La ricerca svolta permette di rispondere con sufficiente chiarezza ad alcuni interrogativi che erano alla base della tesi.
In primo luogo, dai numerosi esempi riportati emerge che il discorso patriottico del presidente Ciampi, peraltro ribadito nei suoi aspetti chiave in numerose occasioni, è stato recepito dalla stampa che ne ha diffuso in maniera sostanzialmente fedele le argomentazioni portanti. Come dimostrato in precedenza, oltre a citare estesamente estratti dei discorsi presidenziali, numerosi quirinalisti ed editorialisti delle diverse testate hanno riassunto e commentato le tesi di Ciampi, dimostrando di coglierne il disegno complessivo ed i particolari.
In secondo luogo è pertanto possibile inferire che nel settennato i lettori dei quotidiani e dei settimanali considerati siano stati raggiunti dal messaggio presidenziale più o meno nei termini in cui questo era stato loro indirizzato; non attiene allo scopo della tesi e non è possibile in questa sede valutare se e in che misura questi lettori siano stati influenzati nei loro atteggiamenti verso il patriottismo ed il sentimento di identità nazionale dalla retorica di Ciampi.
Un terzo punto di una certa rilevanza, è che all’interno dell’imponente corpus di oltre trentamila articoli, solo un’esigua minoranza affronta i discorsi di Ciampi sull’identità nazionale in maniera critica, sia in senso positivo che in senso negativo. Per lo più i giornalisti si sono limitati a riferire il messaggio in forma sintetica. Fra gli editoriali, quelli che contestano la tesi presidenziale sono un’ulteriore minoranza.
Ciò è forse conseguenza del modo in cui i quotidiani sono strutturati; gli editoriali ed i commenti rappresentano una parte limitata delle pagine dedicate alla politica ed all’attualità, per lo più utilizzate per riportare le dichiarazioni dei politici.
L’impressione complessiva è quindi che l’azione pedagogica di Ciampi pur nella sua insistenza abbia mancato di suscitare un ampio dibattito –almeno a livello giornalistico- sulla questione identitaria.
In questo senso, chi scrive ritiene che di tutto il materiale analizzato il più interessante sia quello relativo alla diatriba sulla “morte della patria” con Ernesto Galli della Loggia. Non è tanto rilevante se avesse ragione Galli della Loggia a sostenere la tesi della morte della patria conseguente all’8 settembre o Ciampi a negarla; il punto chiave è che il professore rinfacciò al Presidente la mancanza di legittimazione ad intervenire in maniera tanto incisiva in un dibattito storiografico, riproponendo di fatto la questione dei rapporti fra ricerca scientifica, divulgazione e politica nel settore umanistico.
Purtroppo questa linea argomentativa non è più stata ripresa in maniera significativa, se non in qualche misura da Tabucchi in merito alla questione di Salò, o più precisamente, del riconoscimento della buona fede dei giovani repubblichini.
In risposta a Galli della Loggia Ciampi rivendicò il diritto di tutti i cittadini ad esprimere una propria interpretazione della storia e, più specificamente, la propria esperienza come testimone ed osservatore qualificato di un cinquantennio di storia italiana.
Se è certamente vero che ogni cittadino ha diritto di esprimere una propria visione della storia sulla base della propria cultura, è altresì ragionevole chiedere a chi decida di intraprendere un progetto pluriennale di divulgazione culturale da una delle sedi istituzionali più prestigiose del nostro paese di dichiarare in maniera esplicita le proprie fonti. Da questo punto di vista, sarebbe stato forse meglio se Ciampi avesse spiegato i presupposti dai quali muoveva, gli autori di riferimento.
Renan, Gellner ed Hobsbawm hanno tutti sostenuto – come riportato in precedenza – che la costruzione della nazione richieda un certo grado di manipolazione della memoria collettiva; in una democrazia però questa operazione è per forza di cose assai problematica.
Ovviamente il presidente non aveva probabilmente interesse ad approfondire troppo le questioni storiografiche o a giustificare su basi teoriche la sua azione, tanto più che –come si è visto- questo non gli veniva di fatto richiesto, né dalla stampa né dai politici. L’impressione però è che così facendo il messaggio abbia perso in profondità, rimanendo in qualche modo in superficie, senza riuscire ad innescare quei cambiamenti profondi nell’animo degli italiani che avvicinino i connazionali a quel “nazionalismo repubblicano” auspicato ad esempio da Maurizio Viroli, consulente del Quirinale durante la presidenza Ciampi.
Così ad esempio, quando dopo il discorso di fine anno di Napolitano del 2007 la Rai non mandò in onda l’inno di Mameli, Francesco Merlo scrisse sulla prima pagina di “la Repubblica”:
“Se nessuno di noi si è accorto che non è stato suonato l’inno di Mameli è perché a noi italiani non interessa l’artifizio freddo della Patria – del Pater – ma ci emozionano solo le memorie della Matria – della Mater” con le quali abbiamo invece un legame istintivo e cieco. […] Crediamo non all’invenzione della nazione ma alla verità e alla forza del luogo di nascita. […] Quasi vergognandosi, alla Rai ora dicono che è stato “un errore involontario” e che, in coda al messaggio di fine anno di Giorgio Napolitano, non hanno mandato in onda l’inno di Mameli perché gli uffici del Quirinale non l’hanno chiesto. Solo la garbata insistenza di Ciampi rendeva dunque la Patria un’obbligata preghiera del mattino, un necessario appello accorato. Adesso che al Quirinale non c’è più quel Vecchio che percepiva l’Italia come un nodo che gli serrava la gola, adesso l’amor patrio torna a rivelarsi quello che è sempre stato: una nebbia, un’assenza. E infatti al Quirinale come alla Rai nessuno ha pensato all’Inno di Mameli perché spontaneamente non ci pensa mai nessuno.”[1]
Un quarto punto degno di nota che emerge leggendo gli articoli presentati nel corso della tesi è che Ciampi suscitò l’eco maggiore quanto più il suo discorso incideva sui temi caldi nel dibattito politico-culturale; la Resistenza, l’8 settembre, Cefalonia. E’ pertanto possibile che la stampa abbia dedicato attenzione al messaggio del Presidente non tanto in relazione alle priorità di Ciampi ma per la maggiore o minore sensibilità diffusa sull’argomento. Ciò appre tanto più probabile quando si consideri che Ciampi utilizzava maggiore prudenza trattando delle tematiche più delicate, facendo venire meno l’aspetto di originalità più in grado di colpire l’attenzione.
In altre parole, è difficile dire se la notevole visibilità della polemica con Tabucchi sui repubblichini abbia risvegliato l’attenzione sul tema della riconciliazione nazionale come era negli auspici di Ciampi o se non sia stato semplicemente un altro capitolo della ricorrente diatriba politico – mediatica fra “fascisti” ed “antifascisti”.
A questo proposito appare particolarmente significativo che prima, durante e dopo il settennato di Ciampi il 25 aprile abbia continuato ad essere occasione di manifestazioni e contro-manifestazioni, polemiche accese, senza un sostanziale cambiamento.
I dati dell’Issp e di Eurobarometro presentati all’inizio della tesi e menzionati da Paolo Segatti e da Loredana Sciolla dimostrano che l’orgoglio nazionale degli Italiani degli anni Novanta era limitato dalla minore fiducia nei confronti delle istituzioni, della politica, della partecipazione democratica, della scuola.
Nelle parole di Loredana Sciolla:
“Nel 1990 gli italiani esprimevano i livelli più alti di sfiducia nelle istituzioni: la maggioranza dichiarava di avere sfiducia nel parlamento (68%, 13 punti in più della media europea), nel sistema di sicurezza sociale (62%, 17 punti in più della media europea), nel servizio civile (73%, 15 punti in più della media europea), nel sistema educativo (51%, 12 punti in più della media europea)[2]. La soddisfazione per il funzionamento della democrazia si presenta per tutti gli anni Settanta e Ottanta circa trenta punti sotto la media europea e riguarda una più o meno esigua minoranza di cittadini (dal 20 al 28% circa).”[3]
Al contrario, l’orgoglio per la storia patria secondo l’indagine Issp del 1995 risultava essere superiore in Italia rispetto ad altri paesi, con un punteggio di 87% rispetto ad un media di 70%.[4]
Anche supponendo che l’orgoglio storico degli italiani fosse legato alle vestigia della classicità ed al Rinascimento più che alle vicende Risorgimentali e postunitarie, è legittimo chiedersi se Ciampi non avrebbe ottenuto maggiori risultati puntando sul rilancio del prestigio delle istituzioni, più che su temi storici, partendo proprio dalla politica, dalla pubblica amministrazione.
Un altro elemento costitutivo del sentimento di unità nazionale assai poco trattato da Ciampi è l’elemento etnico.
Anthony D. Smith ha ricordato che molte nazioni dell’Occidente quali la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda, la Svezia derivano la loro identità da legami etnici precedenti. In questa accezione, la nazione è vista come il prodotto di una comune origine genealogica, di una cultura vernacolare, che può tradursi in mobilitazione popolare.[5]
In Italia, la formazione politica che più ha utilizzato questa tipo di argomentazioni è la Lega Nord, che ha molto insistito sul sentimento di identificazione localistico dei suoi elettori.
Dal punto di vista di Ciampi, tentare un approccio di questo tipo avrebbe probabilmente esposto il Presidente ad accuse di nazionalismo; tuttavia forse questo linguaggio avrebbe raggiunto strati più ampi della popolazione.
In conclusione, Ciampi reintrodusse la parata militare del 2 giugno e la festa del tricolore il 7 gennaio. Questi due eventi sono sopravissuti alla sua presidenza, ed in particolare la parata del 2 giugno conserva una certa visibilità. Seppure tali conquiste non afferiscano in maniera netta alla materia della tesi, sembra però opportuno menzionarle perché costituiscono forse l’eredità più vistosa della Presidenza Ciampi in materia di identità nazionale.
Note:
1 - Merlo Francesco, “L’inno dimenticato e l’amor di “Matria””, la Repubblica, 03/01/2007, p. 1.
2 - Sciolla Loredana, op. cit., pp. 62-63. L’autrice cita l’indagine internazionale EVSSG 1990.
3 - Sciolla Loredana, op. cit., p. 63. L’autrice cita Eurobarometro, 1973-1989.
4 - Percentuali relative a coloro che si sono dichiarati molto e abbastanza orgogliosi. In (n) sono inclusi gli indecisi e coloro che non hanno risposto. Citato da Paolo Segatti in Bettin Lattes Gianfraco, p. 470.
5 - http://www.lse.ac.uk/collections/gellner/Warwick.html
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