L’anniversario della Vittoria fu celebrato per la prima volta nel 1920, esaltando in particolare la figura di Vittorio Emanuele III.[1] L’anno successivo sotto il governo Bonomi fu collocata sotto l’Altare della Patria la salma del Milite Ignoto. Nel 1922 il 4 novembre fu inserito nel novero delle “feste nazionali” (contrapposte alle “solennità civili” ed alle “feste consuetudinarie”).[2]
Maurizio Ridolfi in “Le feste nazionali” ha sottolineato l’importanza a livello europeo della commemorazione dei caduti della Grande Guerra per la costruzione di una religione civile della patria; il lutto privato veniva trasformato in un sentimento collettivo, la memoria dei defunti si univa al culto della nazione.[3] Nei riti funebri le cerimonie civile si accompagnavano a quelle religiose, ricomponendo le due dimensioni simboliche e rituali.[4]
Sotto il fascismo l’anniversario della Vittoria fu subordinato alla marcia su Roma.[5] Sempre Ridolfi ha evidenziato che dopo l’8 settembre nel campo antifascista si considerava con favore la ricorrenza della Vittoria; questa ricorrenza rimandava infatti al Risorgimento ed anche al sentimento di unità nazionale, in opposizione ai tedeschi invasori. Per i socialisti inoltre ricollegarsi al 4 novembre era un modo per ridurre la caratterizzazione antipatriottica che li contraddistingueva.[6]
Dopo la caduta del fascismo, la ricorrenza del 4 novembre fu fra le prime ad essere celebrata; nel 1944 nella Roma appena liberata anche i rappresentanti dei partigiani furono coinvolti nella commemorazione del Milite Ignoto.[7] Inoltre, fu l’unica festa civile prefascista mantenuta dal governo De Gasperi.[8]
Ridolfi rileva che nella maggior parte degli stati europei e negli Stati Uniti si scelse di celebrare l’11 novembre, data della firma dell’armistizio, mentre il 4 novembre 1918 era la data in cui l’armistizio entrò in vigore.[9]
Con la legge del 27 maggio del 1949 – la stessa che proclamava il 2 giugno festa nazionale - il 4 novembre divenne il “Giorno dell’Unità nazionale”.[10] Dal 1947 a tutto il decennio successivo i partigiani non furono più citati in occasione di questa festa.[11] Dopo il 1949 e la riforma del calendario delle festività civili operata da De Gasperi, il 4 novembre fu interpretato come giornata delle forze armate, sotto la regia del ministro della difesa Pacciardi fino alla metà degli anni Cinquanta.[12]
Nel 1977 il Parlamento annullò il giorno festivo e trasformò il 4 novembre in festa mobile.[13] Tornò ad essere usata la dicitura corretta di “Festa dell’Unità nazionale”.
I discorsi di Ciampi dedicati al 4 novembre sono stati fra i più densi di richiami Risorgimentali di tutto il settennato.
Nel 2001, a San Martino e Solferino, Ciampi recuperò il collegamento fra Risorgimento e Grande Guerra e si lanciò in una laudatio della classe dirigente risorgimentale definita “onesta e disinteressata”:
“Oggi è il 4 novembre, e questa volta il 4 novembre, giorno dell'Unità Nazionale, cade nel 140° anniversario dell'indipendenza della nostra Patria.
[…] Era una generazione di giovani piena di passione. Pensiamo a Goffredo Mameli, morto poco più che ventenne; ai martiri di Belfiore; ai tanti che seguirono Garibaldi tra i Cacciatori delle Alpi e liberarono Varese, Como, Bergamo.
Mio nonno materno partì volontario giovanissimo in quell'esercito piemontese. […]
Se il movimento per la libertà italiana non fu mai grettamente nazionalistico, la ragione va ricercata nella loro formazione, nel loro bagaglio culturale e morale, che si è espresso nelle opere di uno stuolo di scrittori, letterati, pensatori quali Alfieri, Foscolo, Leopardi, Manzoni, Guerrazzi, Silvio Pellico, Carlo Cattaneo, grande intellettuale, storico, e al tempo stesso valoroso comandante dei cittadini di Milano nelle Cinque giornate. Domani sarò a Milano per ricordarlo. I patrioti italiani furono coraggiosi - mai violenti - perché avevano ideali. Erano pronti a rischiare tutto per il bene comune. Ricordiamo altri nomi di quei protagonisti del Risorgimento: Manfredo Fanti, Medici, Cosenz, Pisacane, La Farina; li accomunava la consapevolezza che tutto ciò che potevano fare per la "res publica" doveva essere realizzato nel tempo loro dato dal destino, con tempestività, mettendo a frutto ogni occasione. Ecco: il senso del tempo, la capacità di decidere, fu un'altra caratteristica che accomunò D'Azeglio, Cavour, Garibaldi, Ricasoli, Vittorio Emanuele e tanti altri. La Patria nacque nei loro cuori, nel loro modo di essere prima ancora che sui campi di battaglia e nel Parlamento. Essi furono una classe dirigente onesta, disinteressata, diffusa in ogni città, in ogni paese, in ogni regione d'Italia. Per questo, le libertà civili trovarono forme per realizzarsi progressivamente in un processo storico che si avvalse della diplomazia come dei moti popolari; ebbe bisogno della guerra; venne arricchita dai volontari di Garibaldi; trovò un momento fondamentale nei plebisciti e nel voto del Parlamento.[…] Gli ideali di allora hanno trovato realizzazione piena nella Costituzione repubblicana del 1948.”[14]
Pochi giorni dopo, a Torino, Ciampi completò il discorso precedente collegando lo slancio risorgimentale alla Repubblica ed all’europeismo, per il tramite principalmente di Mazzini:
“oggi ricordiamo un momento della nostra storia nel quale una generazione soprattutto di giovani seppe trasformare un popolo, il nostro popolo, in una Nazione. Questo è stato il Risorgimento. […]
Il contributo dato al Risorgimento da tanti letterati, filosofi, poeti e scrittori fu essenziale. L'Italia nacque nelle coscienze prima ancora che sui campi di battaglia e nelle istituzioni della politica. Ed é nelle coscienze che dobbiamo rafforzarla e farla crescere.
I patrioti di allora, pur nell'entusiasmo del momento, avvertivano un senso di incompiutezza nello straordinario successo raggiunto. Lo segnala l'enfasi stessa di alcune loro affermazioni.
Abbiamo ascoltato il relatore Giorgini: "Il diritto di Vittorio Emanuele II al Regno d'Italia emana dal potere costituente della Nazione. Egli vi regna in virtù dei plebisciti ai quali si deve la formazione del Regno d'Italia". E ancor più netto il Brofferio parla di uno Stato che deriva la propria legittimità "dalla volontà del popolo". Per la prima volta, milioni di italiani erano stati chiamati a votare - a suffragio universale, quella prima volta! - per l'adesione al regno costituzionale di Vittorio Emanuele.
I plebisciti furono un'esperienza indelebile per quella generazione e, non a caso, i risultati delle votazioni avrebbero dovuto essere iscritte nel colonnato del Vittoriano, secondo il progetto originario del Sacconi.
Tuttavia, chi aveva combattuto per l'Italia libera, indipendente, unita soffrì la mancanza di un vero momento costituente, che si esprimesse in una assemblea eletta, nella quale si potessero confrontare le diverse anime del nostro Risorgimento.
Era mancato quel patto solenne, quel "giuramento" tra i cittadini che, non a caso, aveva ispirato nel Manzoni i versi di "Marzo 1821", che aleggiava nelle pagine delle grandi opere sulla storia delle antiche repubbliche, marinare e comunali, nella musica e nel melodramma dei nostri compositori. Ispirazioni artistiche e storiche che ai patrioti di allora apparivano prefigurazioni di una "assemblea costituente" che solo la Repubblica Romana del 1849 seppe tentare - sotto i cannoni dell'assedio di Roma - e che soltanto con la Repubblica Italiana, il 2 giugno 1946, venne realizzata. […] Per capire lo spirito di quello che accadde in quei giorni, di come fu possibile che accadesse, dobbiamo rileggere la lettera che Farini scrisse a Cavour da Teano, il 27 ottobre 1860: "Facemmo insieme tutta la strada da Presenzano a Teano, Garibaldi alla sinistra del Re, noi tutti, generali, ministri, ufficiali mescolati con le Camicie Rosse a cavallo, lombardi, veneti, inglesi, piemontesi, genovesi e romagnoli. Dal Re a Pangella, volere o non volere, diventammo tutti una banda di garibaldini…".
Siamo tornati ora a pronunciare, senza remore e senza retorica, giustamente e finalmente, la parola "Patria". E' una parola impegnativa, nobile, che fa riflettere. Non la si può pronunziare senza interrogarsi su cosa significa, su quali doveri porta con sé. Per Giuseppe Mazzini "la Patria è una comunione di liberi e d'uguali affratellati in concordia di lavori verso un unico fine. La Patria non è un aggregato, è un'associazione. Non vi è Patria dove l'uniformità di quel diritto è violata dall'esistenza di caste, di privilegi, d'ineguaglianze".
Queste parole del Mazzini rilette oggi, mentre celebriamo la costruzione dell'Italia unita, ci inducono a onorare i Padri Costituenti che, nel 1947, seppero realizzare l'ideale dell'unità d'Italia inteso come unità morale e politica delle volontà di uomini e donne, liberi e uguali. […]
Sulla piazza di San Marco a Venezia, il 22 marzo 1848, Daniele Manin, salito in piedi sul tavolo di un caffè, pronunciò queste parole: "Non basta aver abbattuto l'antico governo, bisogna altresì costituirne uno nuovo, e il più adatto ci sembra quello della Repubblica, che rammenti le glorie passate e le libertà presenti. Con questo formeremo uno di quei centri che dovranno servire alla fusione successiva, e poco a poco, di far di questa Italia un sol tutto". […]
La battaglia per le libertà degli italiani non fu mai isolata; venne vissuta insieme ai popoli d'Europa: greci, polacchi, ungheresi, tedeschi. L'Inno di Mameli - il canto degli insorti del 1848 - ci ricorda quella lotta comune. […]
Per significato profondo, ciò che accade in Europa è simile a quello che l'Italia visse un secolo e mezzo fa. Anche oggi, come allora, le coscienze dei giovani vanno più avanti delle realizzazioni. I giovani d'Europa sentono già l'importanza della bandiera azzurra con dodici stelle, dell'"Inno alla Gioia"; sentono già l'importanza dei legami giuridici e delle libertà comuni che abbiamo conquistato.”[15]
Nel 2002, il tema centrale del discorso fu il rilancio del giubileo della nazione, da celebrarsi nel 2011 per i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia:
“Oggi, 4 novembre, Giorno dell'Unità Nazionale, dobbiamo riflettere sulla evoluzione che la nostra comunità sta vivendo. Stiamo ritrovando in noi le ragioni profonde di una memoria condivisa. Gli antichi valori della nostra indipendenza nazionale si stanno ricomponendo come in un mosaico con i valori di oggi, di una collettività democratica e pacifica, orgogliosa dei propri modelli di vita, pronta a difenderli. […]
Il patriottismo che sta crescendo tra gli italiani è un'occasione che viene offerta alle istituzioni; non dobbiamo perderla.
Per questa ragione abbiamo il dovere di progettare oggi il percorso che condurrà gli italiani a celebrare, nel 2011, il giubileo della Nazione - il centocinquantenario dell'Unità d'Italia - e, prima di allora, il sessantesimo anniversario della nostra amata Repubblica, i bicentenari di alcuni dei nostri eroi, fondatori della Patria: Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso di Cavour. Questi anniversari devono collegarsi in una trama unica che fornisca l'occasione di approfondire e celebrare la nostra storia.
Nel passato, sia il giubileo del 1911, sia quello del 1961 sono stati occasioni per fondamentali momenti di riflessione culturale e di riorganizzazione delle città capitali: Torino, Firenze, Roma. Il 1911 ha visto la realizzazione di importanti opere: a Roma il Vittoriano, la Galleria d'Arte Moderna, il percorso delle Accademie straniere. Il 1961 dette vita al rilancio urbanistico di Torino, in pieno "miracolo economico". Entrambi furono momenti di straordinaria apertura internazionale e di maturazione morale e culturale.
Per "Italia 2011", come già per il 1911 e il 1961, si renderà necessaria una legge speciale che coinvolga tutte le istituzioni della Nazione nel lavoro di preparazione. Spetta al Parlamento e al Governo stabilire gli obiettivi concreti che portino a vivere il 2011 come un'occasione di crescita per tutti.”[16]
A commento di questo discorso, Giorgio Battistini su “la Repubblica” scriveva ottimisticamente che il passato non divideva più gli italiani, registrando il silenzio degli esponenti del centrosinistra e le risposte entusiastiche della destra:
“L’unità, finalmente. Senza più spaccature interne dopo decenni di fratture ideologiche e conflitti politici. Ciampi sceglie il quattro novembre […] per certificare: “La Storia non divide più noi italiani”. […]
Silenzio a sinistra. Molto soddisfatta la destra. “Condivido e apprezzo”, dice Gianfranco Fini, vicepresidente del Consiglio. “Grande gioia e sincero apprezzamento”, concorda il ministro Gianni Alemanno.”[17]
Sollecitato dalla lettera di un lettore a commentare lo stesso discorso di Ciampi, Paolo Mieli sul “Corriere” era più cauto del Presidente nel definire superate le divisioni fra gli italiani sulla base di diverse visioni del passato, rilevando invece il permanere di una diffusa tendenza all’interpretazione dei fatti storici finalizzata a promuovere una causa a danno di altre:
“Come ha ben scritto su queste pagine Stefano Folli […] quello di Ciampi “non è un colpo di spugna sulla storia, ma uno stato d’animo morale e civile di chi interpreta l’unità del Paese””. E non è una distinzione di scarso rilievo.
A me sembra che in Italia non ci sia nessuno che si serva della storia per confondere le acque e ribaltare il giudizio sulle ragioni e i meriti di coloro che si sono battuti per la democrazia e la libertà, così come sul torto di chi scese in campo per difendere una dittatura. E mi dispiace quando leggo in un’intervista di Armando Cossutta a Repubblica o da parte di qualche storico interpellato da Bruno Gravagnuolo sull’Unità che qualcuno sospetta che non sia così, che Ciampi – o chi per lui – intenda sotto sotto riabilitare i “cattivi”. Per quale scopo, poi? […] Io credo che questi sospetti derivino, oltreché da evidenti ragioni di politichetta, da un modo antico (e tuttavia mai abbandonato del tutto) di concepire lo studio del passato come un mezzo per far vincere la causa del bene su quella del male.”[18]
Nel 2003 Ciampi citò Renan e Federico Chabod; quest’ultimo si unì alla Resistenza anche in nome dell’europeismo:
“ho voluto premiarvi alla vigilia del 4 novembre; voi studenti, per il bellissimo lavoro sulla storia d'Italia; voi docenti, per l'impegno che dedicate ogni giorno per la costruzione della società civile - per sottolineare con forza il significato profondo che ha per noi, oggi, la ricorrenza del 4 novembre.
Il legislatore repubblicano nel 1948 definì, con un'intuizione illuminata, il 4 novembre "Giorno dell'Unità Nazionale". L'anniversario della vittoria del 1918 ha significato da allora il completamento dell'indipendenza nazionale; la prima guerra mondiale fu indubbiamente animata dai valori del Risorgimento. […]
Il 4 novembre ha uno stretto nesso di continuità con altre due ricorrenze: il 2 giugno, giorno della celebrazione della nascita della Repubblica e del suffragio universale, anche femminile, fondamenta delle libere istituzioni; il 25 aprile, segno della riconquista dei valori civili e delle libertà ad opera della Resistenza, poi fissati, per volontà di popolo, nella nostra Costituzione.
Queste tre ricorrenze costituiscono un tutt'uno, una triade inscindibile. In essa i cittadini si ritrovano, orgogliosi della Repubblica, della Nazione, della Costituzione, animati dai principi di Unità e Libertà che ispirarono tutto il Risorgimento.
"Nazione" venne definita da Ernest Renan, in una celebre conferenza del 1882, "un plebiscito di tutti i giorni". Non è un dato prodotto solo dalla storia, dalla natura, ma è il frutto della consapevolezza di un popolo di costituire una comunità di valori. […]
In questo senso, per l'Italia, il significato della parola "nazione" è indissolubilmente legato all'idea delle libertà civili e dell'integrazione in una Europa di popoli liberi. Nazione ed Europa, nel pensiero politico italiano, sono un unico ideale: nel 1848 la scoperta della "nazione italiana" è la scintilla che diffonde la primavera dei popoli d'Europa. Così la pensò Mazzini, e così in una magistrale lezione tenuta a Milano in piena guerra la fece rivivere Federico Chabod. Pochi giorni dopo quella conferenza, Chabod, lasciò Milano per aderire alla Resistenza.
Per noi italiani, dunque, la riscoperta dell'amor di Patria, l'orgoglio di essere Nazione, la consapevolezza della nostra cultura millenaria - cultura da sempre intessuta di ideali civili - si coniugano con la costruzione di una Unione Europea non più solo economica, ma dotata di una vera cittadinanza, di una Costituzione. L'Europa è, saprà essere, uno spazio di civiltà unico al mondo, dotato di sue istituzioni, di un livello senza eguali di libertà, di rispetto della dignità di ogni essere umano, e di diritti civili, assistenza sociale e di solidarietà.”[19]
Sempre nel 2003, Ciampi ricordò che il 4 novembre fu celebrato già nel 1944 ed evidenziò il collegamento fra il 4 novembre ed il 2 giugno:
“il 4 novembre del 1944, un fante, un marinaio, un aviere e un partigiano salirono la scalea dell'Altare della Patria per rendere omaggio al Milite Ignoto.
Fu quella la prima cerimonia della nuova Italia, in piena guerra di Liberazione, con il territorio ancora occupato e diviso.
Essa celebrò i valori di un popolo che sentiva di essere Nazione, desiderava difendere l'integrità della Patria, l'autorità e l'indipendenza delle sue istituzioni.
Fu il Presidente del Consiglio, Ivanoe Bonomi, a volere quella celebrazione. La volle perché sapeva che soltanto sui valori dell'unità nazionale, del Risorgimento, della tradizione militare si poteva ricostruire l'Italia delle libertà civili.
Ventitre anni prima, era stato lo stesso Bonomi a organizzare, anche allora quale Presidente del Consiglio, la grande celebrazione che culminò, il 4 novembre del 1921, con la sepoltura della salma del milite ignoto al Vittoriano, un evento centrale della memoria collettiva della Nazione. Fu quello un attimo fuggente di concordia nazionale nell'inferno della sventurata vicenda, di debolezze e di equivoci, che condusse alla capitolazione dello Stato costituzionale, di fronte alla prevaricazione del fascismo.
Ho voluto ricordare l'origine storica di questa Giornata dell'Unità Nazionale nella quale l'Italia repubblicana si stringe attorno alle sue Forze Armate, nel ricordo della Grande Guerra, della Vittoria del 1918, perché il 4 novembre deve rimanere, anzi, deve rafforzarsi come solennità civile della Repubblica.
Il 4 novembre è un tassello essenziale nel percorso della memoria che ha il suo perno nella Festa del 2 giugno, la nascita, per volontà del popolo, della Repubblica.
Le Istituzioni hanno il dovere di irrobustirlo, per consentire alla comunità nazionale di celebrare i propri valori. Giornata dell'Unità Nazionale, non soltanto delle Forze Armate: il ricordo degli eroi e delle battaglie della nostra storia risorgimentale non può andare disgiunto dal patrimonio di cultura, di lingua, di arte che ha cementato il popolo italiano, che lo ha portato ad essere libero e unito.”[20]
In un articolo pubblicato sempre su “La Stampa” nel 2003, Maurizio Viroli “sdoganava” il 4 novembre come festa delle forze armate, anche se in realtà la ricorrenza sarebbe dedicata all’unità nazionale:
“La prima Guerra Mondiale è rimasta viva nella memoria collettiva come la guerra di Caporetto e del Piave, la disfatta e il riscatto, ma anche come la guerra odiata: “Gorizia tu sei maledetta”, da cui inizia, forse, l’antimilitarismo italiano vero e proprio. […] Tutte le repubbliche serie devono commemorare con solennità i caduti nelle guerre e onorare le loro Forze Armate. Il 2 giugno le Forze Armate rendono onore alla Repubblica; il 4 novembre è la Repubblica che rende onore alle Forze Armate. E’ tempo che anche il 4 novembre ritorni ad essere a pieno titolo festa civile della Repubblica, come il 25 Aprile e il 2 giugno.”[21]
Nel 2004 Ciampi visitando Moriago della Battaglia appoggiò la tradizionale visione che vede nella Prima Guerra Mondiale la quarta guerra d’indipendenza, con il completamento dell’unità nazionale; nell’occasione usò espressioni di carattere quasi religioso, ricordando la “sacralità” del luogo:
“[…] siamo su un suolo sacro alla Patria.
Il tempo non ha consumato l'emozione, non ha affievolito i sentimenti dei nostri cuori.
Sentiamo dentro di noi il dovere della memoria. Avvertiamo la riconoscenza per i milioni di soldati e di uomini, che qui, su questa linea di ultima resistenza, dissero per sempre che l'Italia voleva esistere come Nazione.
A distanza di tanti anni, ci emozioniamo ancora ascoltando le note della Leggenda del Piave. Quelle parole e quelle note non erano un canto aggressivo contro quei popoli allora nemici, oggi nostri concittadini nell'Unione europea; ai loro morti, ai loro caduti va il nostro commosso ricordo: li combattemmo lealmente, su questi altipiani. Esse esprimevano il libero voto degli italiani di voler continuare ad essere italiani, uniti in uno Stato, in una comunità nazionale orgogliosa e libera. […]
Per noi il 4 novembre è il giorno della Vittoria che riportò all'Italia Trento e Trieste, rendendo compiuti il Risorgimento e l'indipendenza nazionale.”[22]
In occasione dell’ultimo discorso citato, quello di Moriago, vi fu una piccola diatriba per un intervento del leghista Luca Zaia – all’epoca presidente della provincia di Treviso – che denunciò l’immane costo umano della guerra.
Paolo Passarini su “La Stampa” riassume i termini della contestazione:
“L’episodio più clamoroso è stata un’intervista del leghista Luca Zaia, presidente della provincia di Treviso. “Finiamola con la retorica del patriottismo – ha dichiarato. – la Grande Guerra è stata soprattutto una grande tragedia, per i patrioti, ma anche e soprattutto per i giovani soldati strappati alle famiglie e morti al fronte senza sapere perché.” […] Non si tratta di concetti nuovi. Un tempo erano cari anche alla storiografia di sinistra su quella che è stata probabilmente la guerra più cruenta di tutta la storia dell’umanità. Ed è più o meno la stessa visione pacifista che ha sorretto un capolavoro di Stanley Kubrick come “Orizzonti di gloria”. […] Ma Ciampi, come ormai quasi tutti gli italiani, è convinto che “il 4 novembre è il giorno della Vittoria che riportò all’Italia Trento e Trieste, rendendo compiuti il Risorgimento e l’indipendenza nazionale””.[23]
Passarini poneva in luce che posizioni contrarie alla celebrazione della Prima Guerra Mondiale erano state espresse in passato anche da sinistra, ma negli articoli considerati per questa ricerca non sono state trovate critiche di rilievo nemmeno sui giornali tradizionalmente afferenti a quell’area politica.
Sempre nel 2004 Ciampi si recò a Trieste per commemorare insieme il 4 novembre ed il cinquantenario della definitiva assegnazione di quella città all’Italia; nell’occasione il “Secolo d’Italia” pubblicò un articolo decisamente favorevole all’opera del Presidente:
“Sì, il 4 novembre, una data storica per l’Italia, una data che oggi vede finalmente fotografato il suo valore, con il rispetto, il totale rispetto, per il suo significato. Grazie all’impegno di Carlo Azeglio Ciampi e grazie all’azione del governo di Centrodestra, c’è un’inversione di rotta rispetto al passato.[…] Eroismo, amore per la propria terra, identità nazionale: troppo per le sinistre, troppo per un periodo che stava perdendo le sue radici.
Ora è tutto diverso. Il 4 novembre torna agli antichi splendori, la giornata sarà celebrata da Carlo Azeglio Ciampi con una solennità senza precedenti e in un luogo – simbolo, Trieste, in occasione delle cerimonie ufficiali per il cinquantenario del ricongiungimento del capoluogo giuliano alla patria. Sarà la festa della Vittoria, la festa dell’unità d’Italia, la festa delle Forze armate.”[24]
A conclusione di questa panoramica, si può sostenere che in generale i discorsi di Ciampi sul 4 novembre, pur essendo particolarmente densi di contenuti e potentemente finalizzati a rinsaldare lo spirito nazionale degli italiani, siano stati accolti con una certa indifferenza dai quotidiani, che si limitarono a riportare la sintesi dei messaggi.
Forse anche in questo caso, come per i discorsi relativi al Risorgimento, il tema storico non era percepito come particolarmente saliente dalle redazioni dei quotidiani, che al di là del doveroso riferimento alla ricorrenza ed alle celebrazioni ufficiali non attivavano i loro editorialisti.
Note:
1 - Ridolfi Maurizio, op cit., p. 66.
2 - Ridolfi Maurizio, op cit., p. 66.
3 - Ridolfi Maurizio, op cit., p. 154.
4 - Ridolfi Maurizio, op cit., p. 158.
5 - Ridolfi Maurizio, op cit., p. 161.
6 - Ridolfi Maurizio, op cit., pp. 111-112.
7 - Ridolfi Maurizio, op cit., p. 166.
8 - Ridolfi Maurizio, op cit., pp. 122-123.
9 - Ridolfi Maurizio, op cit., p. 61.
10 - Ridolfi Maurizio, op cit., pp. 124-125.
11 - Ridolfi Maurizio, op cit., p. 169.
12 - Ridolfi Maurizio, op cit., pp. 176-177.
13 - Ridolfi Maurizio, op cit., p. 190.
14 - Ciampi Carlo Azeglio, “Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi alla cerimonia ai complessi monumentali di S. Martino della battaglia e di Solferino in occasione del giorno dell’Unità Nazionale e festa delle forze armate”, 4/11/2001.
15 - Ciampi Carlo Azeglio, “Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in occasione della cerimonia celebrativa per i 140 anni dell’Unità d’Italia”, Torino – palazzo Carignano, 20/11/2001.
16 - Ciampi Carlo Azeglio, “Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi alla cerimonia di consegna delle decorazioni dell’ordine militare d’Italia per l’ano 2002”, Palazzo del Quirinale, 04/11/2002.
17 - Battistini Giorgio, “Ciampi celebra il 4 novembre “Ora la storia non ci divide più””, la Repubblica, 05/11/2002, p. 19.
18 - Mieli Paolo, “La storia, lo spirito di Ciampi e quello di Bodin”, Corriere della Sera, 07/11/2002, p. 39.
19 - Ciampi Carlo Azeglio, “Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi in occasione della consegna dei diplomi di 1^ classe con medaglia d’oro per l’anno 2002 ai benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte”, Palazzo del Quirinale, 3/11/2003.
20 - Ciampi Carlo Azeglio,“Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi alla cerimonia di consegna delle insegne dell’ordine militare d’Italia in occasione del giorno dell’Unità nazionale e festa delle forze armate”, Palazzo del Quirinale, 4/11/2003.
21 - Viroli Maurizio, “Una festa a pieno titolo”, La Stampa, 02/11/2003, p. 1.
22 - Ciampi Carlo Azeglio, “Intervento del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ai “luoghi della memoria” della Grande Guerra”, Moriago della Battaglia, 3/11/2004.
23 - Passarini Paolo, “Ciampi; la vittoria unì l’Italia ma non portò la pace”, la Stampa, 04/11/2004, p. 12.
24 - Carro Fulvio, “Il 4 novembre ridiventa festa solenne”, Il Secolo d’Italia, 02/11/2004, p. 4.
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