italiano che non ha inteso uscir di casa per sottomersi a limiti entro i quali sarebbe costretto a vivere continuamente nello stesso stato, bisognoso di prendere iniziative individuali e desideroso di prosperare senza tener conto dei sacrifici, ha scelto di preferenza le poche attività marginali che riescono a sfuggire alla tirannia delle organizzazioni collettive entro le quali gran parte delle sue capacità decaderebbero.
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