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17.2.10

Tesi di laurea sui discorsi del Presidente Carlo Azeglio Ciampi - L’8 settembre e Cefalonia, la morte della patria

Questo post appartiene alla mia tesi in scienze sociali La costruzione dell'identità nazionale: i discorsi del presidente Carlo Azeglio Ciampi nella lettura della stampa

Fin dai primi anni di presidenza Ciampi accennava –senza suscitare particolari controversie- ad un tema “caldo”, quello della “morte della patria” conseguente all’8 settembre. Un tema questo chiaramente collegato al discorso resistenziale ed alla ricorrenza del 25 aprile citata sopra, ma che merita di essere trattato separatamente perché innescò un dibattito di notevole fortuna mediatica.
Il presidente iniziò presto a contestare la tesi della “morte della patria”, introdotta dal giurista Salvatore Satta ma resa celebre dal professor Ernesto Galli della Loggia, come in questo discorso del 2000:

“Che cosa fu l'8 settembre 1943, per noi, per la generazione che l'ha vissuto?
L'8 settembre è stato la prova più dura della nostra vita. L'8 settembre non è stato, come qualcuno ha scritto, la morte della Patria. Certo, l'8 settembre ci fu la dissoluzione dello Stato. Vennero meno tutti i punti di riferimento ai quali eravamo stati educati.
Ma fu in quelle drammatiche giornate che la Patria si è riaffermata nella coscienza di ciascuno di noi.
Ciascuno di noi si interrogò, nel suo intimo, sul senso del proprio far parte di una collettività nazionale, su come tener fede al giuramento fatto alla Patria.”[1]

Questi primi interventi riscossero il consenso di parte della stampa. Giorgio Battistini su “la Repubblica” così commentava il discorso sopra citato:

“Una medaglia “contro” i revisionisti della storia. Contro chi vorrebbe liquidare l’armistizio dell’otto settembre 1943 riducendolo a “morte della patria”. […] Una medaglia alla Resistenza invece, perché è vero l’opposto, spiega Ciampi. Esattamente da quella data infatti l’Italia cominciò a rinascere. […] In cattedra. Lezione di storia in piazza per il capo dello Stato, […] E per dire anche una parola forte e chiara ai tanti professionisti della revisione accademica. Da Renzo De Felice a Ernesto Galli della Loggia, passando per Giovanni Sabbatucci.”[2]

Un mese dopo, in occasione della premiazione di Giorgio Bocca, Ciampi ritornò sul tema, raccogliendo nuovamente il consenso di Battistini:

“Sempre ieri, consegnando a Giorgio Bocca il Cavalierato di Gran croce, il presidente è tornato sull’antica disputa intorno a Badoglio, al re in fuga e ai mesi che segnano l’inizio della rinascita democratica italiana. […] L’otto settembre fu senza dubbio “una tragedia”. Ma non ci fu nessun funerale della patria. Che “non morì”, pertanto non ha mai dovuto rinascere (quando, poi? “Il 25 aprile? Il 2 giugno? Siamo stati per qualche tempo apolidi?”). Il problema, per il presidente, proprio “non si pose”.”[3]

Nel 2001 Ciampi affrontò il tema dell’8 settembre in maniera assai più incisiva, traendo spunto dalla strage dei soldati della divisione “Acqui” a Cefalonia.
Intervenendo a Cefalonia di fronte al presidente della Grecia Ciampi ricordò questo importante episodio di resistenza ai nazisti da parte dei militari, ribadendo che “la Patria non era morta”:

“Decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la patria. Tennero fede al giuramento. Questa - Signor Presidente della Repubblica Ellenica - è l'essenza della vicenda di Cefalonia nel settembre del 1943. Noi ricordiamo oggi la tragedia e la gloria della Divisione "Acqui". […] La loro scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza, di un'Italia libera dal fascismo.
[…] Noi, che portavamo allora la divisa, che avevamo giurato, e volevamo mantenere fede al nostro giuramento, ci trovammo d'improvviso allo sbaraglio, privi di ordini. La memoria di quei giorni è ancora ben viva in noi. Interrogammo la nostra coscienza. Avemmo, per guidarci, soltanto il senso dell'onore, l'amor di Patria, maturato nelle grandi gesta del Risorgimento. […] Con un orgoglioso passo avanti faceste la vostra scelta, "unanime, concorde, plebiscitaria": "combattere, piuttosto di subire l'onta della cessione delle armi". Decideste così, consapevolmente, il vostro destino. Dimostraste che la Patria non era morta. Anzi, con la vostra decisione, ne riaffermaste l'esistenza. Su queste fondamenta risorse l'Italia. […] Dove trovarono tanto coraggio ragazzi ventenni, soldati sottufficiali, ufficiali di complemento e di carriera? La fedeltà ai valori nazionali e risorgimentali diede compattezza alla scelta di combattere. L'onore, i valori di una grande tradizione di civiltà, la forza di una Fede antica e viva, generarono l'eroismo di fronte al plotone d'esecuzione.”[4]

Due giorni dopo questo discorso, il 3 marzo 2001, “la Repubblica” pubblicò in prima pagina un’intervista di Mario Pirani al Presidente, nella quale quest’ultimo precisava il suo pensiero:

“«Non ho mai capito cosa intendano i teorici della "morte della Patria", che indicano nell' 8 settembre la data di questo lutto senza ritorno. A sentir loro la Patria, l'idea di Patria, che allora sarebbe stata travolta, non è mai risorta. E noi cosa saremmo, dunque, oggi: italiani, cittadini senza patria? Certo, ogni storico può pervenire alle deduzioni che vuole. Ma se pone un quesito di quel genere deve anche giungere ad una conclusione e, soprattutto, non può ignorare eventi come Cefalonia. Come ho detto rivolgendomi idealmente ai Caduti della Acqui: "Decideste consapevolmente il vostro destino. Dimostraste che la Patria non era morta. Anzi, con la vostra decisione, ne riaffermaste l'esistenza. Su queste fondamenta risorse l'Italia"». […]
Un discorso di Capo dello Stato ma anche un discorso personale, del cittadino Ciampi, del giovane militare di allora, venuto oggi, ormai ottantenne, a rievocare «quelli che ci furono compagni della giovinezza». E me lo dice esplicitamente: «Questa volta ho proprio parlato di quello che ho in cuore da una vita». […] Ma non si tratta dell'abbandono di un vecchio reduce all'onda commovente del ricordo. No, qui è anche il Ciampi di oggi che ripropone una periodizzazione della storia patria: «Quella scelta consapevole fu il primo atto della Resistenza di un'Italia libera dal fascismo». […] In proposito, nella nostra conversazione, il Presidente ci tiene a soffermarsi sull'otto settembre, dando, a differenza di molti e in polemica con quanti sostengono che con la fuga di Pescara il re avrebbe tradito il Paese (un altro dei punti su cui poggia la tesi della morte della Patria), un giudizio positivo sul fatto che la Corona abbia «assicurato la continuità delle istituzioni rifugiandosi in un territorio liberato dalla presenza tedesca. Il che permise al governo Badoglio di dichiarare guerra alla Germania, all'Esercito di ricostituirsi e partecipare al conflitto. E poi, con il cadere della pregiudiziale antimonarchica grazie all'iniziativa di Palmiro Togliatti, di costituire, con la partecipazione dei partiti antifascisti, prima il secondo governo Badoglio, poi, con la liberazione di Roma, il governo Bonomi, quindi, dopo il 25 Aprile, il governo Parri. Tutte tappe che segnano la continuità delle Istituzioni e della Patria. La condanna dei Savoia e di Badoglio resta senza scusanti per il modo con cui operarono, lasciando senza ordini e all' oscuro i comandi, senza guida l'Esercito e la Marina di fronte al prevedibile attacco tedesco. […] Eppure, passato il primo momento di smarrimento, non solo molti, come Ciampi, furono in grado di orientarsi, guidati «dal senso dell' onore e dall'amor di Patria», ma essi furono sorretti dall' appoggio diffuso delle popolazioni nelle città e ancor più nelle campagne. Anche su questo punto l'insistenza non è pleonastica ma vuole sottolineare che la Resistenza non è riducibile, come tenta di presentarla la vulgata neorevisionista, ad un fatto minoritario riguardante solo il partigianato combattente, ma un vastissimo movimento che coinvolgeva nei sentimenti, e spesso nella concreta solidarietà, la maggioranza degli italiani. […] Il riaffiorare dei ricordi segue un filo ideale: l'amor di patria si è radicato nella nostra generazione dall'«aver maturato i valori e le gesta del Risorgimento». Anche a Cefalonia Ciampi ha voluto ripeterlo: «La fedeltà ai valori nazionali e risorgimentali diede compattezza alla scelta di combattere». E' evidente che non si tratta di un cedimento alla retorica ma di un richiamo politico ai vincoli fondativi dell'unità nazionale, proprio quando essi vengono messi in discussione dall'oltranzismo leghista, comunque camuffato, e dal revisionismo dell'ala integralista cattolica che al convegno di Rimini di Comunione e Liberazione ha contestato i valori del Risorgimento, rilanciando la critica clericale e sanfedista all' unità d' Italia. […] Per contro un richiamo a non confondere la pacificazione degli animi con il giudizio storico e con una specie di parificazione tra Salò e Resistenza:[5]

Il giorno seguente. 4 marzo 2001, Ernesto Galli della Loggia rispose a Ciampi con una lettera aperta pubblicata sulle prime due pagine del “Corriere della Sera”:

“Signor presidente, in una lunga intervista-conversazione pubblicata ieri su Repubblica, a commento del suo viaggio a Cefalonia per rendere omaggio ai caduti della «Acqui», ella esordisce con queste parole: «Non ho mai capito cosa intendano i teorici della "morte della Patria" che indicano nell'8 settembre la data di questo lutto senza ritorno. […]». Ebbene, come forse ella sa, capita che proprio io sia uno di quei «teorici» di cui lei parla (in ottima compagnia peraltro, a cominciare da Renzo De Felice e Indro Montanelli), che proprio io abbia ripescato l'espressione «morte della Patria» da un vecchio testo di Salvatore Satta per farne il titolo prima di un mio saggio, poi di un libro. Le cui tesi ella ha più volte in questi ultimi tempi contestato, ma forse mai con la sommaria perentorietà che ha usato in questa occasione e che dunque sollecita una risposta. Come comprenderà, lo faccio con un certo disagio, infatti, io insegno da molti anni Storia contemporanea in una università della Repubblica, e non avrei mai immaginato, signor presidente, di essere costretto un giorno a dover discutere i risultati della mia ricerca con il capo dello Stato, di dover rendere conto a lui di quei medesimi risultati, di doverli difendere dalle critiche della più alta carica politica del mio Paese. Ho sempre pensato e continuo a pensare, all'opposto, che in una democrazia non è compito dei politici, in specie di chi vi copre importanti ruoli istituzionali, dire la propria nel merito di complessi problemi storiografici, né tanto meno esprimere le proprie personali preferenze per questa o quella interpretazione del passato con l'eventuale, ma a quel punto logicamente inevitabile, conseguenza di censurare di fatto i libri e i manuali che le divulgano. Ma lei è evidentemente convinto del contrario, signor presidente, e lo ha più volte dimostrato nella maniera più altisonante, come appunto ha fatto ieri. Leggendo con attenzione le sue parole io non riesco a liberarmi dal sospetto, tuttavia, che ella abbia frainteso le tesi dei «teorici» che critica. Non le sarebbe sfuggito, altrimenti, signor presidente, quello che è l'aspetto centrale e decisivo della questione della «morte della Patria». Che non riguarda affatto l'8 settembre, se non come punto di partenza analitico, ma ha come oggetto vero e principale i molti decenni che seguirono quella data: cioè il clima politico, ideologico, culturale che ha caratterizzato almeno mezzo secolo di vita repubblicana. Mi spiegherò con un esempio: lo sa signor presidente che nel volume Una guerra civile di Claudio Pavone - il quale pure scrive oggi che Cefalonia fu «tra gli atti fondativi della Resistenza» - ebbene lo sa che in quel libro di 800 pagine, uscito nel 1991, della strage di Cefalonia, di come essa avvenne e perché non si dice nulla? Che il nome del generale Gandin e quello del capitano Pampaloni neppure vi sono ricordati di sfuggita? Ecco cosa è stata la «morte della Patria», signor presidente. Il fatto che ancora dieci anni fa, nel libro pur per molti versi ottimo di uno storico di valore, i morti dopo l'8 settembre del Regio Esercito, morti spesso in nome del Re, godevano di un'attenzione e considerazioni minori (molto, molto minori: fino al silenzio) di quelli dei partiti antifascisti, dei morti partigiani. Dunque, quando nell'intervista a Repubblica ella chiede ai teorici della «morte della Patria» in qual modo essi possano ignorare eventi come Cefalonia, lei, signor presidente, si rivolge alle persone sbagliate. Ad altri va rivolta quella domanda, o meglio andava rivolta, dal momento che oggi anche i dimentichi di ieri, anche loro hanno scoperto Cefalonia e la resistenza militare affrettandosi a dargli il rilievo che l'una e l'altra meritano. Oggi, però. Controlli, signor presidente: vada a vedere quante volte e come è ricordata la strage di Cefalonia nei libri sulla Resistenza che uscivano fino a qualche anno fa. Proprio ricordando la strage di Cefalonia e quella di Porzus, via Rasella e il dramma del confine orientale, l'assenza del Mezzogiorno e la presenza di una massiccia «zona grigia», proprio ricordando quanti fatti del 1943-45 siano stati poi dimenticati o «addomesticati» per anni dalla vulgata corrente tutta ispirata dalla sinistra, proprio ricordando a quali e quante pochezze, divisioni e contraddizioni laceranti la Resistenza dovette in realtà assistere, proprio su tale base qualcuno è arrivato a concludere che essa, pur con tutto l'afflato patriottico di chi vi prese parte, non riuscì, né poteva riuscire a produrre il radicamento nell' Italia repubblicana di un forte sentimento nazionale in sostituzione di quello andato distrutto con il fascismo e la sconfitta bellica. È accaduto così che per cinquant'anni l'Italia sia stata una democrazia senza nazione, senza «patria» appunto. Un Paese in cui la patria era morta. Non lo crede anche lei, signor presidente? Davvero lei pensa che invece nel nostro Paese ci sia stato un vero sentimento patriottico, un vero e diffuso sentimento nazionale? Ma - mi chiedo e rispettosamente le chiedo - da quale singolare spirito nazional-patriottico era animato un Paese in cui metà dei cittadini ha temuto per anni di essere arrestata, deportata e magari fatta fuori dall'altra metà? In cui nessuna scelta di politica estera è stata fatta con il consenso di tutti? Che «patria» era quella in cui influenze straniere hanno potuto fare quasi tutto ciò che volevano? Dove l'esercito e le forze di polizia sono stati considerati per decenni da molti, da moltissimi, non simbolo di unità bensì di divisione e di pericolo per la democrazia? Dove dalla memoria della Resistenza erano virtualmente espulsi i morti politicamente sgraditi o indifferenti al Cln, ma caduti anch'essi in nome dell' Italia? E del resto, signor presidente, se per mezzo secolo avessimo davvero avuto una patria, se per tutto questo tempo ci fossimo tutti davvero riconosciuti in un inno e in una bandiera, animati da un vero spirito di solidarietà nazionale, se tutto ciò - come bisognerebbe desumere dalle sue parole - fosse stato vero, a che pro allora il suo lodevole sforzo, dal momento in cui è entrato in carica, per riaccreditare bandiera e inno, monumenti e sentimenti della patria? A che pro questo continuo parlare che lei fa di nazione e di Italia? E che senso avrebbero mai la novità e il merito che per tutto ciò l'opinione pubblica volentieri le riconosce, se da sempre avessimo dimestichezza con gesti come quelli che lei compie, con parole come quelle che lei pronuncia? Come italiano penso che sia una fortuna che lei oggi possa compiere quei gesti e pronunciare quelle parole. È il segno che forse è finalmente finito il lungo dopoguerra ed è iniziata un'altra e nuova stagione; che, caduto il comunismo, tutti i muri sono caduti, anche quelli che così a lungo ci hanno separati dalla nostra Patria. Ma tra i doveri degli storici non c'è quello di essere patriottici. Gli storici hanno semplicemente il dovere di studiare il passato, di salvarlo alla memoria ricostruendolo secondo la loro capacità e la loro coscienza, senza farsi influenzare dalle mode e dalle necessità dell'oggi, senza prestare ascolto alle suggestioni dell'ora. E naturalmente hanno il dovere di non farsi condizionare dalle polemiche aggressive di chicchessia, fossero anche le sue, signor presidente. Con il massimo rispetto. Ernesto Galli della Loggia”[6]
La lettera di Galli della Loggia è particolarmente interessante perché rappresenta l’unico caso in cui nel settennato di Ciampi uno storico si è opposto all’uso della storia per finalità patriottiche fatto da Ciampi, nonostante in molti casi le forzature fossero piuttosto evidenti.
Sulla prima pagina “Corriere” del 5 marzo Ciampi replicò a Galli della Loggia con un’altra lettera aperta:

“Chiarissimo Professore, non sono uno storico, non intendo sostituirmi agli storici. Ho vissuto, come giovane ufficiale di complemento, le drammatiche vicende del 1943: sono quindi, e so di essere, soltanto un testimone. Ho vissuto il collasso dello Stato; ho vissuto lo smarrimento dell' assenza di «ordini» in un momento, credo, il più tragico nella storia della nostra Italia. Come tanti altri nelle mie condizioni, trovammo nelle nostre coscienze l'orientamento: in quelle coscienze vibrava profondo il senso della Patria. Questo intendo dire con la mia testimonianza di cittadino. La mia successiva esperienza al servizio dello Stato per oltre cinquant'anni non mi consente di condividere l'opinione che per tutto quel periodo, pur così travagliato, l'Italia sia stata «una democrazia senza Patria». Come Presidente della Repubblica Italiana, sin dal primo giorno del mandato, ho ritenuto di dover esprimere con immediatezza il mio animo. Ho avvertito come spontanea risposta degli italiani un forte desiderio di riconoscersi nell' affermazione di valori condivisi. Di qui il consenso e la partecipazione a ogni iniziativa che li attesti pubblicamente, senza retorica ma con puntuali richiami a istituzioni, fatti, episodi. Amo la lettura dei libri di storia. Ho grande rispetto per il lavoro, documentario e interpretativo, degli storici. So quanto siano essenziali, nell'uno e nell'altro aspetto, l'autonomia di ricerca e di giudizio, la ripulsa di ogni condizionamento. Sono valori che fanno parte costitutiva dell'etica civile, sulla cui solidità si fonda la stessa unità nazionale. Non ritengo però che sia di esclusiva competenza degli storici di professione il riflettere sul passato. È da questa riflessione che ogni cittadino, e ancor più chi ha responsabilità politiche o istituzionali, deve trarre ispirazione per il proprio impegno civile, per il proprio operare. Rendere poi note queste riflessioni e valutazioni non è un atto censorio ma un atto dovuto. Vuole contribuire a tener vivo nei cittadini un forte senso della Patria. Sono lieto che Lei esprima in proposito un giudizio positivo. Con viva cordialità.”[7]

A qualche giorno di distanza, sulla questione intervenne dalle pagine del “Secolo XIX” anche Dino Cofrancesco, storico delle dottrine politiche:

“Il problema sollevato da Galli della Loggia, però, resta in tutta la sua drammatica rilevanza […] Un solo punto fermo sembra accomunare vasti settori della destra e della sinistra: finché rimarremo legati all’Europa non potrà capitarci nulla di male. […] Intervenendo sul Giornale, Marcello Veneziani, il più colto e brillante saggista della destra italiana, ha invitato a sdrammatizzare: la patria italiana non è morta nel ’43 (come vorrebbero i pessimisti liberali) né è (ri)nata tra il ’43 e il ’48 (come vorrebbe il vecchio antifascismo): a venir meno, in quegli anni, è stato il senso dello Stato, la fiducia nelle istituzioni. […] E’ una tesi che seduce ma non convince. […]
Tutti i partiti, quando vanno al governo, riscoprono l’identità nazionale e le “comuni memorie” […] Quando i vinti di una competizione elettorale riguarderanno i vincitori non come nemici ma come avversari allora il pessimismo di Galli della Loggia non troverà più alimento. Ma quel momento non verrà mai se la cultura e la storiografia dominante continueranno a criminalizzare capitoli drammatici eppure significativi della storia italiana. Quando un Lorenzo Del Boca presenta il nostro Risorgimento come opera di mascalzoni, di concussori, di babbei – con totale mancanza di senso e di prospettiva storica -, si ha il sospetto che ad accomunare gli Italiani, sia, in realtà, soltanto una passione sadomasochistica che trova sfogo nella distruzione dei connazionali che la pensano diversamente. Se fosse vero, non ci sarebbe speranza.”[8]

La diatriba con Ernesto Galli della Loggia sulla “morte della patria” rappresenta forse il momento in cui la stampa ha dedicato maggior attenzione al progetto pedagogico patriottico di Ciampi.
Lo stesso Giannini riconosce in questo scambio un punto chiave della lezione ciampiana:

“Saldato così ogni debito con la Resistenza, al termine ormai prossimo del suo settennato Ciampi lascia comunque il suo contributo più originale alla storia del paese con la “rilettura” di un’altra data simbolo della Repubblica: l’8 settembre 1943.”[9]
[…]
“L’8 settembre, nella chiave ciampiana, diventa così l’anello non solo simbolico che mancava a ricongiungere la catena della nostra storia interrotta.”[10]

A testimonianza del successo dell’idea di “morte della patria” e dell’interesse per l’affermazione o la negazione di questo concetto, nel 2002 Franco Mauri riprese la questione su “Libero” in un articolo intitolato “Ciampi, il nuovo Papa laico”:

“E così contro la storia e il senso comune si è cominciato ad affermare che la patria non era mai morta. Evidentemente credendo che nessuno si ricordasse più la frattura irreparabile tra buoni e cattivi che aveva maleficamente introdotto il fascismo. […] si è ritenuto che bastasse pronunziare “Patria”, la santa parola “Patria”, […] e si è creduto che per risvegliare il concetto di nazione bastasse cantare l’Inno di Mameli. (Tra l’altro. Solo una circolare di Giulio Andreotti e uno scambio di lettere tra De Nicola e De Gasperi lo indicarono dopo il referendum come “inno nazionale provvisorio”). E così siamo ritornati […] alla declamazione retorica di “patria” e “patriottico”. […] tutto ignorando il grande doloroso e dolorante insegnamento storico ed etico di un grande giurista e letterato, Salvatore Satta, che la morte pianse nel suo bellissimo libro “Dies irae”. […] Diversa sarebbe dovuta e dovrebbe essere la strada per ricostituire l’unità civile e morale degli italiani […] essendosi ormai chiuso il ciclo della Costituzione repubblicana del 1948, […] per l’esaurimento di quel mito fondante di essa che aveva sostituito sia Patria sia Nazione sia Risorgimento con l’unità antifascista e con il mito di una Resistenza letta come guerra patriottica (tragico travisamento della verità che fu alla base del terrorismo delle Br che vollero completare la Resistenza incompiuta portando a termine quella che per molti comunisti era stata la vera lotta resistenziale e cioè guerra civile e soprattutto guerra di classe).”[11]

Sempre per “Libero” Iuri Maria Prado sottolineò la continuità fra ampi strati dell’Italia repubblicana ed il regime fascista:

“La specie di apostolato repubblicano che ormai contraddistingue le giornate del presidente della Repubblica è sfociato, ieri, nella dichiarazione secondo cui “La storia non divide più noi italiani”. E forse è vero. […] Ma il modo in cui la si è scritta, quello sì, è un modo che li ha divisi e continua a dividerli. […] Gli italiani erano uniti durante un ventennio di fascismo, e a rinnegare questa unità (buona, cattiva, questo è un altro discorso) ci ha pensato poi la letteratura e propaganda antifascista, cioè appunto la maniera in cui quella storia italiana è stata scritta, cioè a dire contraffatta. […] ma l’Italia fascista, fondata sul consenso molto più che sul manganello, esisteva. E ha unito gli italiani come mai prima: e come mai più dopo […]. La ferita dell’esperienza fascista è ancora aperta per questo motivo: perché si è preteso di chiuderla negando il carattere “italiano”, cioè comune, diffuso, sentito, del fascismo. […] Ed ecco perché queste cose le hanno dette e scritte in pochi, e quasi nessuno di quei pochi con dignità di pubblicazione dell’Italia “democratica”: perché il potere repubblicano era ed è impastato di fascismo, e nell’illustrazione dell’Italia fascista la Repubblica, con tutto il suo antifascismo, avrebbe riconosciuto se stessa.”[12]

In occasione dell’8 settembre 2003 “Libero” pubblicò un articolo di Gianfranco Morra dal titolo “Le amnesie di Ciampi”:

“Dunque l’Italia non morì sessant’anni or sono, con lo sfascio totale del suo esercito l’8 settembre. […] Per Ciampi morì solo il fascismo. E nacque una Italia migliore e più valida, quella fondata sull’antifascismo e sulla resistenza. […] C’è qualcosa di patetico nell’opera che il Presidente porta avanti per valorizzare la coscienza nazionale e che lo ha indotto non solo a ininterrotti discorsi patriottici, omaggi ai caduti, profluvi di corone, ma anche a ripristinare la gloriosa sfilata militare dei Fori italici, inventata dal Benemerito. […] Il tono del suo discorso non può essere che quello di un papa laico, il tono prescrittivo della persuasione morale, non quello descrittivo della scienza storica. La quale, infatti, dice tutto il contrario. […] Ciò che più stupisce nel discorso del Presidente è la ripresa di miti, che credevamo fuori uso. Sui quali si è basato il predominio delle sinistre per tanti anni: il mito della resistenza come lotta di popolo (nella realtà sostenuta, anche valorosamente, da pochi, divenuti moltissimi solo dopo la Liberazione); la favola che la maggioranza degli italiani non appoggiasse il regime fascista; la sottovalutazione del ruolo primario degli Alleati nella Liberazione; la storiella edificante che la maggioranza della popolazione condivideva i valori dell’antifascismo; la pretesa che la democrazia italiana si fondi sull’antifascismo e sulla resistenza, quella resistenza che fu dominata dai comunisti, non certo democratici, che la vedevano solo come una prima lotta contro il fascismo da proseguire contro lo Stato borghese.”[13]

Nel 2005 lo stesso Galli della Loggia ritornò sul tema suggerendo che la categoria di “morte della patria” debba essere applicata a livello europeo come conseguenza della seconda guerra mondiale:

“L’idea della “morte della patria” ha introdotto invece un’ampia riproblematizzazione di questo momento della storia italiana.
In primo luogo è venuta in discussione la crisi della dimensione nazionale, a prescindere dalla forma monarchica e dalle vicende fasciste. […] Emerge altresì il carattere fortemente divisivo e non riassorbito che l’esperienza bellica ha determinato nella società e nell’opinione pubblica italiane: una spaccatura che la Resistenza non solo non ha colmato, ma che anzi ha oggettivamente contribuito in qualche modo ad accentuare. […]
Naturalmente, come c’era da aspettarsi, l’idea dell’8 settembre come “morte della patria” ha scatenato immediatamente un fortissimo interesse e ha provocato un ingresso massiccio della politica nel campo dell’interpretazione storiografica. Con Carlo Azeglio Ciampi si è vista addirittura la massima carica politico-istituzionale del Paese intervenire ripetutamente e in maniero molto polemica in questo dibattito, abbracciando interpretazioni storiografiche a scapito di altre. Le celebrazioni di prammatica delle date resistenziali o dello stesso 8 settembre sono diventate così l’occasione per intimare l’altolà alle interpretazioni giudicate dissonanti rispetto al sentire ufficiale. Ciò che è avvenuto, mi pare, senza che vi sia stata da parte della corporazione degli storici di professione, mi sembra, una reazione adeguata a una così forte invasione di campi da parte del potere politico: certamente nulla di raffrontabile a quanto accaduto invece, per esempio, all’indomani di alcuni interventi dell’allora presidente della camera Luciano Violante quando, come si ricorderà, un gruppo di storici lo esortò senza mezzi termini a non suggerire interpretazioni storiografiche di tipo “conciliatorista”.
[…] Il fatto è che in Italia il nesso tra gli eventi del 1943-45 e la sfera della politica si mantiene vivissimo per un lungo arco di tempo e lo è tutt’ora. […] Per concludere credo dunque che quella della “morte della patria” sia una categoria utile che però dovrebbe essere estesa oltre i confini nazionali. […] Ritengo allora che si debba tematizzare adeguatamente il fatto che la seconda guerra mondiale abbia significato una vera e propria catastrofe del concetto di Stato-nazione e della sovranità per quello che riguarda l’ambito europeo.”[14]

In conclusione, con il dibattito sull’8 settembre e sulla “morte della patria” emerse nella maniera più palese la necessità da parte di Ciampi di operare una ricostruzione storica parziale e selettiva delle vicende citate, come del resto lo stesso Hobsbawm in “Nations and nationalism since 1780” dichiara essere inevitabile nel processo di nation-building. [15]
Purtroppo la polemica con Galli della Loggia fu chiusa abbastanza rapidamente in termini accomodanti, senza però che si aprisse un processo di riflessione più duraturo nel tempo e più articolato sul modo in cui l’identità nazionale degli italiani andasse costruita.


Note:

1 - Ciampi Carlo Azeglio, “Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in occasione del conferimento della medaglia d’oro al valor militare al gonfalone della città di Piombino”, 8/10/2000.

2 - Battistini Giorgio, “Ciampi celebra l’8 settembre: quel giorno l’Italia rinacque”, La Repubblica, 09/10/2000 , p. 29.

3 - Battistini Giorgio, “Ciampi: “Quell’8 settembre, quando la Patria rinacque…””, La Repubblica, 15/11/2000, p. 10.

4 - Ciampi Carlo Azeglio, “Discorso del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi alla commemorazione dei Caduti italiani della Divisione "Acqui" a Cefalonia”, Cefalonia, 1/03/2001.

5 - Pirani Mario, “Ecco la mia idea di patria”, la Repubblica, 03/03/2001, p. 2.

6 - Galli della Loggia Ernesto, “Presidente, parliamo della patria”, Corriere della Sera, 4/03/2001, pp. 1-2.

7 - Ciampi Carlo Azeglio, “Io, la Patria e i doveri di testimone”, Corriere della Sera, 05/03/01, p. 1.

8 - Cofrancesco Dino, “Ma grazie a Ciampi l’Italia s’è desta”, Il Secolo XIX, 09/03/2001 p. 16.

9 - Giannini Massimo, op. cit., p. 185.

10 - Giannini Massimo, op. cit., p. 189.

11 - Mauri Franco, “Ciampi, il nuovo Papa laico”, Libero, 05/06/2002, p. 1.

12 - Prado Iuri Maria, “Caro Ciampi, non è la storia a dividere”, Libero, 05/11/2002, p. 1.

13 - Morra Gianfranco, “Le amnesie di Ciampi”, Libero, 09/09/2003, p. 1.

14 - Galli della Loggia Ernesto, “La Patria morì. Ma non soltanto in Italia.”, Il Corriere della Sera, 22/04/2005, p. 33.

15 - Hobsbawm, Eric J., “Nations and Nationalism Since 1780”, Canto - Cambridge University Press, Cambridge, 1992, pp. 8-11.

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