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16.2.10

"La terra dei fossili viventi - Viaggio in Australia" di G. Descalzo - Il canale di Suez

Questo post fa parte di "La terra dei fossili viventi - Viaggio in Australia" pubblicato da Giovanni Descalzo nel 1938

I marinai in genere e anche molti passeggeri si augurano di traversare il Canale di Suez di notte. Perchè? E’ monotono, brullo, ardissimo, incolore, afoso, uniforme, banale, non finisce più, ci si ferma ogni mezz’ora, si va come le zattere… Vi daranno pressacopo queste risposte. Quando la “Remo” cominciò a muoversi da Port Said, col suo pilota inglese piccolino contro il solito ma in compenso armato di pipetta, io fui invece ben lieto di costatare che erano appena le sei del mattino e addirittura felice di apprendere che saremmo giunti a Suez prima di notte. Scelsi il punto più alto della nave, sopra il ponte di comando, presso la normale, trafugai un buon binoccolo dalla sala nautica – a chi avrebbe potuto servire in pieno giorno, con un pilota della Compagnia del canale ammaestrato a tutte le manovre entro la gora limitata da due dighe parallele e punteggiate di bitte? – e mi appostai per godermi in tutti i minimi particolari la cinematografia del paesaggio sahariano.
La morbidezza del cielo egiziano sempre leggermente rosato forse per i riflessi dei suoi deserti rossicci o l’errar delle sabbie polverizzate dai venti all’orizzonte, mi ripetè la carezza dal primo apporodo. La motonave, superati i depositi di carbone infilò il rettifilo del canale, alta sul paesaggio uniforme.
A sinistra le sabbie aridissime non offrono che ondulazioni di dune spostate dal capriccio dei venti. Un piolo con sopra l’immancabile corvo, un cammello col suo guidatore diventano nel paesaggio piatto oggetti di rilievo distinti e chiari da lontananze imprevedute. Volgiamoci a destra ove al di là della diga sciamano folate di anatre e, lontanissime, innumerevoli flottiglie di sciabecchi.
Su questo lato corre una strada, una ferrovia e un canalotto d’acqua dolce, esile vena staccata dal Nilo. Tutta la diga è ornata di verde grazie a questa vena e qua e là radi boschetti di acacie miracolosamente attecchiti dimostrano lo sforzo continuo per vincere il brullo deserto con la vegetazione e la vita. Sulla strada passano ogni tanto arabi scalzi avvolti nei baracani, con fagotti, che dal raggio del vicinissimo osservatorio è facile scrutare sino alla indiscrezione. Si potrebbe rivolger loro la parola se non fossero ormai indifferenti allo spettacolo delle navi che scivolano lente al loro fianco. Eccone uno che procede curvo, a passo ritmato, proprio in margine, sull’orlo della gettata. Ha dietro di sè la barca sulla quale un compagno regge il timone perchè non strisci contro la sponda e lui, con l’alzana legata alla spalla fa da motorino contro corrente come i chiattaioli dei nostri canali lombardi e toscani.
A lungo andare un ciclista, una automobile, un treno o un corvo che trascorra rapido, diventa un oggetto di osservazione.
Abbiamo già fatto due, tre soste, per lasciar passare altre navi. “Perché dobbiamo fermarci sempre noi?” Vien voglia di chiedere al timoniere che obbedisce ai cenni del pilota.
- Le petroliere hanno diritto assoluto di precedenza – ci spiega. – Costituiscono sempre un pericolo finchè rimangono nel canale, è quindi meglio lasciarle correre.
Ora è la volta di un pacchetto e prima che l’interrogazione sia ripetuta, l’indulgente marinaio fa un gesto come per dire: “Questa volta c’entrano le correnti e tocca a noi di fermarci per quest’altra ragione”.
Il pacchetto striscia lento a pochi metri. I passeggeri sono tutti sui ponti. Ci si saluta alla voce, ci si scambiano impressioni.
- Nel Mar Rosso non dev’esserci tanto caldo – esclama qualcuno che ha pratica della zona appena la nave è passata. Lo deduce dal colore degli abiti maschili? Dagli indumenti femminili? Da qualche particolare attrezzatura dei ponti alti? Abilità misteriose di chi ha l’occhio esercitatissimo a certe letture e, più di tutto, lunga esperienza marinara.
Dato che il sole scotta e i riverberi del deserto si fanno intensi, scendiamo un po’ ad osservare i due gozzi egiziani che effettuano gli ormeggi della “Remo” alle sponde ogni volta che ci si deve arrestare, issati a bordo e calati dai nostri paranchi. Vi sono tre marinai per ognuno, dall’aria benevola e sorniona. Tra una pausa e l’altra, mentre l’uno dorme indifferente e l’altro gironzola senza scopo, il terzo si alterna ai piccoli commerci dei levantini. Aspetta che qualche curioso si approssimi, solleva indifferente un pagliolo, fruga sotto al carabottino e mette in mostra, come per sbadataggine, qualche tappeto, scatole di dolciumi, cartoline, porta sigarette, gemelli, paccotiglie di nessun conto ma sufficientemente pittoresche per destare l’attenzione dei novizii. Nelle decorazioni e nelle stampe non mancano certo le piramidi, l’arabo in preghiera tra dune di cartapesta, un nimbo solare a raggi concentrici occhieggiante sulle carovaniere di un deserto immaginario e coreografico o il cammello pieno di fronzoli eleganti; disegni artistici come certi scenari per filodrammatiche i quali hanno un brumoso e stereotipato sapore nordico e sconfessano il produttore anche agli occhi dei levantini che non osano decantarne la bellezza come farebbero magari per le loro babbuccie. L’anima mistica, anche in questi battellieri occidentalizzati, si rivela d’improvviso inalterata in un gesto impreveduto. Intascando il primo soldo di guadagno il marinaio arabo volta il capo al sole, solleva la moneta e la bacia.
Un ufficiale radiotelegrafista, impietosito dalla nostra manìa di veder tutto, per proteggerci dal sole canicolare tira fuori da un pertugio della sua cabina un elmo di sughero che ci trasforma issofatto in coloniali autentici. Possiamo tornarcene sul nostro terrazzo con tutta tranquillità. Raz-el-Ech, El Tinech, Le Cap, stazioncine del canale, son già sfilate con la loro antenna di segnalazione e i padiglioni lindi dei funzionari rigidamente cintati, offrendo nei dintorni la vista di villaggetti miserrimi ove, in tuguri minuscoli e appena distinti nell’uniformità del terreno, si accampano gli arabi che trovano da vivere nei lavori marginali.
Eccoci ad El Kantara. Fu città di mezzo milione d’abitanti un tempo? E’ questa che i Persi distrussero nel 344 a. c. e che ospitò Abramo e i suoi figli e più tardi la Sacra Famiglia?
Il villaggio consueto, qui si fa borgo, ha una chiesina cristiana, la sua moschea e la traccia di alcune strade è visibile tra le casupole umilissime. La stazione ferroviaria appare enorme e mostruosa rispetto all’esiguità del borgo, col fumo pesante di una macchina in pressione che si sparpaglia nel deserto ove si allungano i binari. Sulla traversa di congiunzione che proviene dal Cairo si legge: Londra – Calais – Gerusalemme. Caspita, siamo addirittura sulla linea dei grandi espressi! Un recinto rimpinzato di cammelli docili che hanno una greve bardatura guerriera, fa pensare più che mai alla vita errabonda, alle scorrerie, a ciò che, senza troppo sforza sopra un paesaggio tanto appropriato, la fantasia ricama a proposito della vita coloniale, della sua suggestione e delle sue avventure nello squallore selvaggio del deserto.
Il canale finalmente piega, ha una svolta, perde la rigidità del fossato. Sono sfilate altre stazioncine: Ballah, El Ferdane, S. Vincente, si sfocia in un laghetto azzurissimo popolato di colimbi che ha un nome degno di una sultana: Ismailia.
Da tempo anche la sponda destra s’è fatta arida perché la vena del Nilo non ci accompagna e l’arrivo a questo lago ci libera dall’uniformità. Ora, ogni tanto, sulle penisolette avanzate, fra morbide rive banchiccie, scopriamo piccoli lidi popolati di cappannuccie semiovali per i bagnanti europei, lingue di terra collegate da strade su cui le stazioncine si affacciano confidenti a sorvegliare il traffico, filari e boschetti verdi e, sulle dune aride, quando meno si aspetta, la figura nera occhieggiante dal velo che la maschera, di una egiziana che leva un braccio nudo a salutare rimanendo qualche minuto immobile come i bassorilievi di granito della sua patria. Nel vuoto di certe zone la tenda di un nomade pigro riempie il paesaggio.
Siamo in prossimità della biblica terra di Gessen dove gli ebrei furono autorizzati ad installarsi al tempo del Patriarca Giacobbe.
S’incide nell’aria tremolante di vapori dorati ogni gesto e ogni immagine. Anche il rigido monumento ai caduti in guerra per la difesa del canale s’intona alla natura statica. Al Lago Grande l’incontro del gemello “Romolo” desta a bordo una animazione che ha dell’ansia e dell’orgasmo. Il confratello fischia il suo saluto che s’espande nel lago fondendosi al suono della nostra sirena mentre si abbassano le bandiere e lentissimi ci si sfiora per dirci alla voce le parole di augurio affettuoso.
La via d’acqua torna fossato largo ora sessanta ora cento metri come di consueto. Sono visibili ai due lati, qua e là, squadre di operai che riparano frane, barche e draghe, che mantengono in efficienza la poderosa opera che per centosettanta chilometri ha scavato dieci e più metri di sabbie del deserto arabico, asportandone 75 milioni di metri cubi, e ha rifatto la strada alle navi dove alluvioni e maree l’avevano preclusa, ricongiungendo il Mediterraneo all’Oceano Indiano con una vena che la natura fiacca aveva ostruito ed essicata nell’incuria dei millenni e che gli uomini, sin dal tempo dei faraoni, han tentato almeno otto volte di rendere fluida e vitale.
E’ presso il laghetto Amaro che avvenne l’esodo degli israeliti? Da l’alto della nave i miraggi di Fata Morgana della zona paludosa sono sensibilissimi. Pochi paesaggi come questo hanno il potere di variare l’intensità delle luci con proiezioni su orizzonti illimitati.
Dopo le ultime stazioncine di Kalrete e di Chalouf, l’apparire delle montagne di Atakah – linea di cinabro che si oscura – preannuncia Suez e il Mar Rosso ove si sfocia al crepuscolo.
Tra lo sciabordìo delle navi, guardando le case arrossate dal sole radente, si percepisce una voce nasale che si propaga nell’aria e fa volgere il capo al minareto che si affusola poco lontano. Il muezzin invita alla preghiera. Dietro i monti del profondo golfo sparisce la luce e presto non si scorgono e odono più che i caricatori arabi curvi sui pozzi dei boccaporti, che urlano e gesticolano in cinquanta per far posto a poche balle di mercanzia.


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