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31.10.13

"La Stampa" da Frassati ad Agnelli durante il Fascismo.

Stavo leggendo sul sito www.santiebeati.it la biografia del beato Piergiorgio Frassati, quando mi sono imbattuto in questo bel passaggio relativo alle vicende del giornale "La Stampa", che era di proprietà della famiglia Frassati.
Un'altra vicenda poco nobile nella storia famigliare degli Agnelli.



"Dal 29 settembre al 2 novembre 1925 «La Stampa» venne sequestrata e furono interrotte le pubblicazioni. Frassati fu costretto a ritirarsi dalla direzione della testata e la Fiat ne divenne proprietaria.

«Così per oltre un ventennio», scriverà anni dopo il senatore (Alfredo Frassati), «"La Stampa" si asservì al fascismo, ma la Fiat fece sempre ottimi affari noncurante che il fascismo avesse soppresso ogni libertà ed avere violato l'intero Statuto albertino, il capolavoro del nostro Risorgimento, e lo sbocco logico dell'opera eroica di pensatori e di soldati."

Tratto dal sito www.santiebeati.it (link all'articolo su sito esterno)

4.4.09

Antropologia e storia locale: una “worm’s eye” dell’avvento del fascismo

Relazione su un seminario tenuto dal prof. Robert Rowland all’Università di Pisa nell’anno accademico 1995-1996.
Il testo non è stato verificato o approvato dal docente, pertanto non necessariamente ne rispecchia le idee.



Il professor Rowland ha inteso in questo seminario porre in luce i meccanismi attraverso i quali il potere politico era ripartito prima dell’avvento del fascismo, in particolare a livello locale, per facilitare l’identificazione delle cause dell’affermazione di Mussolini.

Egli ha incentrato il suo studio sul comune di Cisternino, dove negli anni Sessanta ha trascorso un biennio di “lavoro sul campo”.

Questa esperienza gli ha consentito di condividere la percezione collettiva delle vicende politiche avvenute nei decenni precedenti, permettendogli di ricostruirle, tramite anche ricerche d’archivio, secondo la prospettiva limitata (“worm’s eye”) degli abitanti di Cisternino.

Il paese è situato fra Bari e Brindisi, a 400 metri di altitudine e ad una decina di chilometri dalla costa.

Nel 1970, due terzi degli undicimila abitanti vivevano fuori dal nucleo centrale dell’abitato, e situazioni simili erano osservabili negli altri paesi della zona.

La popolazione urbana era composta per la maggior parte di famiglie occupate in settori diversi dall’agricoltura; fino agli ultimi anni dell’Ottocento, coloro che risiedevano nel paese abitavano all’interno delle mura medievali, ed era percepita una divisione fra “quelli del paese” e “quelli di fuori”.

Pare che la dispersione delle case sia stata determinata, nel Settecento, dall’aumento demografico e dalla concessione di terreni in enfiteusi perpetua.

Nell’Ottocento, forse a seguito della vendita di terre comunali e delle difficoltà economiche di alcune famiglie, si venne delineando una classe di “galantuomini” agiati.

L’insorgere di questo ceto fu probabilmente agevolato dalla mancanza di un’aristocrazia originaria del paese.

Il sistema politico nazionale era caratterizzato, nella seconda metà dell’Ottocento, dal trasformismo e dai rapporti clientelari.

Alla fluidità delle maggioranze parlamentari facevano riscontro cambiamenti nei consigli comunali, e mutevoli sorti delle collaborazioni fra politici ed elettori.

Nel 1889, in risposta ad un’inchiesta del governo Crispi sulle opinioni politiche dei consiglieri comunali nelle varie provincie, il prefetto di Bari affermò che, nonostante vi fossero minoranze passibili di qualche sospetto, i consiglieri in carica erano tutti sostenitori del governo.

I prefetti ricoprivano un ruolo importante nella società dell’epoca: al compito di raccogliere costantemente informazioni, univano interventi diretti nella scelta dei candidati a cariche politiche, e fungevano da intermediari fra il governo, i deputati ed i principali esponenti dell’elettorato attivo.

Fra il 1872 ed il 1888, unico periodo per il quale l’Archivio di Stato di Bari contiene informazioni relative a Cisternino, il paese si trovò in una situazione politica priva di particolari problemi.

Gli elettori erano 180, e l’astensionismo elettorale intorno al 60%; i consiglieri comunali 39.

Di questi, il più ricco era Don Luigi Amati, che nel 1872, ancora trentacinquenne, divenne sindaco.

All’epoca e fino al 1898, questa carica era assegnata dal ministro degli Interni su proposta del prefetto, dopo una consultazione con il deputato locale e con le persone più influenti del comune.

Il consiglio comunale, invece, era elettivo, ed ogni anno un quinto dei suoi membri veniva rinnovato: la giunta era composta di 6 persone.

Amati fu riconfermato fino al 1876, quando, nel Marzo, cadde il governo della Destra: nei mesi successivi, egli chiese una licenza, e in seguito le elezioni per eleggere un nuovo sindaco non ebbero luogo per l’astensionismo totale degli elettori.

Il prefetto ricevette una petizione con la quale i concittadini di Don Luigi Amati lo invitavano a non accettare le sue dimissioni, onde evitare di compromettere la stabilità sociale del paese.

Nel 1879, su proposta del sindaco dimissionario fu eletto Gaetano Soleti, avvocato, che in precedenza era stato consigliere comunale.

Questi rimase in carica fino al 1887; in questo lasso di tempo tentò di ottenere che Amati, nel frattempo divenuto assessore, fosse di nuovo nominato sindaco, scontrandosi però con l’opposizione del ministro e del prefetto.

Per gli anni 1890-1905 non vi sono informazioni, poiché i documenti relativi non sono più reperibili.

Nel 1906, comunque, il Consiglio comunale si riunì per eleggere un nuovo sindaco successore di Don Luigi Amati, morto a 67 anni.

Nel frattempo, nuove norme avevano stabilito l’elezione del consiglio comunale tramite un’unica votazione, ed avevano reso elettiva anche la carica di sindaco.

Nel 1906 divenne sindaco il medico Eduardo Pozio, esponente di una famiglia avversa a quella degli Amati ed arricchitasi in epoche precedenti.

Tuttavia, poco tempo dopo Pozio diede le dimissioni, e nel 1910 fu eletto sindaco Don Nicola Amati, figlio di Luigi.

Per opera di Giolitti, nel 1912 il diritto di voto fu esteso a tutti i maschi di più di ventun anni che sapessero leggere e scrivere, o maggiori di trenta che avessero espletato il servizio militare.

Un medico di Cisternino, Nicola Lagravinese, preparò per le elezioni del 1914 una lista di “uomini nuovi”, nella quale iscrisse, oltre a sé, il fratello Pasquale, avvocato, ed alcuni artigiani e commercianti conosciuti.

Lagravinese fu eletto sindaco, grazie in particolare ai voti dei contadini, ma nel 1915 fu chiamato alle armi; indicò come suoi sostituti un anziano avvocato e professore, Raffaele De Amico, e l’assessore Paolo Devitofranceschi.

Questi, figlio naturale di un agiato proprietario, nel 1900, all’età di diciott’anni, aveva minacciato con un rasoio suo padre: a questo primo episodio, che gli fruttò alcuni giorni di carcere, ne fecero seguito altri che gli procurarono una cattiva fama.

Nel 1916 dovette partire per il fronte, e De Amico ricoprì la carica di sindaco fino alla sua morte, nel 1917.

A questi subentrò il mugnaio Oronzo Pepe, che rivolse al prefetto una richiesta di esonero a favore di Paolo Devitofranceschi.

Pepe ed altri artigiani fin dal 1916 avevano cercato di estendere la loro influenza, e di trarre profitto dall’assenza dei notabili, fondando una cooperativa.

Commercianti ed artigiani della fazione di Nicola Amati denunciarono nel 1917 i membri della giunta, accusandoli di sfruttare la cooperativa per concorrere in modo illecito con gli altri commercianti.

Un commissario prefettizio rilevò l’esistenza di abusi in relazione all’amministrazione dei generi soggetti a razionamento, ma la sottoscrizione da parte del prefetto della richiesta di esonero per Devitofranceschi invalidò la strategia di Amati e dei suoi sostenitori.

Questi ultimi speravano infatti di ottenere le dimissioni di Nicola Lagravinese per potere procedere alla rielezione del consiglio, e ritenevano che una volta ritornati i consiglieri sarebbe stato più difficile ottenere un successo elettorale.

Nel 1919 l’opposizione riuscì comunque ad indurre la giunta a rassegnare le dimissioni.

Il ministro degli interni nominò un commissario estraneo alle fazioni, che rimase in carica fino alle elezioni del 1920.

Nel 1919, dopo l’estensione del diritto di voto a tutti i maschi maggiori di ventun anni, o che avessero prestato il servizio militare, si erano tenute le elezioni politiche, che avevano visto il successo del Partito Socialista e del Partito Liberale.

A Cisternino Devitofranceschi, o Don Cicco Paolo secondo l’uso comune, si pose a capo del Movimento dei Combattenti, che a Bari candidava il socialista Gaetano Salvemini.

Mentre Devitofranceschi si rivolse all’elettorato rurale, conosciuto nel paese come il gruppo di “quelli di fuori”, Don Nicola Amati fondò la sezione del Partito Popolare, e la sua lista venne identificata come la fazione “dei galantuomini”.

Nel 1920 fu eletto sindaco Devitofranceschi, ed una lettera spedita in prefettura pochi giorni dopo inaugurò una serie di lamentele e denuncie che si protrassero nel 1921 e nel 1922.

Nell’Ottobre del 1922 Mussolini guidò la Marcia su Roma; questo evento rivoluzionò il panorama politico del meridione, dove era mancata una resistenza organizzata al fascismo, e pertanto molte opposizioni e molte amministrazioni comunali poterono aderire al Partito Nazionale.

A Cisternino, nel Gennaio 1923, Devitofranceschi trasformò la sezione dell’Associazione Combattenti in Sezione Nazionalista, adottando poi l’uso della camicia azzurra.

Nel Febbraio dello stesso anno il Partito Nazionalista ed il movimento fascista furono unificati.

Amati ed i suoi sostenitori aderirono al Partito Fascista, ed appoggiarono la fondazione di sindacati aderenti allo stesso partito; il primo a sorgere fu quello dei macellai.

Poco tempo dopo, il Gran Consiglio stabilì che le due sezioni avrebbero dovuto fondersi.

Don Ciccio Paolo ed i membri della sua fazione sostenevano la preminenza del loro gruppo, in virtù del controllo dell’amministrazione e per avere fondato la sezione della Associazione Nazionale Combattenti.

La fondazione dei Sindacati era invece l’argomentazione più forte di Amati e dei suoi collaboratori.

Il giorno di Pasquetta, un tentativo di alcuni fascisti di picchiare un operaio socialista scatenò una rissa nella quale fu coinvolto anche il sindaco, ed alcune persone furono ferite.

Questo episodio, dal quale Devitofranceschi uscì senza conseguenze, fu al centro di una serie di accuse reciproche e richieste d’intervento al prefetto, che però non prese provvedimenti.

Mesi dopo, i macellai fomentarono ulteriori agitazioni, a seguito di un’ordinanza che autorizzava i contadini non solo a macellare in proprio la carne, ma anche a venderla.

Due rapporti, uno del questore ed uno di “un funzionario di P.S.”, fornirono al prefetto versioni totalmente divergenti dell’accaduto; la controversia fu resa nota al ministro degli Interni, il quale volle sapere quale fosse il motivo della contesa.

Il prefetto nominò un commissario per indagare sull’accaduto, sospese il sindaco e chiese al tribunale di Bari chiarimenti sull’interruzione del processo relativo agli incidenti accaduti a Pasquetta.

Il rapporto del commissario mise in luce l’esistenza di un annoso conflitto fra fazioni per il controllo dell’amministrazione.

Sull’affidabilità politica dei due gruppi, l’inquirente scrisse:“...oggi fiutano il vento che spira, hanno preso entrambi l’etichetta di marca nazionale, e una ha assunto il nome di Combattente, l’altra di Fascista; ma quanto di combattente vi sia nell’una e quanto di fascista nell’altra, lo mostrano l’acrimonia, la violenza con cui una tenta di distruggere l’altra parte”.

Terminata questa inchiesta, Don Devitofranceschi non fu più contestato presso il prefetto, e le autorità non indagarono ulteriormente sulla sua amministrazione.

Nel 1925 Don Ciccio Paolo fu nominato segretario politico del Partito Fascista a Cisternino; dopo poco tempo sua moglie, che viveva a Monopoli presso i famigliari, ricevette una lettera anonima tramite la quale veniva avvertita che i figli, i quali vivevano con il padre, correvano il rischio di essere uccisi.

La donna scrisse una lettera a Mussolini, il cui segretario avvertì il prefetto che, constatata l’inconsistenza delle minacce, archiviò la pratica.

Nel 1927, il comune di Cisternino, che apparteneva alla provincia di Bari, fu incluso in quella di Brindisi.

Conseguentemente, le cariche furono riassegnate alle famiglie più importanti: il nuovo podestà fu Don Alfredo Costa, esponente di una famiglia da decenni avversa ai Devitofranceschi e vicina agli Amati.

Il cambiamento fu potentemente influenzato da legami di parentela, come lo era stata la permanenza nel ruolo di sindaco di Don Ciccio Paolo.

Questi, infatti, era cognato del sindaco di Bari, con il quale mantenne sempre rapporti d’amicizia; entrambi inoltre erano massoni, e probabilmente lo erano anche un prefetto ed un questore che si erano avvicendati in quegli anni.

Queste relazioni contribuirono a consolidare la posizione di Don Devitofranceschi, che però mantenne a lungo la guida dell’amministrazione in virtù dell’appoggio datogli dai contadini.

I legami famigliari furono ininfluenti quando, nel 1933, il Circolo di Cisternino, voluto da Don Nicola Amati e conosciuto come “Circolo dei galantuomini”, venne chiuso per il sospetto che ospitasse attività sovversive.

L’episodio pose fine al periodo nel quale i proprietari avevano dominato la vita del paese.

Nel 1923 gli iscritti alla locale sezione del Partito Fascista erano per la maggior parte artigiani; questi, tramite anche la partecipazione ai Sindacati, presero progressivamente contatto con l’organizzazione del regime.

Nel secondo dopoguerra, gli esponenti di questa piccola borghesia erano in grado di costituirsi autonomamente in classe politica, e si organizzarono nella Democrazia Cristiana.

Concludendo, si può notare come già nell’Ottocento il Meridione assunse progressivamente la funzione di sostenere il governo, grazie ad una certa adattabilità politica ottenuta anche per mezzo di pratiche clientelari.

Questa peculiarità ebbe una sua rilevanza nel rendere attuabile il colpo di stato fascista, perché permise una conquista del potere graduale.

Eliminata in un primo tempo l’opposizione delle sinistre, i fascisti poterono occupare i centri del potere, per poi dedicarsi solo in una terza fase a porre sotto controllo le regioni periferiche.

L’esempio di Cisternino è emblematico del processo di adattamento al nuovo regime, attuato attraverso il meccanismo della parziale delega del potere da parte dell’autorità centrale in cambio di stabilità (indirect-rule).

Il caso presentato in questo seminario di una “forma di articolazione comunità-nazione in società complesse”, secondo la definizione dell’antropologia sociale, richiama la necessità di un’analisi più generalizzata del ruolo di questi meccanismi nell’avvento dei regimi totalitari.